
Galeone ricorda il passato e solleva interrogativi riguardanti il presente. Nella sua ultima nota ” Il sindacato dei lavoratori alla Fiat di Cassino” non solo avvia una ricostruzione sulla nascita del sindacato unitario FLM e sul ruolo del consiglio di fabbrica ma apre e, forse, sollecita un approfondimento su due importantissime questioni: la presenza dei partiti nel o nei luoghi di lavoro e il mancato contrasto verso la violenza antisindacale che si scatenò in quel periodo proprio dentro la Fiat.
Per quanto riguarda la prima questione, Galeone non ha dubbi ” la rappresentanza unitaria da costruire nei luoghi di lavoro erano e sono ancora più oggi i Sindacati Democratici dei Lavoratori” Questa visione non è solo la sua ma non è la mia perché a tale riguardo alcune precisazioni meritano essere poste.
Ero e sono favorevole alla presenza di organizzazioni di partito nell’interno dei posti di lavoro perché i campi di azione non possono essere definiti a tavolino, né essere permanenti e nemmeno esercitati in regime di monopolio.
I partiti sono quindi ” portatori di altrettante diverse concezioni dell’interesse generale ” Il loro ruolo consiste nel “decantare l’immediatezza degli interess particolari, commisurandoli alla stregua di una interpretazione dell’interesse generale” nel proporsi infine di influire in principio, in genere, sulle decisioni politiche della comunità statale” ( Vezio Crisafulli con riferimento agli articoli 1,18,49,67,94 e 95. Mi sembra che non ci siano motivi per non riconoscere l’opportunità della presenza in fabbrica delle organizzazioni di partito, di tutti i partiti.
Sindacati e partiti, ruoli e compiti diversi. Basti pensare allo sterminato campo di azione che è costituito dal rapporto azienda-fabbrica-luogo di lavoro e territorio, politiche dei servizi e l’insieme dei diritti del lavoratore cittadino. Inoltre, il prestigio che determinate organizzazioni (partiti o sindacati) hanno accumulato attraverso sofferenze e lotte vittoriose va riconfermato giorno per giorno. Nessuno può avere la pretesa di poter vivere di rendita. Nello stesso tempo sono consapevole che ipotizzare oggi l’ingresso dei partiti in fabbrica sia a dir poco surreale visto che gli stessi hanno perfino chiuso le stesse sedi territorali. Ma è proprio questo che rende attuale la riflessione innescata da Galeone. Perché i partiti e la loro azione azione politica vengono portati via dai luoghi di lavoro?
All’amico Galeone vorrei ricordare che il primo sciopero alla Fiat non avviene per motivi legati alla questione della mensa o al tema della salute ma per fatti politici: contro il colpo di stato in Cile. Lo sciopero non viene proclamato, in quel tragico settembre del 1973, dai sindacati ma dalla organizzazione comunista, pur ridotta nelle dimensioni, di fabbrica. Prima, dunque, avviene uno sciopero politico e nelle settimane successive si creano le varie organizzazioni sindacali. Due anni dopo Gianni Agnelli a Frosinone riprovererà a Andreotti di non essere stato in grado di mantenere gli impegni a mantenere la pace sociale, ovvero la sua pace, la fabbrica priva di presenze sindacali.
Sul secondo punto posto da Galeone, quello sulla violenza antisindacale, intendo partire da quello che ci unisce: il riconoscimento da tributare verso i sindacalisti che nell’interno dello stabilimento si trovarono fra la tenaglia delle rappresaglie padronali e quello dell’estremismo aggressivo e violento esercitato da alcuni gruppi dentro e fuori la Fiat.
Poteva essere fatto di più a sostegno del sindacato? Certo. Non solo dentro la fabbrica ma anche fuori, nel territorio.
Attorno a questo tema importante e delicato la ricostruzione di Galeone mi pare che soffra di un certo strabismo. Mi appare indeterminata nell’indicazione di fatti accaduti e di date ma in particolar modo è ingenerosa e non veritiera verso il PCI.
Quando scrive di “un tacito quanto debole contrasto di una parte della dirigenza del PCI -non solo di base locale- ma anche di deputati locali verso quel nuovo movimento politico antisindacale integrato quale cellula operaia di luoghi di lavoro” faccio fatica a capire a quali deputati si riferisca visto che in quel periodo ne vennero avvicendati quattro. Ancor più mi preme ricordare che mai esistette nel gruppo dirigente della federazione PCI un’area, seppur ridotta, non disponibile a fronteggiare la violenza dei gruppi sopra indicati. Dalla strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969 in poi nessun cedimento o incertezza ci furono anche nel PCI frusinate. Basterà ricordare, per quanto attiene ai nostri diretti ricordi all’inizio del 1978, che l’Amministrazione Provinciale di Frosinone organizzò una conferenza per difendere la legalità e l’ordine pubblico e il sottoscritto ne fu il relatore. La posizione che espressi oltre che rappresentare il pensiero delle forze politiche presenti in consiglio coincideva con quella del mio partito che anticipava la linea conosciuta come quella della fermezza e della difesa della legalità repubblicana.
Sicuramente possono esserci state timidezze personali di operai comunisti. Non mi risulta, ma non lo escludo. Certamente vi furono spalleggiamenti verso i gruppi indicati da Donato Galeone, ma bisogna guardare altrove. C’è una bella ricostruzione nel libro di Franco Di Giorgio e Giuseppe Gentile “La Fiat e gli anni di piombo in provincia di Frosinone” edito da Francesco Ciolfi nel 2009 a Cassino, ampiamente apprezzato e condiviso dalla stessa Fiat che dimostra chiaramente come ogni iniziativa che si ispirasse al terrorismo fosse promossa dall’esterno e con successo isolata e sconfitta dai lavoratori e dalle forze di polizia in un clima di sostanziale e continua solidarietà .
La natura di questi gruppi estremistici fu sempre verbalmente anticapitalistica ma sostanzialmente anticomunista e antisindacale. La loro direzione di marcia era indirizzata contro l’accordo Moro-Berlinguer.
L’assalto a Lama nel 77, il ruolo del collettivo del Policlinico, il covo di via dei Vosci a Roma rappresentano ancor oggi pagine inquietanti solo marginalmente approfondite. E’ in quella direzione, è quel “nuovo armadio della vergogna” ancora nascosto e sigillato che bisogna aprire.
Mai dimenticando che senza la costante mobilitazione di massa nel Paese e nei luoghi di lavoro (l’assassinio dell’operaio comunista Guido Rossa è una incontestabile testimonianza) animata dal PCI, senza la collaborazione leale che impegnò il duo Rognoni-Pecchioli (Ministro degli interni DC il primo e responsabile della sezione Problemi dello Stato, il secondo della direzione del PCI) non ci sarebbe stata sconfitta del terrrorismo in Italia.
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