Dopo la pioggia

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29 Settembre 2014 ,

Dopo la pioggia 350di Carlo De Cristofaro – Nel 1986, quando scrissi questi versi, stavo in aspettativa senza stipendio presso il Ministero delle Finanze e tentavo la via dell’insegnamento lavorando come precario, docente di Letteratura italiana, presso l’Istituto tecnico industriale di Viterbo nella sezione staccata di Civita Castellana, dove mi recavo ogni mattina. Avevo 38 anni e alle spalle l’esperienza delle grandi delusioni amorose, nonché la morte dei genitori e un senso di solitudine dovuto allo sfaldamento della famiglia di origine e alle difficoltà di trovare una compagna per me accettabile e per cui io ero accettabile. Allora inseguivo ancora inutilmente il sogno amoroso dell’unica ragazza che avrei sposato.

Senza un cuore convinto, la solitudine è meglio di una nuova falsa famiglia. Ma la solitudine è malinconia. Vivevo ancora in Via Mecenate, a due passi dal giardino in cui ho passato la mia infanzia, cioè il Colle Oppio, collocato tra il rione Monti, il rione Celio e il Colosseo nella parte più centrale di Roma. Gli archi del Colosseo sono stati compagni della mia vista fin dai miei primi anni di vita. Il Colle Oppio era un po’ la mia “wilderness”, cioè la mia “natura selvaggia”, non solo perché le cure del giardino da parte del Comune di Roma erano molto approssimative, ma anche e soprattutto perché il mio animo giovanile lo trasformava in un’ideale foresta.

Nel 1986 cominciava ad essere meno frequentato rispetto agli anni Cinquanta, Sessanta e ai primi anni Settanta e quindi stava diventando un luogo degradato frequentato allora o da drogati o dai primi immigrati senza casa. Questi ultimi andarono mano mano aumentando, anche perché vi era in Via delle Sette Sale, praticamente quasi dentro il Colle Oppio, una mensa della Caritas già in attività. Io, tuttavia, restavo affezionato al mio Colle Oppio e mi capitava di uscire per farvi una passeggiata da solo quando non c’era nessuno, cioè di notte, dopo la pioggia e, in casi eccezionali, anche dopo una nevicata. Una volta mi vennero in mente i versi che seguono e li appuntai, dimenticai che era solo un giardino, perché non si vedeva nessun uomo e quindi ero rapito dalla visione del cielo e delle piante, quasi il Colle Oppio fosse la mia natura romantica: “Il nuovo senso della natura del Romanticismo non è un capitolo della storia dell’arte, ma uno dei problemi aperti all’intelligenza umana: un processo che è alla base dello spirito europeo e occidentale” (F. Rella – “Il senso della natura, il senso del mondo” in “Romanticismo”).

Più che altro il Romanticismo è la base del rifiuto della civiltà moderna, è la base di quello spirito anarchico che in me s’acquietava solo di fronte alla grandiosa e terribile bellezza della necessità naturale, che io percepivo fin dentro il giardino, il quale si ribellava in continuazione all’ordine che l’uomo tentava di imporgli. Poiché era un giorno di festa di febbraio, mi ero recato di mattina nel giardino. Le citazioni aggiunte dopo, non a caso, sono di un poeta romantico inglese per eccellenza e del solito poeta minore dell’Ottocento italiano. La prima indica il tema del contrasto tra la natura e l’arroganza umana, presente nella poesia, la seconda il tema dell’incanto di luci, di riflessi, di odori dovuto alle piante appena imbevute di pioggia, anch’esso presente nella poesia. In quest’ultima è presente anche la trasformazione di semplici animali domestici in animali quasi selvaggi, con la conseguente fuga in volo di un gruppo di uccelli.

“Splende il mattino
né bada alla protervia dell’uomo”
(W. Wordsworth – “Il preludio”- Libro 11° – v. 22)

“Rotto il cieco fragor del temporale,
sfolgora il ciel più vivo; e i boschi e i prati
tutti di gocce tremule imperlati
un fremito di vita agile assale”
(G. Salvatori – “Minime” – “Discordo”)

Un sole tiepido
lassù fa capolino
dietro le nuvole
e illumina il mattino,

le piante sature
di gocce scintillanti
sembran preziose,
quasi colme di diamanti,

il cielo assorto
nel grigio suo invernale
rende una pozza
bianca come opale.

Somiglia un gatto
a un terribile felino:
uno stormo d’ali
si rifugia sopra un pino,

s’immerge un cane
nel buio d’un cespuglio,
insegue il gatto
e scoppia un tafferuglio.

Poi appare un uomo
tra la vegetazione
e ha l’aspetto insolente
d’un padrone!

(Carlo De Cristofaro – 5/2/1986)

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