Torna il treno Sora-Avezzano. Che gioia!

Treno, illustrazione di Anuska AllepuzTreno, illustrazione di Anuska Allepuz

Treno, illustrazione di Anuska Allepuzdi Nadeia De Gasperis – Cosa hanno in comune una poesia di Pessoa con la fisilogia dei Nematoda? Una canzone di Paolo Conte e i doppi legami degli alcheni? Il legame semplice, che relega ogni cosa letta, studiata, pensata, anche la storia d’amore sognata, il romanzo immaginato, sullo sfondo dello stesso scenario, il paesaggio tratteggiato dalla linea Sora-Avezzano: una concatenazione di eventi al rimorchio delle carrozze del regionale, che sfugge qualsiasi suggestione descrittiva, superandola in bellezza.
Treno, dal latino trahere, tirare, “tirare alla giacca” per richiamare all’entusiasmo di ogni minimo dettaglio osservato.
Ognuno dei ricordi che mi lega all’Aquila, viaggia parallelamente al corso geografico, storico, morfologico, storiografico, sociale, del fiume Liri, fondendosi solo nel rendez vous dello scambio binari di Capistrello, dove l’attesa è congeniale all’osservazione dei piccoli calanchi e delle pieghe della giacitura stratificata che racconta eventi d’orogenesi e di altri preziosi aneddoti geologici. L’immaginazione deraglia, riportando solo qualche ferita di nostalgia.
Ogni orario ha risvolti affascinanti, dal primo mattino, il macchinista che si sfrega le mani dal freddo di un risveglio all’alba, la signora che sale con la scorta di formaggette, che andrà a vendere ai mercati dei paesini della valle, studenti che ripassano convulsamente la lezione, il sindaco della cittadina di turno, che descrive progetti di matrice comunista e le donne, dalla tempra forte, che raggiungano il capoluogo abruzzese per lavoro, che ricordano le donne della lotta operaia.
I tempi lenti, in contrasto con la superstrada, che corre veloce e parallela sulle nostre teste, mi permette di chiedere al macchinista di stare nella cabina di guida, per seguire la leggenda di un progetto di galleria, che valse la pazzia all’ingegnere ideatore. Avvitandosi più e più volte nella pancia del massiccio, che inghiotte i convogli e li risputa, maldigeriti, centinaia di metri più in basso, di nuovo fianco a fianco al corso del fiume.
Le traversine, ai lati del letto del fiume, conciliano sonnellini ristoratori, mentre le massicciate si confondono col greto del Liri. Il treno disarmato delle sue ferraglie, assiste all’incontro tra le due regioni e anche se non fosse puntuale, questo replicherebbe l’esibizione, perchè la terra rispetta gli incontri.
Un ricordo, di quelli che si depositano agli angoli dell’attenzione, per accorrere occhi troppo asciutti per lunga disposizione all’aridità del cuore: un nonno, accompagna il nipotino e la sua mamma in stazione. Attende la partenza del treno per salutarlo che si allontana, e solo quando scompare all’orizzonte, corre, salta in macchina, e qualche stazione dopo, lui è li, si è arrampicato su un muricciolo, per rendersi perfettamente visibile, e saluta a braccia spiegate il nipotino, che scruta dal finestrino, in cerca del veccho. Salto il muretto, per correre incontro ai miei ricordi.
Quando sentivamo lo scampanellìo della signora Anna, prima casellante della frazione di San Vincenzo Ferreri, all’uscita della galleria, che bucava da parte a parte la collinetta dominata dal collegio dei padri Camilliani. Dopo aver osservato quei secondi di religioso silenzio, il treno, abbracciato dal gomito di una curva, percorreva il ponte della piccola diga, lì dove si staglia la montagna alta, proiettando tramonti anticipati. Noi abbandonavamo qualsiasi attività, per correre e schierarci in parata, annunciando in gran fanfara il passaggio del treno. All’interfaccia tra cielo e terra, filari di pioppi ondeggiavano come le ombre oblunghe delle nostre manine, che salutavano il treno trattenuto per pochi istanti, nella cornice argenetea delle foglioline di salice bianco.
La prima volta che presi il treno ero tanto felice che scorrazzai euforica, mangiando biscotti, la mia scorta di felicità, su e giù per il vagone, finchè una brusca frenata non mi fece ruzzolare a terra. Alla vista dei biscotti disseminati sul pavimento, esclamai un eloquente “pappanculo” che fece inorridire una maestrina perfettina e compita, conoscenza “passeggera” di quel viaggio. Quando arrivò mio fratello, nell’età in cui tra una scarlattina e un morbillo era ffetto da qualche fissazione, quella per il treno ci portò dapprima nella giocheria del signor Farina ad acquistare una rumorossisima locomotiva, che cambiava direzione ogni volta che urtava rovinosamente il battiscopa. Il giocattolaio, cedendola, ci guardò biasimevole. Dopo poche ore di gioco, nonno decise che fosse più congeniale al nostro udito, portarci ogni giorno alla stazione per assitere alla partenza del treno, finchè quella passione non fu promossa e graduata col primo viaggio anche per mio fratello.
A volte in inverno, congestionato, con i giunti di dilatazione un po’ arrugginiti, di una ossatura po’ dolorante, raglia, bofonchia, sbuffando fumo, come un vecchio burbero che procede scomposto. Nelle giornate limpide, invece, scalpita nello zoccolo duro dei suoi cavalli vapore, gareggiando con una poiana che volteggia sulla valle, sfidandolo a fargli il verso.
I paesini della Valle Roveto, illuminati da una fervente socialià e di lampioncini che si accendono anzitempo. Ognuno con due anime, una antica, arroccata come un presepe sulle montagne, e una recente, adagiata lungo il corso del fiume.
È una corsa attraverso le stagioni, la storia, le ere geologiche, perchè si parte da Sora con le mezze maniche per accogliere le donne della valle, in giacche autunnali, la prima neve in ottobre, i comignoli, il silenzio serale, l’odore di castagne, suggestione del passaggio su Morino.
Io, dal canto mio, ho intonato una storiella che risale a ritroso il corso del fiume di ricordi, ma sono sicura che questo treno possa raccogliere vagonate di testimonianze in versi opposti, a rima baciata, scortando il Liri in un corteo festoso, prima di “convogliare” a nozze con il Gari, dando vita a “Congiunture” d’amore, al Garigliano.

La riproduzione di quest’articolo è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l’autore

Creative Commons License
unoetre.it by giornale on line is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

unoetre.it è un giornale on line con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per fare una donazione tramite il sito, cliccare qui sotto. Il tuo contributo ci perverrà sicuro attraverso PayPal. Grazie

Io sostengo 1e3.it

 

Grazie per aver letto questo post, se ti fa piacere iscriviti alla newsletter di UNOeTRE.it!

Nadeia De Gasperis

ByNadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Rearviewmirror

Privacy Policy Cookie Policy