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Mazzocchi a sostegno di Enrico Pittiglio

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di Ermisio MazzocchiEnricoPittiglio-SINDACO-DI-SAN-DONATO 350-260Le ragioni di un voto al Partito Democratico e al suo candidato alla presidenza dell’Amministrazione provinciale, Enrico Pittiglio, sono politiche. Può sembrare ovvia questa affermazione, trattandosi di elezioni di un Ente di secondo grado con limitati compiti amministrativi. In verità esse hanno una valenza politica per le motivazioni che hanno portato il PD a uno scontro interno che ha la sua origine non solo e unicamente su una contrapposizione e conflittualità tra due candidati dello stesso partito, ma per la definizione e la costruzione della identità del partito. La scelta di campo non è di poco conto perché comporta una impostazione della futura funzione del PD che potrebbe assumere connotati diversi da quelli che hanno presidiato alla sua fondazione. Non c’è dubbio e ne sono convinto che oggi siamo in presenza di processi non ancora del tutto definiti nei loro contorni strutturali di contenuto e di organizzazione, di una mutazione del Partito Democratico nell’era renziana.

Un percorso che ha ridotto la politica a tattica e consumato una identità con il trionfo della retorica e della personalizzazione. L’assenza o l’oscurità di una identità aggregatrice di valori, dalla giustizia all’uguaglianza delle opportunità, dalla solidarietà alla parità, dalla tutela dei più deboli al primato del bene comune, annulla l’efficacia e il ruolo di un partito e della sua politica. Senza identità la politica rischia di essere ridotta a mera tecnica amministrativa. Questo è ciò che è avvenuto oggi in questo PD della provincia di Frosinone. La rissosità interna al partito, qui come altrove, produce effetti negativi e distruttivi e si potrebbe aggiungere che quella ininterrotta e autolesionistica conflittualità è una delle espressioni più visibili di quella carenza di identità collettiva che si traduce in una frammentazione personalistica, abbondantemente diffusasi in questi anni. L’esaltazione di un partito leaderistico ha provocato lo svuotamento di energie, persone e il senso di tutta una organizzazione a esclusivo vantaggio della leadership e dei potentati locali che tendono progressivamente ad autonomizzarsi.
Questa competizione elettorale ha portato inevitabilmente a un punto di rottura di questa insostenibile condizione del partito. E Scalia è stato il detonatore, commettendo errori di tattica e di strategia. Il primo è stato quello di muoversi fuori di un contesto di “partito” per esaltare una sua funzione leaderistica, accendendo, credo volutamente, una competizione con un’altra parte che non si è dimostrata meno sensibili ai richiami di un partito leaderistico. Una operazione di tatticismo che ha provocato la esautorazione della disciplina di partito e non c’è partito senza disciplina. Un calcolo che poteva valere nel passato, ma le mutate condizioni del partito e del nuovo scenario di epoca “renziana” lo hanno reso errato e vano. Su quella convinzione ha condotto una strategia ancora più dannosa della precedente operazione. Le alleanze con esponenti del centrodestra, FI, UDC, NcD, sottintendendo omologare i due principali schieramenti quello di centrodestra e quello di centrosinistra. Così che annulla di fatto una faticosa costruzione di una identità del Partito Democratico. Questo errore di strategia politica, commesso da Scalia comporta l’esaltazione della politica, anche se non è l’unico che la pratica, come tecnica del governo e dell’amministrazione e l’assunzione di categorie della cultura del mercato, del negoziato e del compromesso che tendono a spoliticizzare la politica e a prevalere sulla elaborazione di un partito riconoscibile e di una appartenenza a una collettività fatta di valori indispensabili alla qualità di un partito. Questo progetto è destinato al fallimento perché ha in sé gli elementi di una frantumazione e di una perenne litigiosità che una nuova generazione di dirigenti e di amministratori rigetta e opera per un nuovo soggetto politico del PD nella quale potersi riconoscere seppure dopo un percorso travagliato. I consiglieri del PD sono chiamati al voto, estremamente per sé importante, per eleggere la nuova Amministrazione provinciale. Il loro voto ha un peso politico in una dimensione politica senza precedenti. Essi scelgono di irrobustire una identità del PD che oggi si materializza nella figura di Enrico Pittiglio ma che è l’apertura a un nuovo percorso di un confronto su le grandi questioni di identità e di programma tale da favorire un fattore di mobilitazione capace di produrre effetti innovativi nella politica del Partito Democratico. Non scelgono un contenitore dove può esserci tutto e il contrario di tutto. Essi scelgono un Partito “grande” capace di accogliere al proprio interno radici culturali e opzioni politiche diverse accumunati da una politica di alternativa al centrodestra e portatrice di un rinnovamento dell’intera società.

*Direzione PD

Frosinone 10 ottobre 2014

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Ermisio Mazzocchi

ByErmisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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