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Collepardi: il PD non è un partito di classe, ma popolare

partito democratico bandiera350 250

partito-democratico bandiera350-250di Danilo Collepardi – Un partito del 4% è uguale ad un partito del 40% ? No! E perché no ?
Perché un partito del 4% si rivolge ad una strettissima e selezionata fetta di cittadini italiani, mentre un partito del 40% deve rivolgersi ad una fetta ben più ampia che travalica le singole classi sociali. E’ una ovvietà, certo, ma pare che molti in Italia non la capiscano o non vogliano capirla.
Questo è il punto: il PD deve essere un partito che aspira a governare il Paese, oppure deve ridurre la propria azione a mera testimonianza politica ? Un partito popolare oppure un partito di nicchia ? La sinistra deve governare oppure deve lasciare ad altri l’incombenza e limitarsi a fare opposizione ?
Se si vuole governare un Paese democratico occidentale occorre avere più del 50% dei voti. E’ ovvio che se si vuole rappresentare la maggioranza del popolo italiano, occorre anche usare temi e proposte che parlano ad una pluralità di soggetti, che sono: operai, pensionati, imprenditori, casalinghe, disoccupati (che sono tanti). Vale a dire, occorre essere consapevoli della complessità delle società altamente sviluppate.
Il PD, non lo scopriamo adesso, non è un partito di classe, nel senso che non è espressione di una classe sociale, è un partito popolare, come lo era anche il PCI in epoche molto diverse dall’attuale e con assetti sociali molto più semplificati.
Vorrei ricordare inoltre che la maggior parte dei lavoratori italiani, votava Berlusconi. Non votava né il PD (DS ecc), né tantomeno SEL. I maggiori votanti del PD al 25%, erano i dipendenti pubblici e i giovani, solo gli studenti però, non gli operai. Vale a dire i settori più garantiti della società. Solo ora i lavoratori italiani vanno spostando il loro voto sul PD al 40% e non potrebbe essere diversamente.
La CGIL fa bene a far sentire la propria voce e difendere i propri iscritti che sono lavoratori e pensionati (sempre di più), in un rapporto di confronto e anche di scontro, se necessario, con il governo, che non è il governo della classe operaia, ma quello del popolo italiano. La CGIL non è un partito: l’una e l’altro hanno compiti completamente diversi. Il partito, quello di governare guardando agli interessi più complessivi del Paese, la CGIL di rappresentare gli interessi di una parte del Paese. La cinghia di trasmissione del partito rivoluzionario fa parte ormai della preistoria del movimento operaio.
Una recentissima indagine demoscopica della SWG, stranamente bucata dalla grande stampa di informazione, rileva che: il 48% degli italiani ritiene lo sciopero generale indetto, inutile; il 39% che serva esclusivamente al sindacato per mostrare la propria forza e solo il 13% che serva a modificare le scelte del governo.
E’ triste dirlo, ma questi dati segnalano la distanza abissale, esistente oggi, tra le rappresentanze del lavoro e i sentimenti e i travagli del popolo italiano. Non sempre è stato così. E’ il caso di chiedersi il perché.
Frosinone 19/11/14

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