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Ricostruiamo il Welfare State per far ripartire l’Italia

welfare non è lusso 350-260di Gianmarco Capogna* – Quando è scoppiata la crisi che ancora stiamo attraversando, circa 5-6 anni fa, ci è stato detto che sarebbe stato un fenomeno passeggero, che non dovevamo preoccuparci, “che i ristoranti erano pieni” e che quindi i consumatori non avrebbero in nessun modo accusato quella che invece si profilava essere la crisi finanziaria ed economica più pesante dopo quella derivante dal crollo della Borsa di Wall Street nel 1929. E così da un giorno all’altro siamo passati da “la crisi non esiste” ad essere uno dei Paesi europei che maggiormente ne paga le conseguenze, proprio a causa di questa mancanza di visione, o forse più di volontà politica, capace di affrontare dall’inizio il fenomeno creando, o almeno provandoci, dei cuscinetti capaci di arginare quello che oggi ha delineato i contorni chiari di un’emergenza sociale. La scomparsa quasi totale della classe media e la polarizzazione tra chi sopravvive e chi è ricco diventa sempre più evidente e la politica cerca di dare soluzione ai problemi contingenti in un contesto dove gli interessi sono tra i più diversificati e spesso in contrasto tra loro.
Anche l’attualità politica di questi giorni tra JOBS Act e Legge di Stabilità (la legge delle leggi, quella che decide dove si prendono i soldi e dove si reinvestono) sembra rispondere alla logica delle contingenze capace di dare un segnale nell’immediato, provando a spingere il Paese in avanti nel rispetto dei vincoli provenienti dall’UE; scelte politiche ed economiche che però lasciano il dubbio sul Paese che intendiamo costruire da qui a 5 ani ad esempio. E non è solo la scelta di articolo 18 si o no, di tutele crescenti, precariato o altro; è la scelta di quale percorso vogliamo intraprendere per risollevare il Paese e creare una nuova società non tanto nell’immediato, come se si volesse mettere una toppa, ma con la lungimiranza di immaginare e progettare l’Italia di domani.
La crisi che stiamo affrontando non è solo economica o finanziaria, è strutturale e in quanto tale ha intaccato ogni aspetto della nostra quotidianità. Pensare di intervenire su un aspetto piuttosto che su altri non determinerà il cambio di rotta che invece dobbiamo assicurare. Certamente esistono delle priorità, il lavoro in assoluto perché siamo tutti consapevoli che per rilanciare i consumi e l’economia le persone devono possedere una quota di ricchezza che possono destinare a tale uso, ma siamo certi che siano gli 80 euro, ai lavoratori, piuttosto che alle neo-mamme (e ai papà?), a determinare il cambio di passo?
Forse dovremmo prendere in considerazione scelte diverse, ad esempio quella di proporre un nuovo Patto Sociale che rilanci la creazione di un Welfare State capace di sostenere il numero sempre crescente di cittadini che vivono in situazioni di povertà o di rischio povertà. La costruzione di una nuova Italia deve passare dalla sicurezza che ogni cittadino veda riconosciuti diritti (e doveri), tutele e libertà non perché un Governo, indipendentemente dal colore politico, glieli conceda, ma perché spettano loro in quanto costituzionalmente riconosciuti. Investire sul diritto alla salute, allo studio, nel potenziamento dei servizi alla persona e nel trasporto pubblico potrebbero servire a generare nuova fiducia nel sistema. Assicurare che un lavoratore debba godere di diritti e tutele che non sono quantificabili in base all’ammontare degli anni di servizio ma che gli spettano sulla base della generale considerazione che i diritti, almeno alcuni, come quello alla dignità del lavoro, ad un salario minimo garantito che ponga fine allo sfruttamento di giovani e donne (ad esempio), siano riconosciuti come fondamentali, universali e inalienabili. Diritti che non possono cedere a compromessi perché non sarà un caso che alcuni di essi in Costituzione sino espressi prima di altri. Sarà un caso, uno su tutti, che l’uguaglianza formale e sostanziale sia proclamata all’articolo 3 e non al 100?
Ripartire dalle politiche sociali dimostrerebbe la nostra identità politica, quella di sinistra, capace di stare al fianco dei deboli non con fare compassionevole ma con la consapevolezza e la volontà di dare loro strumenti per migliorare la propria condizione, perché in questo modo non si rialzeranno solo gli ultimi ma con loro tutto il Paese.
Poi questo Paese deve decidere su cosa vuole investire, riportando la politica a gestire i processi e non ad esserne preda inerme. La globalizzazione, sui cui dovremmo riflettere in quanto ne siamo stati travolti senza comprenderne le possibilità che esulano dalla mera connessione ai siti web di tutto il mondo, deve portarci a capire dove possiamo essere realmente competitivi. Siamo convinti di poter continuare a competere sul mercato, faccio un esempio limite, dei pomodori quando sappiamo che esistono realtà, asiatiche, dove il costo del lavoro è estremamente (e non è un giudizio di merito) più basso? Il nostro Paese e la nostra classe dirigente deve capire che noi abbiamo delle risorse che vanno coltivate: i giovani e la ricerca ed innovazione. L’Italia sforna tra i migliori laureati in Europa e nel Mondo e non è capace di reinserirli nel tessuto lavorativo, tanto da aver dato vita ad un vero e proprio fenomeno di emigrazione giovanile. Lungimiranza politica è capire come investire su quei giovani che sono risorse per questo Paese, significa investire nella ricerca e nel’innovazione, diventando avanguardia in Europa, consapevoli che su questo noi possiamo davvero vincere la sfida di essere competitivi nel mercato globale.

*Gianmarco Capogna – Responsabile Diritti, Politiche Sociali e Comunicazione GD Lazio

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ByGianmarco Capogna

Classe 1989, sono specializzato in Politiche europee della non discriminazione. Sono Responsabile Diritti, Non Discriminazioni e Uguaglianza per i Giovani Democratici di Frosinone. Convintamente progressista e di sinistra, sicuramente civatiano.

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