Un giovane professionista, che “girava” il Cassinate in Lambretta per aprire le sezioni del P.C.I.

FrancoAssante avvocato

FrancoAssante avvocatoIn ricordo di Franco Assante, Uomo – Professionista – Politico
Intervento di Achille Migliorelli svolto al Consiglio Comunale di Cassino convocato il 15 dicembre 2014 per ricordare Franco Assante Ringrazio il Sindaco di Cassino ed il Presidente del Consiglio Comunale per avermi concesso l’onore di ricordare Franco. Lo faccio con grande orgoglio e con immenso rimpianto. Il mio sarà un modesto e sofferto “amarcord”, per nulla agiografico; anzi piuttosto problematico.
Vi prego di scusarmi se, volendo parlare di “Lui”, ritengo di fare ricorso anche – e soprattutto – al “noi”. Non me la sento di fare diversamente. Troppo “vicine” sono state le nostre esistenze.
Per perdonarmi vi basti considerare che le nostre compagne di vita – scomparse troppo prematuramente – erano due ferventi cattoliche, che avevano deciso di dedicarsi a due comunisti accaniti, e che non abbiamo potuto sposarle nella nostra diocesi, ma, “Lui”, in quella di Isola Liri-Sora ed, io, in quella di Gaeta. E ciò perché, negli anni sessanta, non veniva consentito ai dirigenti comunisti di contrarre matrimonio in una Parrocchia amministrata dalla Diocesi di Montecassino. Un’altra ragione, poi, è legata alla nostra comune scelta di vita, che ci ha visti condividere gli stessi ideali e valori, e operare per la loro realizzazione.
Quando e come ho conosciuto Franco.
Ero ragazzo e sentivo parlare di un giovane professionista, che “girava” il Cassinate in Lambretta per aprire le sezioni del P.C.I. e stare al fianco dei “compagni”, che, animati da una grande passione politica, si opponevano allo strapotere democristiano.
Quando sono cresciuto, ho imparato a conoscerlo anche come valente avvocato, che si batteva per gli operai (maggiormente gli edili) e per i contadini. Quindi, insieme, io da studente universitario, “Lui” come avvocato, agli inizi degli anni sessanta, affrontammo la questione del c.d. “grano di Chiesa”: erano i coppi di grano che i contadini livellari dovevano corrispondere al beneficio parrocchiale – in quel caso della Chiesa di San Giorgio – ad agosto di ogni anno. Questa nostra azione corrispondeva a quella portata avanti da Angelo Compagnoni, altro carissimo “compagno”, per il superamento della colonia migliorataria e del patto verolano.
Da quei momenti ebbe inizio un sodalizio politico ed umano, che ci ha visti schierati sempre dalla stessa parte. Qualche volta abbiamo avuto anche opinioni diverse tra di noi. Ricordo il profondo contrasto insorto a proposito della strategìa del compromesso storico e della solidarietà nazionale. Ma la stima e l’affetto ci hanno fatto ritrovare sempre la strada comune.
Cosa abbiamo voluto.
Certamente una società libera e giusta, in cui libertà e giustizia sociale – indissolubilmente legate – fossero in grado di dare agli uomini, insieme al lavoro, una dignità piena. Lo abbiamo fatto nel P.C.I., credendo fermamente nel socialismo, ma democratico. Perciò, in quel Partito, ci siamo sentiti – a volte – “stretti”: io più irrequieto e critico politicamente, “Lui” più riflessivo e pungente. Con difficoltà abbiamo accettato che si parlasse di “via italiana al socialismo”, di “compromesso storico” o di “terza via”. Erano, questi, assetti del sistema politico italiano, che servivano a non affrontare la vera questione comunista: essa, per noi, voleva dire effettuare la scelta in favore del socialismo europeo, già operante nelle maggiori e più sviluppate democrazie occidentali. Illuminante è quanto accadde nel novembre del 1989. Dopo la caduta del “Muro di Berlino” i militanti comunisti, che facevano riferimento alla componente riformista, sollevarono il problema del nome e del simbolo del Partito. Anche in provincia di Frosinone la questione fu sollevata: con un preciso ordine del giorno segnalammo la necessità di compiere una svolta nella gestione del Partito. Fummo contestati e ritenuti quasi degli “scocciatori” e, comunque, dei non ossequienti alla disciplina di Partito. Questo avveniva nei primi giorni di novembre. Il giorno 12 di quel mese – tre mesi prima era caduto il Muro – Occhetto, con la svolta della Bolognina, sembrò aprire la strada ad un processo politico fortemente innovativo, tant’è che nel febbraio 1991 si ebbe lo scioglimento del Partito Comunista Italiano. Questi avvenimenti suscitarono in “noi” una grande speranza: il nostro sogno stava per avverarsi.
Ma gli eventi successivi – tra scissioni, cambi di nome, gioiose macchine da guerra, ulivi e, ora, partito a vocazione maggioritaria – hanno riservato le cocenti delusioni, che hanno investito il popolo della sinistra italiana. Sino alla situazione attuale così confusa,
Cosa dirci, caro “compagno” Franco? Abbiamo pensato di scalare la montagna perché – come ha scritto Ingrao – volevamo la luna. Non ci siamo riusciti. Abbiamo assistito ad un tramonto concitato e incerto. Una domanda ci siamo posta tante volte, quando eravamo soli e ci scambiavamo le nostre sensazioni: avevamo fatto bene a scegliere la vita e la strada, che abbiamo vissuta e percorsa? Non ci siamo data una risposta decisa, convinta e definitiva. Ora io Ti dico: pur tra sofferte delusioni abbiamo fatto il nostro dovere. Possiamo, perciò, ritenerci “moderatamente” soddisfatti. Erano queste le parole che Ti facevano felice al termine di qualche arringa difensiva particolarmente impegnativa o di qualche comizio appassionato. Tu, infatti, volevi fare sempre meglio: essere ancora più convincente ed arguto.
Un pensiero immenso.

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