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Alienazione di una generazione

colloquio di lavoro 350 260di Gianmarco Capogna – I Millennials italiani: l’alienazione di una generazione.
Viviamo in un Paese che ha scelto da circa 20 anni di rinunciare ad aprire un dialogo serio con le generazioni più giovani relegandole ad essere terreno di conquista elettorale subito dimenticate all’indomani del voto. Una condizione che lascia emergere forme di disagio sempre più diffuse per dei giovani che vivono in una società che non è capace di intercettare le loro esigenze e rispondere alle loro necessità. Per questi motivi crescono i numeri di quelle persone che dopo gli studi emigrano all’estero, di quelli che sono precari o disoccupati, degli stagisti sottostimati e sottopagati, dei neet, che non studiano e non cercano lavoro.
In quadro allarmante, se non drammatico, si registra una sostanziale incapacità della classe politica, e di Governo, di aprire un dialogo sociale che possa trasformare le richieste dei giovani in politiche pubbliche capaci di ribaltare e ridisegnare il modello di sviluppo nazionale. La stessa Garanzia Giovani, attuazione italiana della Youth Guarantee dell’UE, si è rivelata un grande flop e in alcuni casi una vera e propria truffa ai danni di una generazione senza futuro. I tirocini a 500 euro al mese, spesso pagati in ritardo a causa di una burocrazia infinita, si sono tradotti troppe volte in una nuova forma di “schiavismo” che porta i giovani a lavorare, a tutti gli effetti come gli altri dipendenti, fino a 140 ore al mese (7 ore al giorno per cinque giorni la settimana, un full time in cui i confini del tempo spesso sono fumosi) senza alcun tipo di tutela in caso di malattia o necessità di assentarsi; ogni forma di elasticità dipende dal proprio datore di lavoro. Inoltre nonostante Garanzia Giovani sia nata con lo scopo di incrementare le assunzioni proponendo una prima fase di tirocinio sovvenzionata e forti sgravi fiscali in seguito, molto spesso non si passa al momento dell’assunzione. Dopotutto i giovani in cerca di occupazione non mancano e un tirocinante, il cui profilo non necessariamente è post-diploma ma può anche avere una formazione anche accademica e quindi alta, costa comunque meno di un lavoratore assunto a tutti gli effetti. Per non parlare di quanti enti si siano accreditati agli enti Regione come soggetti promotori delle misure di Garanzia Giovani senza essere realmente in grado di adempiere ai compiti richiesti.

La favola della flessibilità

Negli anni 2000 ci hanno raccontato che la flessibilità era l’avvento della modernità nel mercato del lavoro. Che insieme alla flessibilità ci sarebbero stati anche meccanismi di sicurezza capaci di mantenere vivo il binomio lavoro-dignità. Poi progressivamente la flessibilità si è trasformata in precarietà senza tutele e sempre più senza diritti; una condizione che costringe a vivere nel presente senza alcuna possibilità di immaginare il futuro, figuriamoci di costruirlo. Oggi la mia generazione sta ancora peggio: siamo la generazione degli stagisti e dei tirocinanti, di quelli che o chinano la testa e accettano qualsiasi condizione o restano a casa senza alcun tipo di occupazione. I Millennials italiani vivono la condizione dell’alienazione: non riescono a collocarsi nel mercato del lavoro, vivono una progressiva crisi delle relazioni interpersonali, dettata anche dal boom di internet e dei social network, sono disinnamorati della partecipazione e della politica, incapace di rappresentarli. La politica deve capire che per affrontare il tema “giovani” deve uscire dalla concezione dell’intervento emergenziale e prevedere un tavolo di concertazione sociale dal quale cogliere necessità e proposte concrete.
Due proposte esistono già, ma sono ignorate a livello governativo: il reddito di cittadinanza e una discussione seria su un salario minimo. Nel primo caso prevedere per chi è disoccupato di ricevere un reddito minimo non è assistenzialismo, come anche il Governo spesso liquida la questione, bensì permette di dire no a proposte che non hanno nulla a che vedere con il lavoro e che calpestano la dignità stessa dell’essere umano, uscendo così dal “ricatto” di dover accettare a tutti i costi. La seconda proposta riguarda il lavoro come strumento che permette la piena realizzazione dell’essere umano: non si può accettare che il lavoro di una persona possa equivalere a qualche euro l’ora. Serve fissare una soglia al di sotto della quale non si possa scendere perché si tratta di schiavismo e non più di lavoro. Una soglia che non può essere 5,00 euro l’ora nei contratti interinali o peggio di un paio d’euro per i freelance.

Serve “un patto tra i giovani e tra le generazioni”

Quindici anni di politiche che hanno permesso il consolidarsi di queste pratiche, unite al progressivo avanzamento dei voucher e di forme di lavoro che nella loro atipicità (provvigioni, collaborazioni, progetti) si sono troppo spesso trasformati in escamotages perfetti per i datori di lavoro per aggirare le assunzioni. È vero, c’è anche un problema del costo del lavoro che va affrontato, ma la mancanza di volontà politica nell’affrontare questi temi non può ricadere sulle spalle di una generazione che vive pagando colpe che non gli appartengono e che invece fanno capo a politiche vecchie di almeno due decenni. Se non si interviene quanto prima, la politica ha fallito perché decide di vivere aggrappata al passato senza alcuna speranza di vedere crescere un futuro; il futuro che risiede in quella generazione che avrebbe tanto da dire e che invece non trova spazi di discussione. Quella generazione che poi diserta le urne, nonostante potrebbe essere l’attore sociale maggiormente determinante nelle consultazioni elettorali.
Serve “un patto tra i giovani e tra le generazioni” come sottolinea spesso anche Maria Pia Pizzolante, portavoce nazionale di TILT. I giovani devono tornare a parlare tra loro e con gli altri che seppur appartenenti ad altre classi di età possono avere le stesse necessità o condividere le stesse battaglie, quella sul reddito minimo in primis. Chi fa politica ha la responsabilità di promuovere queste forme di partecipazione democratica: abbiamo l’obbligo di ricostruire uno spazio di discussione; quel dialogo interrotto per troppo tempo con una generazione che invece ha tanto da raccontare.
Ci troviamo di fronte alla sfida politica della contemporaneità: riportare la fiducia tra i giovani, ribaltare il modello di sviluppo economico e uscire dalla precarietà. Per tornare non solo ad immaginare il futuro all’orizzonte ma anche per poter riprendere a costruirlo.
Gianmarco Capogna – Possibile Frosinone

 
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ByGianmarco Capogna

Classe 1989, sono specializzato in Politiche europee della non discriminazione. Sono Responsabile Diritti, Non Discriminazioni e Uguaglianza per i Giovani Democratici di Frosinone. Convintamente progressista e di sinistra, sicuramente civatiano.

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