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Diritto e Politica: in margine all”immigate”

Riflessioni sull'immigrazione. Immigrati il "buonismo" non basta soprattutto non basta contro il "bar Italia" e nelle periferie urbane e sociali. il "buonismo" non basta soprattutto non basta contro il "bar Italia" e nelle periferie urbane e sociali.

immigratidi Fausto PellecchiaUna più attenta riflessione sulle notizie relative all’ “immigate*” – trapelate dal fascicolo dell’inchiesta aperta dalla Procura nel maggio dello scorso anno che coinvolge nomi eccellenti della politica locale – esigerebbe forse una premessa di ordine più generale.
Uno degli equivoci più diffusi (almeno a partire dagli anni di Tangentopoli) è la tacita confusione di categorie etiche e di categorie giuridiche (o peggio, di categorie giuridiche e di categorie politiche). Gran parte dei concetti di cui ci serviamo in materia di etica pubblica sono in qualche misura contaminate dal diritto: onestà, innocenza, colpa, responsabilità, assoluzione. Ciò rende difficile servirsene senza cautele specifiche. Il fatto è che, come i giuristi sanno perfettamente, il diritto non tende in ultima analisi all’accertamento della giustizia. E meno che mai a quello della verità. Esso tende piuttosto unicamente al giudizio, alla determinazione della decisione giudiziale. Ciò è provato al di là di ogni dubbio dalla forza del “giudicato” che può competere anche ad una sentenza ingiusta. La produzione della “cosa giudicata”, con cui la sentenza si sostituisce al vero e al giusto, è il fine ultimo del diritto. E la sentenza ultima vale come se fosse vera anche ad onta della sua eventuale falsità e della sua ingiustizia. Di qui l’antico brocardo “summum jus, summa iniuria”. Come Franz Kafka aveva colto con sorprendente lucidità, la legge si presenta unicamente nella forma del processo, sicché la natura profonda del diritto non è tanto, come comunemente si crede, la norma, quanto la possibilità del giudizio, e, quindi, processo. Ma, se tutto il diritto (e la morale che ne è stata contaminata) è essenzialmente processuale, allora esecuzione e trasgressione, innocenza e colpevolezza, obbedienza e disobbedienza, si confondono e perdono consistenza. Lo scopo ultimo della norma è di produrre il giudizio; ma questo non si propone né di punire né di premiare, né di fare giustizia o di accertare la verità, bensì semplicemente la propria effettiva pronuncia. Da questa natura autoreferenziale del giudizio, un grande giurista italiano, Salvatore Satta, trasse la paradossale conclusione che la pena non è conseguenza del giudizio, ma che questo sia esso stesso la pena (e, perciò nullum judicium sine poena). Infatti, osserva Satta, «si direbbe anzi che tutta la pena è nel giudizio, che la pena azione – il carcere, il carnefice – interessino soltanto in quanto sono, per così dire, prosecuzione del giudizio (si pensi al termine giustiziare).» Il corollario di questa tesi è che «la sentenza di assoluzione è la confessione di un errore giudiziario», e che «ciascuno è intimamente innocente», ma che l’unico vero innocente «non è colui che viene assolto, bensì colui che passa nella vita senza giudizio» (Il mistero del processo, Adelphi, Milano,1994, pp.26-27).

L’inizio della procedura di indagine giudiziaria, oggi, coincide con l’inizio della pena

La politica attuale ha integralmente assimilato e fatto proprio senza riserve questo assunto giuridico, abdicando così completamente al suo statuto e al suo ruolo. Non soltanto nel senso che l’inizio stesso della procedura di indagine giudiziaria– che avvenga con un ‘avviso di garanzia’, con l’iscrizione nel registro degli indagati, o con una convocazione in qualità “persona informata dei fatti”- coincide, ben prima di ogni imputazione, con l’inizio della pena. Ma anche e soprattutto perché l’eventuale proscioglimento o l’assoluzione viene frettolosamente sbandierata come riconoscimento sia di irreprensibilità morale che di capacità politica. Al di là delle contrapposizioni polemiche tra “garantismo” e “giustizialismo” che agitano la sfera dell’opinione pubblica, ciò che viene rimosso e occultato è la banale evidenza in base alla quale un atto che risulti “improcessabile”, non diventa perciò né moralmente lecito né (tanto meno) politicamente legittimo. Nella fattispecie, dinanzi al dramma immane delle migrazioni che investe il mondo globalizzato, le schermaglie politiche cassinati innescate dall’inchiesta sulle case di accoglienza e sui suoi tenutari, manifestano tratti di grottesca insipienza. Da un lato, infatti, l’accoglienza degli immigrati è un po’ dovunque demandata all’iniziativa di cooperative private, e gestita troppo spesso in condizioni di incuria e di degrado, senza che le istituzioni pubbliche attuino sistematici controlli o si preoccupino di verificarne l’organizzazione e di definire i necessari percorsi di integrazione. Sicché, al di là del rispetto formale delle norme relative alle modalità di accoglienza (che è compito della magistratura vagliare in ogni loro aspetto), resta indelibato il tema politico generale dell’organizzazione e dell’integrazione dei flussi di migranti sul nostro territorio. Dall’altro, chi oggi, dai banchi dell’opposizione consiliare, leva i propri scudi di condanna preventiva ed esige a gran voce le dimissioni degli indagati, sembra inseguire, attraverso le consuete ipotesi “complottiste”, una strumentale rivincita giudiziaria per le sconfitte elettorali. Dietro un’ambigua censura morale, si tende a nascondere che la situazione denunciata è risalente nel tempo e concerne responsabilità politiche ampiamente condivise e trasversali: riguardano, cioè, dirigenti di partito e amministratori di istituzioni pubbliche (Comune, ASL e Cosilam) – tanto nello schieramento dell’attuale maggioranza quanto in quello dell’opposizione – che nel recente passato avrebbero potuto e dovuto sollevare il velo di ignavia sulla gestione degli immigrati nel territorio cittadino. E che, invece, hanno preferito quasi sempre cavalcare l’equazione xenofoba tra immigrazione e criminalità comune. Ancora una volta, dunque, la nozione di colpa viene qui declinata con una chiara contaminazione giuridica del suo significato morale. Il concetto di colpa, in senso lato, indica infatti l’imputazione di un danno. Per questo gli antichi romani escludevano che vi possa essere colpa rispetto a se stessi: quis ex culpa sua damnum sentit, nont intelligitur damnum sentire. Il danno che ciascuno causa a se stesso per sua colpa non è giuridicamente rilevante. A tale principio rimanda, per contrasto, la nota massima :“chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, che dovrebbe costituire la divisa etica di ogni persona in buona fede.

 

*immigate sta per “immigrati gate”. Scandalo esploso a Cassino

sta per Immigrati gate…

 

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