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natale2015 450 min

natale2015 450 mindi Fausto Pellecchia (l’Inchiesta del 29 dic ’18) – Tra le più indigeste stupidaggini che affliggono un certo laicismo di maniera, c’è il grottesco tentativo di mistificare o di occultare il significato delle festività cristiane dietro una cortina di melense precisazioni pseudo-filologiche, presentate come la verità storica abilmente camuffata dalla Chiesa cattolica. Si va dalle dotte rievocazioni della datazione del Natale cristiano al 25 dicembre, che riecheggiano il “ Dies natalis Sol invictus” (il solstizio d’inverno) della romanità pagana, alle somiglianze con il culto di Mitra, risalente a più di mille anni prima di Cristo, perché sembra che entrambi prendano piede a Roma simultaneamente, a partire dall’imperatore Aureliano che, intorno al 274 d.C., fissò la data delle celebrazioni del dio Mitra nell’ultimo giorno dei Saturnali. Altri ancora sottolineano come la Chiesa, ortodossa orientale e slava, celebri il Natale il 6 e il 7 di gennaio, in coincidenza con l’Epifania, seguendo il calendario giuliano anziché quello gregoriano.

In questa saccente ostentazione storicistica non c’è nulla che possa illuminare il senso del Natale cristiano, e tanto meno il sedicente modo laico e non-confessionale di (non) parteciparvi, ovvero di tenersi a distanza dalle forme spettacolari nelle quali anche gli abitanti non-credenti o i diversamente-credenti dell’Occidente sono coinvolti. Eppure, il Natale cristiano non consegna al non-credente il compito di inverare le riflessioni del Perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce, che invitano a sussumere il cristianesimo tra i tratti salienti dell’identità culturale dell’Occidente. Piuttosto, proprio perché il pensiero e la cultura europeo-occidentale ( che oggi domina il mondo) sono costantemente sollecitati ad interrogarsi sul significato e sulle conseguenze di questo Evento, anche il non-credente dovrebbe sentirsi chiamato a cogliere il contenuto profano trasmessoci dalla liturgia della natività. Si può perciò condividere la requisitoria che Cacciari rivolge innanzitutto ai cristiani, rei di aver contraffatto e cancellato, con la retorica sentimental-consumistica del “vogliamoci bene” di circostanza, siglato dallo scambio di regali, il significato originale del Natale. La riflessione del filosofo veneziano prende di mira i cristiani che hanno addomesticato e surrogato con i feticci natalizi (i panettoni, la pubblicità, le tredicesime, le luminarie, ecc.) la possente rottura della nascita di Cristo che segna l’inizio dell’Evo a cui tutti, credenti e non-credenti, apparteniamo. Ancor più duro è il biasimo che meritano i cristiani che oggi tentano di innalzare quei feticci a contrassegni di un’identità culturale da salvaguardare polemicamente, aizzando allo “scontro di civiltà” con lo straniero e con la diversità delle culture: autentica catastrofe prodotta dalla confusione dei segni del Natale con il Natale dei segni, per la quale la promessa degli effimeri piaceri della festa sostituisce l’annuncio della gioia oltreumana di chi sa svuotarsi di ogni possesso, donando e donandosi senza contraccambio. Peraltro, la denuncia di questo capovolgimento dovrebbe colpire la simmetrica protervia di quei non-credenti che recitano, altrettanto ritualmente, una sterile lamentazione contro il consumismo delle festività natalizie dal quale si sentono più o meno inconsapevolmente travolti.

Nella Lettera a Diogneto, antico testo cristiano recuperato da Tommaso d’Arezzo nel 1436, si dice: «[I veri cristiani] vivono nella loro patria, ma come forestieri. […] Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Come l’anima è nel corpo, così i cristiani sono nel mondo. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo».
In questo senso, essi sono chiamati a replicare e rivivere l’inquietudine e lo straniamento che consegue alla nascita di Dio stesso nella carne dell’uomo, integralmente coinvolto nella sua storia, generato dal ventre di una fanciulla, nell’estrema indigenza di una stalla riscaldata dal calore degli animali che vi si allevano. Tutti, credenti e non-credenti, dovrebbero almeno prestare ascolto allo scandalo della “buona novella” che quel Bimbo reca al mondo nella sua inerme nudità, tra le pareti di una baracca, seminando angoscia tra i potenti e ridando speranza agli ultimi della terra. Non c’è nulla nella “novella” incarnata dal Neonato di una vergine israelita – assistita dall’amore sovrumano di un marito che non è il padre di quel Figlio – che possa compiacere i benpensanti. La vicenda della Sacra Famiglia appare piuttosto segnata dall’ infausto destino che l’accomuna ai latitanti o ai profughi, ai fuorilegge banditi dalla casa e dai parenti, esposti alle persecuzioni e alle “ruspe” del Potere. La sacra famiglia non ha nulla di familiare e di rasserenante: è abissalmente distante dagli agi domestici che la solennità del Natale sembrerebbe sublimare. Il Bimbo che viene al mondo nella notte, portandovi la luce della redenzione, ha già le stigmate dell’innocente votato all’umiliazione, al supplizio e alla crocefissione: alla morte riservata ai peggiori criminali.

Perciò, chiunque si senta toccato dalla notizia evangelica, dovrebbe corrispondere all’ altissima paupertas della divino-umanità di Gesù nella forma di una permanente tensione a trascendere la propria “troppo umana” umanità: non tanto attraverso la rinuncia ascetica al mondo e la mortificazione della carne, e tanto meno esiliandosi dai drammi della città dell’uomo, ma vivendo pienamente in essa come segno di contraddizione, contestando e sovvertendo i “valori” della cultura dominante.
Cristo assegna il primato della beatitudine ai «poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Matteo, 5,1-12). Lo “spirito di povertà”, infatti, è l’unica tra le beatitudini che, a differenza delle altre rivolte al futuro della speranza, concerne immediatamente il presente in cui viene pronunciata. Solo i poveri di spirito sono davvero beati già qui ed ora. Ma chi sono i “poveri di spirito”? Non semplicemente i poveri, i diseredati della terra, gli ultimi nella scala sociale, che pure vanno innanzitutto aiutati e sostenuti, alleviando l’inferno della loro disperazione. Tuttavia, si può essere materialmente poveri e coltivare dentro di sé l’invidia per chi è ricco e potente, recriminando sugli altri i propri fallimenti esistenziali. Costoro restano sordi alla “novità” del Natale, accecati dall’avidità frustrata che lascia solo il sembiante esteriore dell’umiltà. La loro disperata doglianza acuisce l’inferno intramondano in cui sono gettati. Al contrario, lo spirito di povertà appartiene a chi soffre della propria debolezza e dell’umana incapacità di metter fine alle pene altrui, a chi mobilita fino allo spasimo le proprie energie morali e materiali per alleviarle, sentendosi corresponsabile delle piaghe che affliggono il mondo. In questo senso, il “povero di spirito” abita già sempre – già ora, vivendo su questa terra senza appartenere ai valori che la pervadono – il “regno dei cieli”. L’altissima povertà, che la nascita del Bambinello annuncia, è quindi il pegno di una paradossale beatitudine, di un paradiso di felicità possibile già qui ed ora.

È questa la perfetta letizia che Francesco d’Assisi intendeva celebrare nel presepe di Greccio. Nel cap. VIII dei Fioretti, Francesco ammonisce il confratello Leone sul significato della “perfetta letizia”. A raggiungerla non basta l’esemplare santità di vita dei frati e neppure gli eventuali prodigi che essi che possono operare (ridare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, ecc.); non consiste nel possesso di conoscenze straordinarie in tutte le scienze mondane e nella rivelazione delle Sacre Scritture, e neppure nel dono della profezia e della capacità di penetrare nell’animo umano o nella capacità di convertire gli infedeli. Al contrario, conclude Fancesco: «Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. […] Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?” Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”». La beatitudine del “regno dei cieli” risiede in questo gioioso spossessamento di sé, nell’allegria di questo naufragio e nella piena condivisione della croce in mezzo all’infernale iniquità del mondo.

 

 

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ByIgnazio Mazzoli

Nato nel 1943. Fondatore e direttore di UNOeTRE.it. Risiede a Veroli in provincia di Frosinone. Lazio. Italia.

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