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Amicizia e Politica

FaustoPellecchia 350 minFausto PellecchiaDocente di Filosofia.

Per il ventennale di un dialogo politico tra amici, di Fausto Pellecchia docente unversitario di filosofia ha insegnato ermeneutica

FaustoPellecchia 350 minL’esperienza del giornale Unoetre.it, di cui quest’anno ricorre il ventennale, rappresenta un unicum nel panorama del Lazio meridionale. Non solo per la sua capacità di affrontare e dibattere nel suo spazio virtuale le problematiche emergenti che, di volta in volta, attraversano i diversi ambiti del territorio (istituzionale, socio-economico, politico-culturale); ma anche per la prospettiva critica che riesce a declinarli all’interno del perimetro più vasto e articolato delle vicende nazionali ed internazionali. L’intelligenza del progetto di Unoetre si deve, a mio parere, alla feconda saldatura tra le ragioni dell’amicizia che legano i componenti del nucleo redazionale e l’apertura senza pregiudiziali a una pluralità di voci e di punti di vista sulle questioni nodali che solcano la vita, le speranze e i drammi, delle nostre comunità.
In questo senso, Unoetre ha avuto il merito di recuperare e rilanciare il modello antico, eminentemente politico, dell’amicizia, come forma specifica delle relazioni umane, in grado di racchiudere pratiche di pensiero e di azione condivise. L’idea di amicizia che ha alimentato l’esperienza di Unoetre vuol essere dunque la ripresa di una categoria idealtipica attraverso cui poter indagare qualità e limiti della socievolezza umana. Essa comprende pertanto tipologie molteplici della relazione umana: oltre a quella comunemente intesa – la relazione amicale tra due o più amici – anche e soprattutto i legami sociali tra “cittadino” e “concittadino”, contribuendo a garantire, in seno al corpo sociale e alla sua organizzazione politica, un effettivo sentimento di appartenenza e di condivisione.
È con questo spirito che, nel formulare l’auspicio di lunga vita a Unoetre, ho voluto dedicare una breve nota sulla connotazione politica dell’amicizia nella filosofia di Aristotele.

 

Jacques Derrida ha scelto come leitmotiv del suo libro sull’amicizia (Politiche dell’amicizia) un motto sibillino che la tradizione attribuisce ad Aristotele e che nega l’amicizia nello stesso gesto con cui sembra invocarla: ‘o philoi, oudeis philos’, “o amici, non vi sono amici”. Questa apostrofe, trattenuta sul filo di una contraddizione performativa, sarebbe stata pronunciata da Aristotele sul letto di morte, circondato dai suoi allievi. L’esclamazione del “saggio morente” si trova riportata, tra gli altri in Montaigne e in Nietzsche che le affianca, in una paradossale complementarità, quella del “folle vivente”: “O nemici, non ci sono nemici!” (Umano, troppo umano). La fonte comune si trova nella biografia di Aristotele contenuta nelle Vite dei filosofi (V, 21) di Diogene Laerzio. Ma le edizioni moderne dell’opera recano un emendamento: al posto della frase in questione è riportata un’esclamazione in apparenza simile, ma il cui significato è nettamente diverso e assai meno paradossale: “Oi [omega con iota sottoscritto] philoi, oudeis philos”, “colui che ha (molti) amici, non ha nessun amico”. Peraltro, venuta meno la forma dell’invocazione, l’enunciato esprime un’affermazione che richiama espressamente le conclusioni del libro X dell’Etica Nicomachea. 20anni1e3it min
Se la frase – apocrifa secondo i filologi moderni – figura in Derrida nella sua forma originaria, non è certo per una negligenza linguistica, bensì perché è essenziale, alla strategia del suo libro, che l’amicizia sia, insieme, affermata e revocata in dubbio.
In questo senso, il gesto di Derrida rende possibile una ripresa e un approfondimento dell’intenzione di Nietzsche che tenta di coniugare il bisogno dell’amicizia con la sfiducia verso gli amici, per interrogare le radici politiche di un’amicizia senza comunità, indefinitamente aperta all’eventualità dell’ostilità e del conflitto.

In verità, Aristotele dedica all’amicizia un vero e proprio trattato, che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Qui compaiono una serie di tesi che sono state variamente rielaborate nella tradizione classica, da Cicerone a Seneca, da Petrarca a Montaigne, come, ad esempio, che non si può vivere senza amici, che occorre distinguere l’amicizia fondata sull’utilità o sul piacere dall’amicizia virtuosa, in cui l’amico è amato come tale, che non è possibile avere molti amici, che l’amicizia a distanza tende a produrre oblio, ecc.
Ma ben più significativo è un passo del trattato che contiene la base ontologica della teoria e ne dispiega le implicazioni politiche. A conclusione del libro IX (1170a 28-1171b 35), si legge:
«Colui che vede sente (aisthanetai) di vedere, colui che ascolta sente di ascoltare, colui che cammina sente di camminare e così per tutte le altre attività vi è qualcosa che sente che stiamo esercitandole, in modo che, se sentiamo, ci sentiamo sentire, e, se pensiamo, ci sentiamo pensare, e questo è la stessa cosa che sentirsi esistere: esistere (tò èinai) significa infatti sentire e pensare.
Sentire che viviamo è di per sé dolce, poiché la vita è per natura un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene.
Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce. Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l’uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all’amico: l’amico è infatti un altro sé stesso (heteros autos). E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere (to auton einai) è desiderabile, così – o quasi – è per l’amico.
L’esistenza è desiderabile perchè si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione (aisthesis) è in sé dolce. Anche per l’amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell’avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo. […] L’amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, così anche per l’amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere (aisthesis oti estin) è desiderabile, così sarà anche per l’amico».

Aristotele enuncia in questa densa pagina le sue tesi di ontologia in modo più succinto e perentorio che altrove.

a) Vi è una sensazione dell’essere puro, una aisthesis dell’esistenza.
Aristotele lo ripete più volte, mobilitando il vocabolario tecnico dell’ontologia: aisthanometha oti esmen, aisthesis oti estin: l’oti estin è l’esistenza il quod est – in quanto opposta all’essenza (quid est, ti estin). È una decisa anticipazione della tesi nietzschiana secondo cui: “Essere: noi non ne abbiamo altra esperienza che vivere”.
Un’affermazione analoga, ma più generica si può leggere anche in De An. 415b 13: “Essere, per i viventi, è vivere”.)

b) In questa sensazione di esistere, insiste un’altra sensazione, specificamente umana, che ha la forma di un con-sentire (synaisthanesthai) l’esistenza dell’amico. L’amicizia è l’istanza di questo con-sentimento dell’esistenza dell’amico nel sentimento dell’esistenza propria.

c) Ma questo significa che l’amicizia ha un rango ontologico e, insieme, politico.

La sensazione dell’essere è, infatti, già sempre divisa e con-divisa e l’amicizia nomina questa condivisione. Non si tratta di intersoggettività, intesa come relazione fra soggetti. Si dovrebbe parlare piuttosto di un’empatia originaria: l’essere stesso è diviso, è non-identico a sé, e l’io e l’amico sono le due facce – o i due poli – di questa con-divisione. L’amico è, per questo, un altro sé, un heteros autos. La traduzione latina – alter ego- per quanto ormai consolidata nella tradizione, può essere fuorviante.

Il greco – come il latino – ha due termini per dire l’alterità: allos (lat. alius) è l’alterità generica, heteros (lat. alter) è l’alterità come opposizione fra due, l’eterogeneità. Ma il latino ego non traduce esattamente autòs, che significa “se stesso”.L’amico non è un altro io, ma una alterità immanente alla ipseità, un divenir altro dello stesso. Nel punto in cui io percepisco la mia esistenza come dolce, la mia sensazione è attraversata da un con-sentire che la disloca e deporta verso l’amico, verso l’altro stesso.
Si comprende perciò come “amico” non possa essere un predicato reale, che si aggiunge a un concetto per iscriverlo in una certa classe. In termini moderni: “amico” è un esistenziale e non un categoriale.
Ma questo esistenziale – che come tale non è concettualizzabile – è attraversato tuttavia da un’intensità che lo carica di qualcosa come una potenza politica. Questa intensità è espressa dal syn, il “con” che divide, dissemina e rende condivisibile – anzi, già sempre condivisa – la stessa sensazione, la stessa dolcezza di esistere.

d) Che questa condivisione abbia, per Aristotele, un significato politico, è implicito in un passo del testo che abbiamo appena commentato: «Ma allora anche per l’amico si dovrà con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere (syzen) e nell’avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo».
Il verbo nemo è ricco di implicazioni politiche, basti pensare al sostantivo derivato: nomos. Esso significa al medio anche “aver parte”, e l’espressione aristotelica potrebbe valere semplicemente “aver parte allo stesso”.
Essenziale è, in ogni caso, che la comunità umana venga qui definita, rispetto a quella animale, attraverso un convivere (syzen acquista qui un significato tecnico) che non è definito dalla partecipazione a una sostanza comune, ma da una condivisione puramente esistenziale e, per così dire, senza oggetto: l’amicizia, come con-sentimento del puro fatto di essere. Gli amici non condividono qualcosa (una nascita, una legge, un luogo, un gusto): essi sono con-divisi dal sentimento partecipe dell’esistenza dell’altro. Per questo, ’amicizia è una condivisione che precede ogni divisione, perché per essa che si spartisce è il fatto stesso di esistere, la vita stessa. Ed è appunto questa spartizione senza oggetto, questo con-sentire originale che costituisce la politica.
Come questa essenziale sinestesia politica sia divenuta nel corso del tempo il consenso a cui affidano oggi le loro sorti le democrazie nell’ultima, stremata fase della loro evoluzione, appartiene alla storia che stiamo ancora vivendo.

 

 

 

 

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