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Le amnesie di Massimo Cacciari

 I suoi interventi polemici gli hanno valso la popolarità, assai poco invidiabile, di uno “Sgarbi di sinistra”

Massimo Cacciari 370 mindi Fausto Pellecchia – Com’è noto, Massimo Cacciari è l’unico filosofo italiano (se si eccettua qualche sporadica presenza di Umberto Galimberti) che sia diventato un volto televisivo, in qualità di ospite fisso nelle trasmissioni di approfondimento politico con maggiore audience. Cacciari è infatti sistematicamente invitato da Bianca Berlinguer (#Cartabianca) e da Lilli Gruber (otto-e-mezzo) a discutere sui temi emergenti dell’attualità politica. La giustificazione simbolica di questa ricorrente partecipazione rimanda alla figura del “centauro” che egli è chiamato a impersonare: una testa pensante, da filosofo accademico e da finissimo intellettuale, impiantata sul corpo di uno scalpitante destriero di attivista politico, in progressivo “scartamento” dalla sinistra verso il centro liberaldemocratico.

Cacciari, infatti, è stato più volte sindaco di Venezia (1993-2000 e 2005-2010): transitato dalle schiere dell’operaismo sessantottardo sugli scranni parlamentari del PCI, fu eletto all’europarlamento con i Democratici dell’Ulivo, per passare successivamente nella Margherita rutelliana e infine nel PD fino al 2010, anno in cui fondò l’aggregazione neocentrista Verso il Nord, equidistante dal PD e dal PDL berlusconiano, che ebbe tuttavia scarsissime fortune elettorali.

Abbandonata la politica militante, è chiamato a recitare il ruolo televisivo dell’opinionista indipendente, voce critica e progressista che sfida liberamente i conformismi e i crampi ideologici, sia della destra più becera che del radicalismo di sinistra. L’irruenza, al limite dell’insofferenza, che caratterizzano i suoi interventi polemici gli hanno valso la popolarità, assai poco invidiabile, di uno “Sgarbi di sinistra”. Ma proprio questa veste di “bastian contrario” a cui lo costringe la parte in commedia nei talk show, lo induce talvolta a sbandate di incoerenza o a forme di oblio che lasciano perplessi.

Recentemente, ad esempio, Cacciari si è scagliato, peraltro con argomenti assolutamente condivisibili, contro il disegno di legge costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari (da 630 a 400 per i deputati e da 315 a 200 per i senatori) approvato con amplissima maggioranza nell’ottobre dell’anno scorso. Intervistato, qualche settimana fa, nel salotto di Bianca Berlinguer, Cacciari ha bocciato con intransigenza il testo della legge, che avrebbe, a suo parere, «una valenza puramente demagogica», impostato com’è unicamente sul risparmio di spesa corrente. «Ma allora – ha concluso il filosofo – mandateli a casa tutti, eleggiamo un consiglio d’amministrazione con un amministratore delegato! Superiamo la democrazia parlamentare. Come se i parlamenti fossero superflui… Questa logica sta massacrando la democrazia liberale un po’ in tutto il mondo».

Quel che sorprende, in questo severo grido di allarme per le sorti della democrazia, è il malizioso tentativo di minimizzare l’esplicito consenso che egli concesse all’analoga manovra contenuta nella riforma Renzi-Boschi e poi naufragata con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Pur lasciando ancora trapelare le sue simpatie per il leader di Italia Viva, Cacciari ha precisato : «Il taglio dei parlamentari era già presente anche nei tentativi di riforma di Renzi e poteva andare benissimo ma all’interno di una riforma di sistema». Un velo di oblìo – o forse di residuo pudore- ha indotto il filosofo a sorvolare sul contesto politico che precedette e caratterizzò l’iter del confronto referendario. Infatti, già le riserve avanzate da illustri giuristi (come Alessandro Pace e Fulco Lanchester ), favorevoli all’ipotesi di “spacchettamento” dei quesiti referendari, erano motivate dalla sostanziale “disomogeneità” di quel disegno di legge. Ipotesi che, in un primo tempo, incontrò un certo interesse in una parte del M5S e dei radicali, poi anche della minoranza del PD, nonché in componenti della stessa maggioranza renziana. Prevalsero, tuttavia, ragioni procedurali [l’art.138 della Costituzione non ammette la possibilità di sottoporre a referendum confermativo solo parti della legge approvata dalle camere, come nei referendum abrogativi] e, soprattutto, l’ambizione renziana di trasformare la consultazione referendaria in un plebiscito sull’operato del governo. Si stabilì perciò di votare su un unico quesito, che, diversamente dal ricordo che ne serba Cacciari, era anch’esso manifestamente ispirato alla demagogia populista del «contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni». All’epoca, infatti, il filosofo veneziano, convinto estimatore delle proposte avanzate nelle riunioni della Leopolda di Matteo Renzi, si schierò apertamente per il Sì – sia pure, con vezzo montanelliano, “turandosi il naso”, tanto per mantenere il consueto profilo di intellettuale critico.

Forse, almeno con il senno di poi, un pur cauto cenno di autocritica avrebbe reso più comprensibile il senso della sua preoccupazione odierna.
A tutt’altro registro, più squisitamente socio-culturale, appartengono invece le sue recenti dichiarazioni -rese nel corso di un’intervista sul giornale Avvenire- concernenti l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Anche in questo caso, le sue perentorie osservazioni hanno una legittimità e una fondatezza teorica apparentemente incontestabile: «sarebbe civile che in questo Paese – sostiene il filosofo- si insegnassero nelle scuole i fondamenti elementari della nostra tradizione religiosa. Sarebbe assolutamente necessario battersi perché ci fosse un insegnamento serio di storia della nostra tradizione religiosa. Lo stesso vale per le università; sarebbe ora che fosse permesso lo studio della teologia nei corsi normali di filosofia, esattamente come avviene in Germania. La religione, dunque, al pari della lingua italiana o della matematica. Non può essere un optional…[…] non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. […] Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi».

E qui, l’utopia pedagogica di Cacciari si tiene a braccetto con la rimozione delle condizioni reali in versa la scuola italiana – persino per l’insegnamento delle materie curriculari come la letteratura italiana o la matematica. Per quanto riguarda specificamente l’ora di religione, Cacciari dimentica che la formazione dei docenti è attualmente sottoposta alle disposizioni della CEI e viene conseguita frequentando i corsi delle Università pontificie o di istituzioni scolastiche paritarie, gestite e controllate dalle diocesi ecclesiastiche. Pertanto essa conserva un taglio prettamente confessionale, nient’affatto storico-culturale o filosofico-teologico. Rendere obbligatoria l’ “ora di religione” così come viene attualmente insegnata significa perciò, di fatto, compromettere o manomettere nei ragazzi la legittima esigenza di conoscenza nell’ambito della scienza e della storia delle religioni, propinando loro un surrogato di catechesi cattolica a buon mercato. Ed anzi, visti gli esiti assai poco edificanti che l’insegnamento facoltativo della religione cattolica attualmente consegue, una vera riforma della scuola dovrebbe prevederne la soppressione. Soluzione che, tra l’altro, avrebbe il merito di liberare finalmente i dirigenti scolastici dalla penosa elaborazione di un calendario delle lezioni che renda effettivamente praticabile il carattere facoltativo di questo insegnamento strutturalmente “anomalo”e in palese contrasto con la laicità della scuola pubblica.

 

 

 

 

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