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Primo Maggio, tante fragilità e incertezze che invocano risposte

Primo maggio 2022 390 min

PRIMO MAGGIO 2022

L’orizzonte per uscire delle povertà nel mondo si fa sempre più incerto

di Ermisio Mazzocchi
Primo maggio 2022 390 minPrimo Maggio. Una giornata dedicata al “lavoro”, oggi in una prospettiva del tutto incerta e fosca.
L’orizzonte delle povertà nel mondo si fa sempre più profondo. Una povertà che si estende a macchia di leopardo su tutto il mondo, da nord a sud.
La guerra russo-ucraina con tutte le sue implicazioni, dal rincaro dei prezzi energetici al blocco di due tra i più grandi produttori agricoli del mondo, provocherà effetti devastanti.
Alla fine del 2022 ci saranno 827 milioni di persone in povertà estrema, il 10,5% degli 8 miliardi di abitanti del pianeta. Una condizione che è il risultato dei profondi sconvolgimenti che hanno investito l’intero mondo in questi ultimi decenni, aggravati e accelerati dal Covid e dalla guerra.

Il periodo di storia che attraversiamo è caratterizzato dalla perdita di ogni significato e di ogni funzione degli schemi precedenti. Il mondo del lavoro, delle qualifiche professionali non ha più la valenza di quella che aveva nell’ottocento e per tutto il novecento.
E le stesse disuguaglianze hanno segmenti dissimili nelle diverse parti del pianeta. I rapporti economici si sono spostati su altri livelli senza confini e senza ostacoli.
Le disuguaglianze sono cresciute, le libertà sono a rischio, nasce un nuovo schiavismo, nuove egemonie culturali si impongono. Le trasformazioni tecnologiche che riducono la manodopera, e lo sviluppo dei sistemi di automazione dei meccanismi di informatica aprono nuovi e inediti scenari nei rapporti di lavoro e delle opportunità di lavoro.
Si espandono fenomeni di cresciuta divaricazione fra ristrette fasce di lavoro sempre più qualificato e tutta un’area in cui lavoratori dotati di alta professionalità e di una cultura polivalente svolgono mansioni molto dequalificanti.

E l’Italia non ne è immune e si trova a un bivio nelle scelte per il futuro delle nuove generazioni.
L’Istat prevede che per il 2022 i lavoratori perderanno cinque punti di potere di acquisto. L’indice dell’inflazione corre verso il 6% e aumentano le difficoltà a sostenere le spese essenziali. I rincari rallentano la ripresa e il ritorno al pre-pandemia.
Si allarga la povertà assoluta con l’inflazione che è la tassa dei poveri per eccellenza ed erode il potere d’acquisto soprattutto di chi ha più bisogno. Se quest’anno i prezzi volassero al +6% (il governo stima +5,8%), l’Italia conterebbe un milione di poveri assoluti in più, equivalenti a oltre 400 mila famiglie risucchiate dall’incapacità di affrontare il giorno dopo giorno, dal caro bollette al caro spesa.

L’inflazione colpisce soprattutto i lavoratori dipendenti, che ricevendo un reddito fisso non possono adeguare le proprie entrate in base all’andamento dei prezzi in particolare di quelli alimentari ed energetici.
Un panorama del lavoro inquietante, che pone questioni difficili e complesse.
Ma sono anche questioni che possono avere risposte diverse a seconda dei fini che ci si propone e delle prospettive che si scelgono per il paese, in un ambito non eludibile, come quello dell’economia globale e dello stesso lavoro globale. Una condizione che non ha unificato, ma ha parcellizzato il lavoro.

Non ci sono frontiere al mercato del lavoro, ma il rischio è che non ci siano più garanzie per nessuno, il che comporta una feroce lotta tra gli aspiranti al lavoro.
Si è ripresentata la lotta tra poveri, anche se la qualifica è di alta professionalità, medico, ingegnere, architetto, informatico e altro.
Le multinazionali che gestiscono le reti della produzione globale, in cui i singoli segmenti della produzione, prima di tutto la mano d’opera, vengono trasferiti nei luoghi in cui costano meno, sono i moderni artefici della emarginazione di milioni di persone, dello sfruttamento, di squilibri territoriali.

Un dirigismo centralistico invisibile, che interviene secondo esigenze di un mercato non più circoscritto a porzioni di territorio, ma su tutta l’area del mondo, cambiando le regole del rapporto di lavoro e mettendo le garanzie occupazionali in stato di sofferenza.
Si aprono contraddizioni profonde che mettono in evidenza l’affermarsi di un modello uniformemente individualista e di mercato. I mutamenti sono profondi e ancora non del tutto esplorati in cui la complessità e la velocità dei cambiamenti che caratterizzano la società impegnano tutti a misurarsi con la comprensione degli effetti dal punto di vista sociale, economico, produttivo.

Sono sfide che la politica e le forze sindacali dovranno affrontare con nuovi e diversi parametri di intervento, in grado di promuovere una politica economica, che favorisca l’incontro tra la domanda e l’offerta del lavoro, trovando la via di mezzo tra tutela del lavoratore e dell’azienda. E’ evidente che l’inflazione impatta anche sui lavoratori che poveri non sono, ma che quest’anno riceveranno salari più leggeri.
Si profila uno scontro durissimo tra Governo e Confindustria che interessa il futuro dei lavoratori italiani.
Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha affermato che gli aiuti alle imprese contro il caro energia siano subordinati al rinnovo e all’adeguamento dei contratti perché senza un aumento dei salari dei lavoratori ci sarà una crisi sociale e una drammatica caduta della domanda.
La reazione degli industriali è stata violenta in quanto hanno ritenuto questa proposta un ricatto.

Sembra evidente che non ci sia nessuna volontà da parte del mondo imprenditoriale di trovare una soluzione alla crisi che investe il paese per gli effetti della pandemia e del conflitto russo-ucraino e che ancora una volta si voglia scaricare sui lavoratori le tante difficoltà.
Non si può negare che in Italia i salari sono i più bassi d’Europa e sono bloccati e che quindi occorrono riforme strutturali. E a oggi sono scaduti contratti per sette milioni di lavoratori e il part time e il precariato dilagano.
La consapevolezza di cambiamenti così drastici causati dai recenti avvenimenti può favorire la ricerca di modelli diversi di sviluppo per dare sicurezza di lavoro, sostenendo la riforma fiscale, per combattere il precariato, incentivare l’innovazione e nuovi processi produttivi.

Il PD, che con i suoi novantasette Agorà sul tema del lavoro ha voluto aprire un confronto e presentare le sue proposte, deve porre al centro della sua politica riformista la questione del lavoro. Ha di fronte a sé un percorso per recuperare un consenso nel mondo del lavoro, degli operai del nord come del sud, lasciati spesso in balia dei richiami della destra populista e nazionalista.
Il Partito Democratico non può eludere questo problema consapevole che il partito della destra italiana, Fratelli di Italia, è il primo partito e ha un forte consenso in aree ad alta concentrazione operaia. Il risultato della destra francese di Le Pen dovrebbe aprire una riflessione più del dovuto.
Il carico di responsabilità del PD deve comportare necessariamente una iniziativa più marcata e mirata volta a un più ampio coinvolgimento del mondo del lavoro.

Non bastono gli Agorà.
Occorre immettere, sulla scena delle rivendicazioni, del progresso, delle uguaglianze, dei diritti, i lavoratori e renderli protagonisti di una lotta contro il corporativismo, l’egoismo, l’integralismo, strumenti di un facile populismo che divide e fiacca le spinte progressiste e democratiche.
Una sfida che la sinistra non è stata in grado ancora del tutto di raccogliere e vincere.
Essa e lo stesso PD, che ne dovrebbe essere il maggiore rappresentante, deve scegliere con decisione la lotta per il lavoro e svolgere con determinazione il suo ruolo di forza progressista e riformista.
Il Primo Maggio di questo anno 2022, che cade in un momento di grande tensione mondiale, sparso di conflitti sociali e bellici, e della storia dell’Italia, è più critico e incerto per il suo futuro, deve rappresentare una presa di coscienza delle vie nuove e dei passaggi da costruire per la conquista dei diritti fondamentali per gli uomini e tra questi, prioritario, il lavoro.

Ermisio Mazzocchi, 30 aprile 2022

 

 

 

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Ermisio Mazzocchi

ByErmisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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