1° Maggio: Lavorare tutti, lavorare meno

storie in centrifuga 390 minIn omaggioi alla lotta dei lavoratori della Whirlpool di Napoli

 PRIMO MAGGIO 2022

Ma ci si può fermare un momento? È davvero questa la vita che vogliamo?

di Rossana Germani*
storie in centrifuga 390 minSi vive di lavoro, si vive per il lavoro, si muore di lavoro e si muore per mancanza di lavoro.
È chiaro a tutti che bisogna lavorare per poter vivere in modo dignitoso e soddisfare, quindi, principalmente i bisogni primari e poi, magari anche per dare un po’ di soddisfazione alle proprie passioni. Ma per queste ultime occorre il tempo, e il tempo non si ha a disposizione se si deve lavorare. Insomma, è un cane che si morde la coda e così è un bel problema vivere anche per chi ha un lavoro che uccide i desideri e i sogni irrealizzabili per mancanza di tempo.

Ma di lavoro si muore anche fisicamente. Ci siamo quasi abituati a sentire di queste notizie. Il lavoro che uccide chi fa turni con orari estremi e in condizioni ambientali impossibili da sopportare per i meno “resistenti”, e poi c’è il lavoro considerato sicuro anche se spesso non vengono rispettate le norme sulla sicurezza sul lavoro. Colpa del datore di lavoro che punta sempre al massimo profitto aggirando alcune norme sulla sicurezza, o del lavoratore stesso che, facendo tutti i giorni, quasi meccanicamente, come un automa, gli stessi movimenti e le stesse operazioni, si abitua anche al rischio, al pericolo, e forse non rispetta tutti i protocolli. Ma questo è molto difficile da stabilire e, comunque, diciamolo chiaramente che il lavoratore non ha mai delle colpe. La colpa vera è del sistema che ci obbliga a “fare fare fare”, sempre più, sempre più velocemente e sempre più come se quel prodotto o servizio fosse fondamentale per la sopravvivenza del genere umano.

E poi c’è la concorrenza da battere. Con la globalizzazione questa corsa è aumentata. E allora ecco che gli imprenditori, per lo più i grandi imprenditori, le multinazionali, ad esempio, che ci mettono un attimo a chiudere uno stabilimento per riaprirlo dove ci sono meno costi di manodopera. Porto come esempio la Whirlpool perché ne conosco bene la vicenda avendo scritto un libro, insieme a Lorenzo Rossomandi, sulle storie degli operai del sito di Napoli (“Storie in Centrifuga – Napoli non molla”).
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Raccontiamo le storie di vita quotidiana di alcuni di quegli operai traditi dalla loro fabbrica che chiamavano “mamma Whirlpool”. Raccontiamo storie romanzate degli operai che vivevano bene la loro vita lavorativa che spesso era amalgamata alla loro vita privata.
Il loro è un esempio di chi aveva un lavoro, lo amava (cosa rara a dir la verità) e lo ha perso.
Perdere il lavoro è sempre un dramma, ma perderlo nel napoletano è qualcosa di ineguagliabile. Lavorare in quella fabbrica rappresentava poter vivere senza farsi assorbire all’illegalità.
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Lui è Vincenzo Accurso, che fa parte della RSU dei lavoratori della Whirlpool di via Argine a Napoli.
Non è un buffone Vincenzo, no! Vincenzo è solo un uomo che lavorava in una multinazionale che poi ha deciso di delocalizzare dopo aver approfittato di ammortizzatori sociali e di tutti gli incentivi che il nostro governo aveva concesso pur di far continuare la produzione nel Napoletano.
Ma anche qui è arrivato Giuda e ha condannato tutti quei lavoratori, 320 più un migliaio dell’indotto, alla crocifissione. Vincenzo è il simbolo della lotta, della resistenza e dell’opposizione ad un sopruso fatto a scapito di tutti quei lavoratori ma anche all’Italia intera visto che la multinazionale è rimasta impunita disattendendo agli accordi presi con il nostro governo e i con i sindacati.

Conosciamo il lavoro come unica speranza di vita, conosciamo il lavoro che ti toglie la vita, ma conosciamo anche e il lavoro che non ti permette di vivere la tua vita, il tuo tempo.
Io credo che bisognerebbe fermarsi un attimo e tornare all’essenziale.
Perché si deve lavorare per la maggior parte della giornata? Perché non proviamo a lavorare tutti e lavorare meno? Risolveremmo due problemi in un colpo solo: quello della disoccupazione e quello dell’insufficiente tempo libero.
Lo so che i miei sono, forse, discorsi utopistici, ma io sono fatta così. Vorrei davvero che potessimo vivere in modo più armonioso tra noi tutti ed avere più tempo libero per vivere veramente, perché non si può, a mio avviso, vivere per lavorare o lavorare troppo per vivere. Credo invece che un giusto compromesso sia necessario per non sprecare questa meravigliosa botta di fortuna che ci è capitata: la vita.

Il progresso tecnologico ha portato ad alleggerire il lavoro umano e, con sempre più robot, si sarebbe dovuto arrivare a sostituire l’uomo nelle fasi produttive e invece non è proprio così. Ci sono sempre quelle 8 ore che rubano tempo prezioso.
Ma se pensate che sia un’utopia lavorare meno per lavorare tutti, vi sbagliate. I Paesi più lungimiranti stanno andando verso quella direzione. La Finlandia ha ridotto la settimana lavorativa a 4 giorni ormai da anni e i risultati sono positivi. La produzione è addirittura aumentata come pure la soddisfazione dei lavoratori, naturalmente. Stessa strada hanno preso la Spagna e la Svezia e anche la Germania e la Francia sono orientate in quella direzione abbassando l’orario di lavoro o accorciando la settimana lavorativa mantenendo sempre lo stesso stipendio.

Addirittura nel rigoroso Giappone, la Microsoft, facendo lavorare soli 4 giorni a settimana i suoi dipendenti, ha visto schizzare la produttività e ridurre le spese ad esempio di energia o carta. E questo proprio perché sono migliorate le “prestazioni” dei lavoratori che sono meno stressati e più felici avendo migliorato la qualità della propria vita con più tempo per dedicare agli hobby o comunque alla propria vita privata.
E da noi in Italia? Quando riusciremo a fare nostro questo modello di lavoro?

Bisognerebbe cercare di ribaltare questi concetti: “Il lavoro come unica speranza di vita, il lavoro che ti toglie la vita e il lavoro che non ti fa vivere”. Bisognerebbe cercare di arrivare ad un giusto compromesso.
Ma ci si può fermare un momento? È davvero questa la vita che vogliamo?
Qualche giorno fa ho visto un documentario su una piccola comunità di indigeni che vivono isolati in un’isoletta sperduta nel Pacifico. Non avevano nulla di tutti i beni di consumo che siamo abituati ad avere noi, eppure li hanno descritti come persone felici. Certo, la loro aspettativa di vita non supera i 65 anni ma quei 65 anni li vivono pienamente godendo di ogni singolo secondo, insieme, in comunità, senza far altro che procurarsi il pesce per sfamarsi e l’acqua per dissetarsi.

Mi chiedo se non sia il caso di fermarsi un po’ invece di continuare questa corsa che ci sta portando verso l’autodistruzione.

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

 

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ByRossana Germani

Rossana Germani nata a Sora il 5 Maggio 1975. Amante della scrittura, prima ancora che della lettura, ho coronato il mio sogno pubblicando il libro "Storie in centrifuga - Napoli non molla!" scritto insieme a Lorenzo Rossomandi.Sono a bordo della redazione di CiesseMagazine dove scrivo articoli e curo anche la rubrica di cultura, libri e poesia. Collaboro con UNOeTRE.it

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