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L’antitesi della Formica e della Cicala

la cicala e la formica Le nostre opinioni minLa cicala e la formica viste da un bambino ©Le nostre opinioni

CULTURA. PENSIERO

Numerose varianti che alludono a contrastanti insegnamenti morali

di Fausto Pellecchia

1. L’amore che fa parlare e cantare

la cicala e la formica Le nostre opinioni minL’antitesi della cicala e della formica ha avuto numerose varianti che alludono a contrastanti insegnamenti morali, a seconda che il primato venga assegnato all’uno ora all’altro dei due animaletti.

Un mio fraterno amico, nato sulle rive dell’Ellesponto – che, celiando sulle sue origini, diceva di essere la reincarnazione di Diomede, il fido compagno di Ulisse e suo complice nell’escogitazione del cavallo di Troia- nei lunghi pomeriggi estivi trascorsi insieme sulle isole dell’Egeo era particolarmente affascinato dalla partizione corale del canto delle cicale. È stata la sua prorompente, stravagante vivacità intellettuale, che lui stesso, con affabile autoironia, definiva “idioritmica”, a sollecitare la rivisitazione del mito platonico delle cicale. E a farne lo straordinario controcanto etico-esistenziale della consueta celebrazione della formica, icona dell’umiltà e dell’indefessa laboriosità, che Jean La Fontaine, alle soglie della modernità, ha tratto da Esopo e divulgato in forma favolistica.

L’archetipo mitologico che antepone la cicala alla formica trova nel Fedro di Platone la sua più persuasiva motivazione. Due amici conversano sull’amore e sulla bellezza, durante la siesta al canto delle cicale, e ci propongono di concepire l’anima umana come un traino alato tra desideri contrari. È un colloquio un po’ sconclusionato tra due amici che passeggiano fuori delle mura cittadine nella campagna ateniese in una calda giornata estiva. Socrate e Fedro discorrono liberamente sia a proposito dell’amore, della follia, della passione, della bellezza e dell’arte, sia della siesta e del canto delle cicale. Ma leggere (o rileggere) il Fedro di Platone significa soprattutto rituffarsi nel cuore stesso degli interrogativi più decisamente esistenziali della filosofia platonica che concernono la questione del senso dell’esistenza.

La cosa non è, del resto, così consueta in quelle opere che per comodità vengono denominate i «dialoghi» di Platone. Il Fedro fa intervenire soltanto due personaggi: Fedro – del quale non si sa se sia realmente esistito –, e Socrate, il suo amico. Insieme cominciano ad evocare un discorso sull’amore pronunciato dal sofista Lisia, che ha incontrato un clamoroso successo e che, tuttavia, ha destato così profonda meraviglia in Fedro da suscitargli il desiderio di impararlo a memoria per poterlo recitare a memoria. Socrate ironizza: Lisia sa davvero che cos’è l’amore? La parola, cioè il logos, serve forse a stupire gli altri mediante le tecniche e gli artifici retorici o non ha piuttosto il fine di farci conoscere la verità? Ma la questione del valore del discorso permette soprattutto ai due interlocutori di interrogare la natura di ciò che è realmente degno di essere amato.

2. Il mito del cocchio alato e l’apologia della cicala

In realtà, per Socrate, siamo fondamentalmente attratti verso la divinità e l’immortalità, anche se questo slancio si trova sempre più o meno contrastato. Infatti, l’anima umana è essenzialmente contraddittoria, in sé «divina e altrettanto umana», mortale e immortale, celeste e terrestre. Per comprendere meglio questa natura intermedia, Socrate propone di rappresentarla «come una potenza composta per natura da un cocchio alato e da un cocchiere», che deve guidare sia un buon cavallo, attratto dalle altezze celesti dove abitano gli dei, sia un cavallo ribelle che tira in direzione contraria e vorrebbe trascinare l’equipaggio verso la terra. Il ruolo dell’auriga risulta quindi ingrato e difficile, perché è combattuto tra il cavallo motore che rappresenta la parte nobile di noi stessi dotata di una forza di sollevamento, e l’altra che ci carica con la sua pesantezza e la sua inerzia, e che quindi ci impedisce di abbandonarci alla contemplazione dei cieli. Questo è il quadro strutturale della condizione umana.

È in questo contesto che si inserisce un altro mito, situato poco dopo al centro del dialogo, a proposito delle cicale. Rompendo il filo della discussione, Socrate comincia improvvisamente a evocare le cicale che «cantano al di sopra delle nostre teste», che «conversano tra loro» ma che «volgono su di noi lo sguardo».

Segue una breve genealogia celeste delle cicale: «Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che vissero prima che nascessero le Muse. Ma quando nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo furono colpiti dal piacere al tal punto che, continuando a cantare, trascuravano cibi e bevande, e senza accorgersene morivano. Da loro nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse ricevette il dono di non aver bisogno di cibo fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e così fino alla morte e, dopo, di andare dalle Muse ad annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di loro onori […] Della più anziana, Calliope, e di quella che viene dopo di lei, Urania, portano notizia quelli che trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che è loro propria. Sono queste che, più di tutte le Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini ed umani, mandano un bellissimo suono di voce. Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno bisogna parlare e non dormire.»

Infine, Socrate ammonisce: se queste cicale ci vedessero cedere alla pigrizia, abbandonarci al loro canto e fare la siesta, precisa Socrate, allora «avrebbero il diritto di ridere di noi» perché ci comporteremmo come animali; ma «se, al contrario, ci vedono conversare e restare insensibili alle loro lusinghe […] allora, compiaciute del nostro atteggiamento, ci accorderanno senza esitazione il privilegio che gli dei permettono loro di accordare agli uomini». Di che privilegio si tratta? Per l’appunto della facoltà di godere del più alto piacere al quale possiamo aspirare, ovvero il piacere della conversazione che ci solleva al di là della nostra natura mortale e corporea per accedere al pensiero puro. Socrate, perciò, conclude: «abbiamo dunque, come vedi, mille ragioni per parlare e per non cedere al torpore meridiano»

3. La formica e la sublimazione della forza-lavoro

Radicale è stato il capovolgimento dei valori operato da Jean La Fontaine che, prendendo spunto dalla favola di Esopo, sembra celebrare nella formica il simbolo originario dell’ideologia capitalistica. Durante l’estate la formica lavora duramente, mettendo da parte le provviste per l’inverno. Invece la cicala tutto il giorno non fa altro che cantare. Arriva l’inverno e la formica, poiché aveva trascorso l’estate accumulando molto cibo, ha di che nutrirsi. Allora la cicala, spinta dalla fame, va dalla formica a chiederle di darle qualcosa da mangiare. La formica le chiese: «Io ho lavorato duramente per accumulare tutto ciò; tu invece, che cosa hai fatto durante l’estate?» «Ho cantato» rispose la cicala. La formica allora esclamò: «E allora adesso balla!»

Una variante senz’altro più conciliante, nella forma di un felice compromesso, si trova nella versione di Michel Piquemal:
«Quell’anno la formica sentì che sarebbe stato un inverno rigido, così durante la bella stagione, lavorò duramente per farsi delle belle provviste. Nel cuore dell’estate faceva un caldo insopportabile e la formica era quasi sul punto di scoraggiarsi. Fortunatamente la sua amica cicala cantava: questo le dava coraggio e sollevava le sue pene. L’inverno fu effettivamente terribile, con burrasche e un vento glaciale. La formica si ricordò allora alla sua amica cicala, che non era stata previdente, ma aveva cantato per la felicità di tutti. Qualcuno del villaggio diceva che era una scervellata. Se ora moriva di fame, peggio per lei! Ma la formica non nutriva rancore. La cicala aveva una voce talmente bella che sarebbe stato un crimine impedirle di cantare. La formica perciò raccolse un grande sacco di provviste e lo portò all’amica. Per ringraziarla, la cicala cantò, solo per lei, una delle sue canzoni più belle!»

Infine, va citata la notevole variante di Gianni Rodari che, a sua volta, reinterpreta e trasforma la versione di Piquemal con una vena di sottile ironia:
«Chiedo scusa alla favola antica/ se non mi piace l’avara formica./ Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala./ […] Ho visto una formica/ in un giorno freddo e triste/ donare alla cicala/ metà delle sue provviste./ Tutto cambia: le nuvole,/le favole, le persone./La formica si fa generosa:/ È una rivoluzione!»

 

 

 

 

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