Quale identità per il PD?

Ermisio Mazzocchi

ByErmisio Mazzocchi

3 Ottobre 2022 ,
partito democratico bandiera350 250

PD. IL CONGRESSO STRAORDINARIO

Il Congresso del PD, annunciato da Letta, è necessario e indispensabile

di Ermisio Mazzocchi
partito democratico bandiera350 250E’ il quarto congresso dalla fondazione del PD avvenuta nel 2007. Tutti si sono svolti secondo la modalità delle primarie.
Da allora a oggi si sono succeduti ben 11 segretari nazionali vale a dire uno ogni 15 mesi e nessuno ha portato a termine il proprio mandato.

Nelle elezioni del 2008 il PD ottenne il 33,1% pari a 12 milioni di voti, in quelle del 2022 il 19,0% pari a 5 milioni di voti con la perdita complessiva del 14% e di ben 7 milioni di voti.
Una caduta di credibilità che ha portato a un consistente ridimensionamento del consenso elettorale. Le ragioni della recente sconfitta sono molteplici, ma non inaspettate,

Una cosa è certa: il PD nel corso degli anni ha perso la sua identità di partito riformista e di sinistra.
Non gli hanno giovato la responsabilità di governo, l’essere stato protagonista di una stagione politica, sociale, economica travagliata e carica di conflittualità e il tentativo di svolgere una funzione tesa a far fronte all’esigenze dell’intero popolo italiano.
Un processo di caduta di credibilità che non ha subito arresti non tanto per i risultati elettorali insoddisfacenti e deludenti, quanto per la mancata definizione della sua identità, per l’insufficiente conseguimento dei suoi obiettivi e per la sua incerta collocazione sociale.

Queste carenze sono state pagate con una cocente sconfitta che comporta una totale revisione di tutta la politica del PD. E’ necessario che esso definisca la sua matrice di partito della sinistra che si riconosca nella cultura cattolica, socialista e comunista appartenente alla tradizione democratica e antifascista dell’Italia.

Occorrono oggi delle scelte chiare e definite volte a costruire un Partito Democratico profondamente rinnovato nei contenuti, nella sua cultura politica e nell’organizzazione. E’ indispensabile che ci sia la massima chiarezza su tutta l’impostazione del congresso il quale non può essere svolto secondo schemi rivelatisi fallimentari, il cui superamento richiede modifiche alla Statuto.
E’ ovvio che gli iscritti debbano essere i protagonisti del congresso in piena autonomia e che lo siano soprattutto quando si tratti di un congresso straordinario, ma sino ad ora non è stato così.
Essi devono poter decidere e avere la possibilità di una loro assunzione di responsabilità nel governo del partito, se non nelle stesse istituzioni elettive, liberi dalla soffocante gabbia delle correnti leadiristiche che determinano le candidature a tutti i livelli.

Non si può ridurre il tutto solo e unicamente a una conta di appartenenza ai vari capicorrente come è avvenuto negli ultimi congressi dove il dibattito non è esistito.
Il congresso non può assolutamente divenire un votificio.
La scelta dei propri rappresentanti negli organismi dirigenti è delegata esclusivamente e solo agli iscritti.
A essi spetta il diritto-dovere di eleggere il segretario e gli organismi dirigenti, da quello nazionale a quello del Circolo.

Le altre formule, come le primarie aperte ai cittadini, non hanno validità, né portano vantaggi elettorali.
Lo dimostrano i risultati elettorali e il restringimento organizzativo.
La commistione tra “privato”- gli iscritti – e “pubblico”- i cittadini – non ha funzionato e ha snaturato il “carattere” del partito. E’ altrettanto evidente che non è pensabile, volendo ricostruire una direzione politica del PD, ricorrere a vecchi schemi per le scelte che si dovranno compiere.

Gli iscritti devono ritrovare il senso e la passione della loro esistenza politica e avere garanzie per il riconoscimento delle proprie capacità di elaborazione, di proposte e di impegno.
Non basta reclamare un segretario, come avviene in questi giorni con le autocandidature, sarebbe come comprare prima il bottone e poi scegliere stoffa e modello per un vestito.

Sono i contenuti che fanno la differenza e definiscono una identità politica.

Il PD sarebbe dovuto essere l’erede di quelle culture che hanno creato lo Stato democratico e repubblicano.
Costruzione di un nuovo modello dell’assetto socio -. economico che avrebbe richiesto un partito orientato ad adeguare gli strumenti utili a rigettare e a fronteggiare le spinte liberiste, nazionaliste e le maglie soffocanti della globalizzazione.
Il PD dovrà necessariamente approdare a nuove sponde della sua identità e della sua stessa rappresentanza organizzativa con un diffuso radicamento nei territori.

Rigenerare l’identità del PD, come già ebbi a scrivere in alcuni articoli del 2018, porterebbe a rivisitare la sua funzione e la sua stessa organizzazione.
La mia proposta, che ritengo a tutt’oggi valida, fu quella di aprire una fase Costituente capace di dare origine a un rinnovato partito nella sua qualità culturale e progettuale, i cui contenuti si sarebbero dovuti ricomporre in corrispondenza delle modificazioni prodotte dalla globalizzazione, dal cambio dei rapporti nella struttura organizzativa del lavoro e dalle trasformazioni avvenute nella società.
Avere ritardato e non attuato queste scelte ha prodotto un offuscamento del PD che ha portato, tra le altre cose, alla sua sconfitta e a un calo di consensi.

I vari tentativi di rinvigorire un rapporto con i cittadini, il campo aperto, piazza grande, gli agorà, non sono valsi a nulla e hanno finito per essere soltanto momenti di incontro senza consolidare e sviluppare un legame duraturo con la società.
Il distacco, la lontananza dai cittadini apparivano evidenti ed espliciti ed erano il prodotto di una sordità assoluta verso un popolo che protestava, si ribellava, negava il voto. E’ indubbio che oggi a maggiore ragione un intero partito debba essere rigenerato per sapere cosa è, cosa deve fare, chi rappresenta.
La spinta iniziale del PD, quale forza progressista e dai forti contenuti innovativi, si è esaurita.
Rigenerare la sua identità porterebbe a rivisitare la sua funzione e la sua stessa organizzazione.
Come ho più volte sostenuto, occorrerebbe aprire una fase Costituente per approdare a un partito nuovo nella sostanza culturale progressista e di sinistra, oltreché nel simbolo e nella struttura.

I contenuti devono essere dentro comuni denominatori quali la giustizia, l’uguaglianza, i diritti per contrastare le storture sociali, lo sfruttamento moderno e l’impoverimento dei livelli di vita.
Componenti, correnti e fazioni non possono più far parte di uno schema organizzativo che si è dimostrato fallimentare e dannoso.
Servono dirigenti politici, non capicorrente che esauriscono ogni margine di dialettica interna vera e democratica e mortificano la partecipazione e la ricchezza di elaborazione.

Il congresso deve rintracciare e valutare le responsabilità per non commettere gli stessi errori, definire metodologie e obiettivi e formulare i contenuti programmatici delle riforme istituzionali ed economiche.
Questo è il compito che ci attende dopo il 25 settembre.
Vorrei che si costruisse un partito solido, credibile con una definita collocazione a sinistra, non parolaio, ma credibile e sinceramente unitario, capace di valorizzare tutte le anime della sinistra plurale con le sue identità culturali, ideali e sociali.
Un Partito amato, rispettato, considerato fonte di progresso e democrazia. Per farlo occorre un congresso riformato nei metodi di svolgimento e fortemente propositivo di una rinnovata politica che indichi chiaramente cosa deve essere il partito.

Un congresso per lavorare a un impianto politico-culturale che apra una nuova stagione della vita democratica del partito.

Un congresso rivolto ad abbattere la logica correntizia fine a se stessa con un concentrato di potere e a valorizzare il merito per proseguire un comune cammino.

In molte occasioni, nel passato, ho affermato la necessità che il PD dovesse abbandonare vecchie pratiche gestionali e dare vita a energie nuove.

E ancora oggi ribadisco la necessità che si debba cambiare e recuperare i valori di una “diversità” nei modi e nei metodi in un’etica politica che ha alimentato una storia collettiva per cambiare l’Italia.

Certamente non si possono tacere errori, eccessive sovrapposizioni, scelte vantaggiose in ambiti correntizi, leaderismi esasperati. Si è sbagliato e si paga un prezzo altissimo, ma non è impossibile correggere e modificare tendenze che sarebbero disastrose se si perpetuassero nel tempo.
Il crollo della credibilità è stato totale e pieno. Inequivocabile. Perdita di consenso per aver interrotto un legame con quelle parti della società più debole ed emarginata, ma anche con un ceto impiegatizio, professionale, imprenditoriale.

E’ salita dal paese un’onda di delusione e di sfiducia che si è tradotta in una netta sconfitta per il PD e ha premiato forze dai marcati connotati populistici e di destra. Non si può rimanere nell’indeterminatezza di un PD senza sostanza. E’ da escludere uno scioglimento del PD che sarebbe inutile e incomprensibile, oltreché dannoso.

Né tanto meno sarebbe accettabile annullare quei valori, quelle idee, quei progetti che sono stati parti integranti del Partito Democratico. L’obiettivo è sempre quello di stringere il legame con i cittadini e di rimodulare la sua struttura organizzativa, attualmente inceppata, per dare nuova linfa al progetto di rinascita del Paese.
Si deve realizzare dalle fondamenta un nuovo soggetto capace di orientare e di sollecitare la partecipazione.
Servono nuove modalità che richiedono una flessibilità nei rapporti e che costituiscono una rete di coinvolgimento la più ampia possibile.

Ognuno dovrà fare la sua parte, senza delegare ad altri, essere pronto e disponibile a imboccare la strada di una sfida storica per il Partito Democratico.

Domenica 2 ottobre 2022 Ermisio Mazzocchi

 

 

 

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Ermisio Mazzocchi

ByErmisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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