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Carri armati per l’Ucraina: che brutta storia

Carro Abrams GettyImages 390 minCarro Abrams USA ©GettyImages

 DAL MONDO

La decisione degli Stati Uniti di inviare i tank Abrams all’Ucraina ha portato con sé l’adesione della Germania, sofferta per più di un buon motivo. Si tratta di un azzardo troppo grande per farci sentire tranquilli

di Stefano Rizzo
Carro Abrams GettyImages 390 minC’è qualcosa che non torna, o almeno che non è stato chiarito in questa storia dei carri armati all’Ucraina. Da giorni si parla di una imminente offensiva russa, prevista per la primavera, e allo stesso tempo dei preparativi di una controffensiva ucraina per riconquistare i territori – tutti i territori (inclusa la Crimea) – occupati dai russi. Ma apprendiamo, ora che gli Stati Uniti hanno deciso di inviare i loro potentissimi tank Abrams, che questo non potrà avvenire per molti mesi, fino a “tarda primavera” (giugno o più tardi), perché i tank non verranno presi tra quelli in dotazione alle forze armate americane, ma dovranno essere fabbricati appositamente dalla General Dynamics. E poi bisognerà addestrare gli ucraini a usarli e a risolvere i complessi problemi logistici legati all’operatività di questi colossi da combattimento: riparazioni, rifornimenti, ecc.

La decisione americana ha avuto come conseguenza quella tedesca di sbloccare l’invio dei propri tank Leopard, sia da parte dei Paesi che li hanno acquistati dalla Germania, sia quelli delle forze armate tedesche. Nel caso dei Leopard si parla di sistemi d’arma meno complessi, di più facile operatività, e che soprattutto sarebbero disponibili subito. Ma si tratterebbe comunque di poche unità, forse una dozzina in tutto, che avrebbero scarsissimo impatto sulle annunciate offensive e controffensive di qui a qualche settimana. Per sfondare le linee russe e riconquistare i territori occupati, occorrerebbero non decine, ma centinaia di carri – e non tra mesi, ma subito. E sarebbero necessari molti caccia-bombardieri F-35 o simili che il governo ucraino richiede con insistenza da mesi, e che – per il momento – si è deciso di non inviare.

E allora perché tutto questo tira e molla, che va avanti da settimane, sugli Abrams americani e sui Leopard tedeschi? È stato detto, dal presidente Biden nella sua conferenza stampa dell’altro ieri, per “mantenere l’unità degli alleati”, ma la spiegazione è vaga e nasconde profonde differenze di strategia sulla guerra. Non solo negli Stati Uniti, dove il Pentagono e i consiglieri della sicurezza nazionale della Casa Bianca erano contrari all’invio dei carri armati per “ragioni tecniche” (che evidentemente non erano così stringenti visto che sono state subito accantonate), mentre il Dipartimento di stato era favorevole, e Biden è rimasto a lungo incerto su chi ascoltare.

La divisione di strategia è soprattutto tra Stati Uniti ed europei – non tutti gli europei, dal momento che Paesi baltici, Polonia, Regno Unito, Finlandia e Svezia sono favorevoli a intensificare la guerra e a sconfiggere totalmente la Russia, mentre Germania, Francia, Spagna e forse Italia, hanno cercato sin dall’inizio di evitare una continua escalation del conflitto, per piegarsi poi alle decisioni americane in nome dell’unità tra alleati. (Le differenze tra europei sono state messe icasticamente in luce nella teleconferenza, seguita all’annuncio della decisione di inviare i carri armati, tra Biden e i leader di Regno Unito, Francia e Germania, cui l’italiana Meloni è stata “invitata”, facendole prima fare un po’ di anticamera.)

Ma perché il cancelliere Scholz ha resistito fino all’ultimo all’invio dei suoi Leopard? La ragione è semplice, anche se non detta. La Germania si rende bene conto che la fornitura di mezzi di attacco all’Ucraina costituisce un ulteriore passo avanti nell’escalation del conflitto, e teme di rimanere scoperta. Ritornano argomenti sollevati più volte (e respinti con sdegno) su questa guerra come una proxy war, una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. Ora, è sicuramente vero che è una guerra tra la Russia aggressore e l’Ucraina aggredita, ma il ruolo di Stati Uniti e Paesi europei, uniti-disuniti sotto l’ombrello della Nato assieme a una ventina di altri “volenterosi” da tutto il mondo, rimane in una zona grigia tra belligeranza e neutralità.

Le convenzioni dell’Aia del 1907 richiedono che ogni Paese dichiari il proprio status rispetto a un conflitto armato (III Convenzione): se è neutrale è fatto espresso divieto di dare sostegno con uomini e mezzi ai belligeranti, vietandone anche il transito nel proprio territorio (V Convenzione). Su questo punto, da un punto di vista strettamente legale di diritto internazionale, i russi aggressori non hanno tutti i torti, dal momento che gli alleati occidentali, Stati Uniti in testa, sostengono il Paese aggredito con imponenti mezzi finanziari e armamenti, addestrando i suoi uomini nei propri territori e anche consentendo l’invio di soldati senza bandiera (chiamati pudicamente “volontari” mentre quelli del nemico sono “mercenari”). Ma si sa, il diritto internazionale è impotente e quello bellico (ius in bello) forse datato rispetto alle complessità della guerra ipertecnologica odierna; e in ogni caso è stato violato innumerevoli volte da tutti – americani, russi, europei, arabi, israeliani, ecc. – in tutti i teatri di guerra dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La consapevolezza dell’ambiguità (a dir poco) della decisione di fornire carri armati, mezzi esclusivamente offensivi, all’Ucraina è ciò che ha reso esitante la Germania e gli altri Paesi europei, pur disposti ad aiutare l’aggredito a ricacciare indietro l’invasore. È il timore che i russi, intendendo a maggior ragione (dal loro punto di vista) la decisione degli occidentali come un gesto aggressivo, possano a loro volta decidere di rispondere con attacchi diretti su obiettivi militari tedeschi, o con cyberattacchi sulle infrastrutture del Paese o di altri Paesi europei (ospedali, reti di trasporto, centri di comunicazione, finanza), cosa che si sono astenuti dal fare fino a oggi. Di fronte a una tale eventualità, temevano evidentemente i tedeschi, cosa avrebbero fatto gli Stati Uniti? Avrebbero risposto in tono e misura con attacchi su obiettivi russi, o sarebbero rimasti a guardare dalle loro sicure sponde (come avevano fatto nel 2014 quando la Russia aveva occupato la Crimea) per non precipitare la propria nazione in una escalation continua fino all’armageddon nucleare?

E qui giova ricordare che dei quattro Grandi che si sono riuniti in teleconferenza/consiglio di guerra – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania – la Germania è l’unico Paese che non dispone di un proprio ombrello nucleare, e quindi è il più esposto, perché deve fare affidamento su quello degli altri che devono essere disposti a sacrificare se stessi per difenderla da un eventuale attacco russo.

Naturalmente nessuna testa pensante vuole che si giunga a tanto e quindi la richiesta che gli Stati Uniti forniscano – ancorché in un futuro lontano e sostanzialmente irrilevante per le sorti dell’annunciata offensiva di primavera – i loro Abrams intende avere una funzione deterrente nei confronti della Russia; una funzione e un azzardo condotto sul filo del rasoio di un sempre più possibile allargamento del conflitto, in cui in sostanza si dice ai russi: noi facciamo questo, ma non azzardatevi a rispondere perché il seguito sarebbe molto peggiore per tutti. Nella convinzione o speranza che al Cremlino ci siano teste pensanti che non si facciano trascinare in azioni disperate di rivalsa. Un azzardo troppo grande per farci sentire tranquilli.

 

27 Gennaio 2023 da https://www.terzogiornale.it/2023/01/27/la-brutta-storia-dei-carri-armati/

 

 

 

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Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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