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Per la critica del fallocentrismo

OPINIONI

Ricerche scientifiche e convincimenti fantasiosi

di Fausto Pellecchia
Festefalloforiche Facebook 390 minSecondo una recente ricerca biomedica, la taglia media mondiale del pene è aumentata del 24% negli ultimi tre decenni. Nello stesso periodo di tempo, la fertilità maschile non ha smesso di declinare. È un argomento che preoccupa gli specialisti e rimette in questione certi atavici modelli culturali che associavano la fecondità alle dimensioni del fallo.

«Ogni cambiamento globale nello sviluppo è inquietante, poiché il nostro sistema riproduttivo è uno degli elementi più importanti della biologia umana. Se osserviamo un cambiamento così rapido, ciò significa che qualcosa di potente si produce nel nostro corpo»: con queste parole l’urologo Michael Eisenberg ha commentato i risultati di uno studio pubblicato dai suoi colleghi il 15 febbraio scorso su The World Journal of Men’s Health. I risultati in questione, ottenuti attraverso l’analisi di 55.000 profili di uomini (lo studio esclude i casi di auto-misurazione), mettono in evidenza una crescita di quasi il 25% della taglia media del pene, passata da 12,27 a 15,23 centimetri nell’arco di trent’anni. Nello stesso lasso di tempo, tuttavia, la fecondità maschile è nettamente diminuita. Lo sperma si è degradato in qualità e in quantità.

Perturbazioni ormonali

Tra i fattori solitamente chiamati in causa per spiegare il fenomeno si riscontrano l’aumento della sedentarietà delle abitudini di vita, l’obesità, lo stress nervoso, ecc. Ma le cause determinanti di questa duplice e inversa evoluzione restano per il momento misteriose. I sospetti si concentrano soprattutto sugli agenti perturbatori del sistema endocrino (in particolare sui pesticidi). Silent Spring –il saggio della biologa Rachel Carson, pubblicato negli Stati Uniti, nel settembre 1962 – contiene un primo grido di allarme contro gli inquinanti invisibili dell’industria agro-alimentare. La ricercatrice americana denunciava la diminuzione della fecondità, addebitandola a un deterioramento delle cellule germinali. Gli insetticidi si annidano, più che in qualsiasi altra parte del corpo, in queste cellule isolate: «Gli esperimenti dimostrano che la motilità degli spermatozoi del toro è diminuita a causa del dinitrofenolo» che provoca una «inevitabile perdita di energia. Lo stesso effetto sarebbe probabilmente osservabile con altri prodotti chimici se lo studio fosse proseguito anche presso altre specie animali».

È lecito indubbiamente immaginare che la stessa causa agisca con gli stessi effetti, secondo una differente modalità di azione, anche sull’altro fenomeno messo in luce dalla sperimentazione: l’aumento della taglia del pene. Lo sviluppo degli organi genitali è ampiamente determinato dal sistema ormonale – insieme di ghiandole che rilasciano nel sangue i messaggeri chimici che regolano la crescita- sicché si può facilmente concepire che il sistema possa essere affetto e perturbato da altre sostanze chimiche. Gli effetti di queste interazioni sono imprevedibili. L’embriologo Louis Guillette ha constatato, all’inizio degli anni 1990, che gli alligatori del lago Apopka in Florida, esposti ai pesticidi organoclorurati come il DDT (diclorodifeniltricloretano) e DDE (diclorodifenildicloroetilene) presentavano con maggiore frequenza dei micro-peni. Ma nulla vieta di pensare che altre sostanze, in altri contest,i possano produrre effetti opposti, difformi dalla norma – ovvero degli organi genitali ipertrofici. Nel 2001, il biologo Andrew Derocher constatava, infatti, che le orse polari del Svalbard, esposte ad un tasso elevato di tossine, presentavano spesso un clitoride ipertrofico, molto simile alla taglia di un fallo.

La crescita contro la genesi sessuale

Quale che sia la causa, l’evoluzione inversa della taglia del pene e della fertilità sembra contro-intuitiva nel quadro dei nostri modelli culturali che associano volentieri l’intensità delle forze riproduttrici e la vitalità della crescita fisiologica. La crescita, la riproduzione dell’organismo “in se stesso”, e la riproduzione, la crescita dell’organismo “al di là di se stesso”, sono state tradizionalmente ascritte ad una medesima dinamica. Ma già il filosofo Herbert Spencer (1820-1903) obiettava nei suoi Principi di biologia (1894), che la correlazione è parzialmente falsa, sottolineando l’esistenza di un «un antagonismo sistemico tra la crescita degli organi riproduttivi e la genesi sessuale». Questo antagonismo si osserva eminentemente nelle piante: «mediamente, gli aggregati vegetali del terzo ordine sono molto più grandi di quelli dotati di un minor grado di complessità e, mediamente, i loro quozienti di riproduzione sessuale sono molto minori». Lo stesso antagonismo si ritrova nel regno animale. Indubbiamente l’osservazione di Spencer concerne innanzitutto le specie nelle loro differenze di taglia e di complessità, ma egli aggiunge che può ugualmente «essere osservata nella storia di ogni pianta e di ogni animale», in ogni essere individuale: «è una verità fisiologica generale che […] il cominciamento della riproduzione indichi al tempo stesso un declino nell’intensità della crescita», e inversamente, il dinamismo della crescita dell’organismo coincida con una debole intensità dell’attività riproduttiva.

   Gli organi sessuali occupano una posizione ambigua in questa economia antagonistica delle forze vitali. Se la loro crescita viene tradizionalmente associata all’espansione dell’attività riproduttiva di cui sono il supporto essenziale, si può ugualmente percepire il loro sviluppo anormale alla maniera di una crescita organica che si effettua a detrimento della vitalità riproduttiva. Pene grande e scarsa fertilità possono dunque andare di pari passo…Questa dissociazione è oggi certamente favorita da cause artificiali e ambientali preoccupanti. Ma essa esiste comunque già in natura.

L’ambivalenza di Priapo

La scissione in questione è nondimeno sorprendente, e persino sconcertante, se riferita ai nostri tradizionali paradigmi culturali. Non è forse vero che il pene ipertrofico del dio Priapo era assurto a simbolo di fertilità nel mondo romano? La realtà, tuttavia, sembra un po’ più complicata. Come osserva lo storico Maurice Olender (1946-2022), «questo dio che la tradizione classica presenta come simbolo di fecondità, è spesso rappresentato nelle antiche icone mitopoietiche che lo riguardano come una figura votata al fallimento. Il suo membro abnorme tende infatti a configurarsi come uno strumento tanto aggressivo e imponente quanto inefficace: un fallo che non produce fecondità e neppure un godimento sterile». D’altra parte, Isabelle Burkhalter parla di un «paradosso dell’itifallicismo* sterile». L’erezione anormale del membro di Priapo è più la sanzione di una maledizione che non il segno trionfante di una fecondità esuberante: «Il paradosso di Priapo preceduto da un sesso ingombrante consiste nel non poter mai pervenire all’accoppiamento e quindi alla generazione. Se incarna una promessa di fertilità, egli non riesce mai a concretizzarla». Il suo significato simbolico alluderebbe perciò all’inesausta insorgenza del desiderio umano che, per la sua stessa incontinenza, è destinato a rimanere inappagato.

 

*Termine di origine greca, usato nel simbolismo dell’arte e della religione egiziaindica una rappresentazione con il fallo in erezione.

 

 

 

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