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Giorgia Meloni. La reticenza continua

Aldo Pirone

ByAldo Pirone

27 Aprile 2023
Gianfranco FiniGianfranco Fini Pader della destra moderna ©L'Arie Che tiraGianfranco Fini e le differenze con Giorgia Meloni

Il Presidente della Repubblica si che ha spazzato via ogni ambiguità e reticenza della Meloni

di Aldo Pirone

Gianfranco Fini

Fini glielo aveva chiesto di non essere reticente ricordandole quanto nel 1995 il Congresso di AN di Fiuggi aveva sancito: “È giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”.

Ieri Giorgia Meloni ha cercato abilmente con una lunga lettera al “Corriere della sera” di rispondere svicolando e non scrivendo mai la parola antifascista. Ha riconosciuto sì che “il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana”, ma contemporaneamente ha cercato di arrampicarsi il più possibile sugli specchi chiamando in causa impropriamente e velenosamente persino il Togliatti dell’amnistia ai fascisti del 1946 ed altre chicche appartenenti all’usuale armamentario, vecchio e nuovo, dei reduci di Salò e dei post fascisti del Msi.

Fini, l’altro ieri, ha detto: “Il mio invito a Meloni a definirsi antifascista non è stato accolto alla lettera: nel lessico, non cita l’antifascismo. Ma è stato accolto nella sostanza, nei valori richiamati e nei riferimenti alla destra del dopoguerra”. Contento lui. Conte ha fatto di peggio definendo condivisibile la missiva meloniana salvo la parte sull’Ucraina.

Di ben altro tono e sostanza è stato il discorso del Presidente della Repubblica che ha spazzato via ogni ambiguità e reticenza della Meloni. Sia per il luogo in cui è stato pronunciato, sia per i richiami storici alle figure di Piero Calamandrei, di Duccio Galimberti, di Concetto Marchesi, di Nuto Revelli dei cattolici del codice di Camaldoli, sia per l’esplicita rivendicazione del legame indissolubile fra Resistenza antifascista e Costituzione.

Bisogna riconoscere una verità storica e politica. Lo sforzo di defascistizzazione che fece Fini al Congresso di Fiuggi ebbe il consenso del corpo dirigente e militante del vecchio Msi a cominciare dai La Russa, dai Tatarella, dai Gasparri, dagli Storace, dai Tremaglia, dalle Mussolini, dalle Santanchè, dai Mantovano, dai Buontempo ecc. solo perché lo sdoganamento di Berlusconi li aveva portati al governo. Per costoro il potere valeva ben cantare trasformisticamente e opportunisticamente una messa antifascista anche quella propinata. in seguito, dal solito Fini sul “fascismo male assoluto”, per altro accolta con molti mal di pancia tra i post fascisti. Tanto è vero che, declinato Berlusconi e rinato da An FdI, i miti del fascismo in varie salse, le mascherate in camicia nera o in divisa nazista, i saluti romani, le cene in commemorazione della mussoliniana “Marcia su Roma” ecc. hanno avuto libero corso in quel partito protagonisti militanti, consiglieri comunali, regionali ecc. Mai repressi o solo contrastati dalla Meloni a proposito di nostalgia.

Oggi lei dice che la destra post fascista ha fatto i conti col fascismo da trent’anni e che sin dall’inizio il Msi, perché di esso si stratta anche se la Meloni non ne fa il nome, “si impegnò a traghettare milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica” per cui “È nata così una grande democrazia, solida, matura e forte”. Come se il Msi di Michelini, Rauti e Almirante fosse estraneo al complottismo perdurante contro la Repubblica democratica, compromesso anche con lo stragismo fascista degli anni’60, ’70, ’80, condito con l’ammirazione e il sostegno dato al fascismo spagnolo, a quello portoghese, ai colonnelli greci ecc.. Una semplice falsità che la dice lunga sugli scheletri che il partito di Giorgia Meloni continua ad avere negli armadi e nella memoria. La democrazia nel nostro paese è nata dall’antifascismo non dagli ex collaborazionisti dei nazisti della Rsi. “È facile fare i fascisti in uno stato democratico. Provate a fare i democratici in uno stato fascista”, direbbe Corrado Guzzanti.

La Meloni nella sua missiva parla di “democrazia liberale” – la Costituzione ne disegna una “progressista” che lo comprende guardando molto più avanti – ma lei non sa dove sia di casa il liberalismo, come non lo sa Salvini e come non lo sapeva lo “sdoganatore” Berlusconi. Lo dimostra il perdurante riferimento della premier alle democrazie illiberali della Polonia del Pis del nazionalista Morawiecki e dell’Ungheria di Orban. Lo dimostrano i suoi atti di governo contro i diritti sociali e civili che dicono che le sue radici stanno nel medioevo cattolico integralista e non nel liberalismo illuministico.

Sta di fatto che i valori e i precetti della Costituzione antifascista non hanno impedito al partito della Meloni di diventare con il voto la prima forza politica. Non è qui il caso di esaminare il come e il perché e gli errori capitali della sinistra che hanno permesso tutto ciò, nel quadro di una disaffezione profonda alla democrazia e al voto.

Bisogna capire con urgenza che senza radicamento popolare l’antifascismo è destinato a soccombere e che non basta solo demistificare le falsità storiche della destra post fascista.


Giorgia Meloni

Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda


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