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Lo zar e il suo cuoco in un sabato nero

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La rivolta di Evgenij Prigozhin “spiegata” da Nicolò Machiavelli


di Fausto Pellecchia

Putin e Prigozhin
Putin e Prigozhin

La ribellione della Wagner è abortita. Come si spiegare lo scacco che ne ha compromesso la strategia?  Ne Il Principe, Machiavelli fornisce le regole di condotta necessarie per il buon esito di una rivolta e per evitare le aporie e i rischi di un suo possibile fallimento. Seguendo il filo dell’analisi di Machiavelli, è possibile enucleare le ragioni che hanno prodotto l’impasse della crisi russa.

Sfruttare la potenza “scellerata” dell’uomo nuovo.

Non c’è bisogno di nascere con un cucchiaio d’argento in bocca per diventare un capo militare capace di destabilizzare il potere vigente. Secondo Machiavelli, un ribelle può essere un outsider che parte da zero.  Questi individui intraprendenti e combattivi, che riescono a salire passo dopo passo verso le più alte sfere del potere appartengono, secondo il filosofo, alla categoria «di quelli che per scelleratezze sono venuti al principato» (Cap. VIII). Machiavelli cita l’esempio dell’ascesa folgorante di Agatocle (361 – 289 a.C.) il quale, figlio di un vasaio siciliano, noto per essere stato un vecchio gigolò, «non solo di privata fortuna, ma di infima e abietta, divenne re di Siracusa». Sotto certi aspetti, Evgenij Prigozhin condivide un analogo destino. Dopo aver trascorso nove anni in carcere per «rapina, truffa e istigazione dei minori alla prostituzione», intraprende studi di farmacia e apre una catena di fast-food specializzata in hot-dogs. In seguito diventa famoso con l’appellativo di “cuoco di Putin”, fino a ritagliarsi, a poco a poco, un ruolo essenziale nell’ambiente politico del Cremlino. Per la sua carriera sulfurea, sia dal punto di vista morale che giuridico, corrisponde in tutto e per tutto a quei professionisti della “scelleratezza” evocati da Machiavelli, che sanno volgere al proprio vantaggio le competenze acquisite nel corso di un’esistenza cinica e tumultuosa. 

Evitare uno stile di condotta opportunistico

Secondo Machiavelli, il principale pericolo che minaccia questo tipo di personaggi è l’opportunismo, la volontà di eccellere servendo unicamente il proprio interesse. Il filosofo considera a tal proposito che «i capitani mercenari» sono particolarmente inclini a questo vizio. Questi, infatti, «o sono uomini eccellenti, o no; se sono, non te ne puoi fidare, perché sempre asprireranno alla grandezza propria; o con l’opprimere te che li se’ padrone, o con l’opprimere altri fuora della tua intenzione». Se non si possono conoscere le motivazioni profonde del capo dell’armata Wagner che ha affermato in un messaggio audio diffuso lunedì, 26 giugno, di voler difendere ad ogni costo la sua milizia, alcuni suoi atti hanno potuto lasciare intendere che egli cercasse innanzitutto di servire la sua propria causa. In effetti, una volta rilevato il ruolo di comando dell’armata Wagner, nell’ottobre del 2022, Prigozhin si è istallato in pompa magna in un enorme edificio di vetro a San Pietroburgo, per farne la sede dello stato maggiore della sua milizia. Dopo aver difeso per anni la politica di Putin, in particolare trasformando una vecchia fabbrica nella cosiddetta “fattoria di trolls” destinata a produrre disinformazione per difendere «lo spazio informativo» del Cremlino contro l’influenza dell’opinione pubblica occidentale, il capo delle milizie mercenarie  in  questo fine settimana ha preso di mira il discorso ufficiale nazionale, criticando le decisioni militari del Ministro della Difesa, Sergei Shoigu.

Perché ha cambiato idea? Chi intende proteggere? In ogni caso, il suo cambiamento di opinione potrebbe far pensare che stia cercando di proteggere innanzitutto i propri interessi.

Unificare le truppe mercenarie

Un mercenario è un soldato privato che intervenendo in un conflitto in atto non è guidato da interessi patriottici diretti. Per questo, Machiavelli, in linea di principio, nutre una particolare diffidenza per queste truppe, che a suo parere hanno la tendenza ad essere «disunite, ambiziose, senza disciplina, infedeli: gagliarde fra gli amici, fra i nimici vile; non timor di Dio, non fede con gli uomini, e tanto si differisce la ruina, quanto si differisce lo assalto, e ne la pace se’ spogliato da loro, ne la guerra da’ nimici» (cap. 12). Il gruppo Wagner, rifiutandosi di firmare per l’esercito regolare, sembra, al contrario, aver dimostrato una certa fedeltà per la milizia privata. I veterani temprati nei servizi speciali e le migliaia di detenuti reclutati a San Pietroburgo per costituire questo corpo armato seguivano, fino allo scorso week-end, tutte le direttive del capo del gruppo paramilitare. Ma dopo l’annuncio dello scioglimento dell’armata e la dichiarazione di Putin che proponeva per questi soldati tre vie d’uscita – firmare per l’armata regolare, trasferirsi in Bielorussia o ritornare a casa- nessuno può garantire che resteranno fedeli a Prigozhin, rifiutandosi nuovamente di firmare per integrare i ranghi dell’esercito regolare.

 La “buona crudeltà”.

Sabato, 24 giugno, alle ore 20, 20, la ribellione di Prigozhin si è conclusa, ufficialmente in seguito all’intervento del presidente bielorusso Alexandre Lukashenko. La motivazione è stata annunciata dal capo della Wagner: «Evitare un bagno di sangue». Un’ambizione lodevole, ma che sarebbe stata indubbiamente criticata da Machiavelli, in quanto quest’ultimo riteneva che un ribelle deve andare fino in fondo nei suoi atti, ivi compresi i più violenti. L’arte dell’insubordinazione esige, secondo il filosofo, una capacità di commettere «le iniurie tutte insieme, acciò che assaporandosi meno, offendino meno». Del resto «uno principe, massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato […] a operare contro alla fede, contro alla carità, contro all’umanità, contro alla religione» (cap.XVIII). Il filosofo, infatti, nel distinguere accuratamente le «crudeltà bene usate» da quelle «male usate», osserva: «Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno ad uno tratto, per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drentro ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può. Male usate sono quelle, ancora che nel principio siano poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino» (cap.VIII). Questa differenza, applicata al nostro caso, sottolinea come una buona ribellione dovrebbe essere una ribellione-lampo, che cessa non appena venga consolidato il potere, ma che non si piega dinanzi agli ostacoli e non indietreggia dinanzi alle potenziali perdite.

Quali le conseguenze di  un colpo di stato fallito?

Se non si rispettano queste regole di condotta, si va incontro, secondo Machiavelli, ad un grosso pericolo, poiché ogni ammutinamento fallito può avere l’effetto di rafforzare il potere del leader. «E’ ben vero – scrive l’autore del Principe – che, acquistandosi per la seconda volta e’ paesi rebellati, si perdono con più difficultà, poiché el signore, presa occasione della rebellione, è meno rispettivo ad assicurarsi con punire e’ delinquenti, chiarire i sospetti, provvedersi nelle parti più deboli.» (cap.III). Nel caso russo, Putin si trova attualmente nella posizione del decisore: sta a lui scegliere le differenti opzioni dei miliziani dell’armata Wagner.  Ma anche di deliberare sulle sanzioni contro Prigozhin, che egli ha inizialmente considerato come un «traditore della nazione», attributo che nel linguaggio del Cremlino equivale ad una potenziale condanna a morte. Tuttavia, l’ammutinamento ha altresì permesso di rivelare al mondo fino a che punto Putin poteva dipendere da una milizia privata formidabile e meglio equipaggiata del suo esercito regolare: una milizia  che ha rivendicato il merito della conquista di Bachmut in Ucraina nel 2023. Se la ribellione è fallita, essa ha tuttavia dimostrato altresì un ulteriore precetto machiavelliano: non far mai dipendere la propria forza da elementi esteriori, giacché, secondo il segretario fiorentino, non c’è nulla di altrettanto fragile e fugace di un credito che non sia fondato sul nostro stesso potere (cfr. cap.XII)

Questa osservazione si applica anche a Prigozhin: se egli ha potuto godere di una grande influenza quando figurava ancora nella cerchia dei consiglieri di Putin, ha poi abbandonato il tentativo di ammutinamento, a seguito, come sembra, dell’intervento di un terzo uomo, il bielorusso Lukashenko, rinunciando così ad esercitare il potere che allora aveva in pugno. Non è riuscito, cioè, ad affermarsi come l’uomo giusto per quella particolare congiuntura politica, sottomettendo finalmente al suo volere i dirigenti russi. È un caso classico nel quale il destino del ribelle che fallisce si configura come un perfetto vicolo cieco. In tali circostanze, infatti, scrive Machiavelli, «tu hai come inimici tutti quelli che hai offesi in occupare quello principato, e non puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano presupposto e per non potere tu usare contro di loro quelle medicine forti, sendo loro obbligato» (cap. III)

Se, dunque, i soldati della Wagner si ricongiungeranno all’esercito regolare, Prigozhin avrà comunque perso tutti i suoi quadri militari: nulla di favorevole per lui potrà più ottenere da Putin che pure, nel recente passato, ha spianato la sua irresistibile ascesa al potere, né dagli uomini che l’hanno sostenuto nel suo fallito tentativo di rivolta.

Qui l’orizzonte prognostico delle possibili soluzioni della crisi si apre nuovamente nell’indeterminato.  


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