L’America delle armi proibite

L'interno di una bomba a grappolo

Sono state vietate perché colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile


di Stefano Rizzo

America. Funzionamento delle bombre a grappolo
America. Funzionamento delle bombre a grappolo

AMERICA. La decisione degli Stati Uniti di inviare, con l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, una fornitura di bombe a grappolo, messe al bando da una convenzione dell’Onu, mina alla radice il concetto di diritto internazionale per affermare il diritto del più forte.

I militari sono persone molto ingegnose. O meglio, non proprio loro che hanno semplicemente il compito di eseguire gli ordini del potere politico, ma tutto quel vasto mondo fatto di scienziati, di ingegneri, di imprese e di interessi economici che quotidianamente si arrovellano su come ammazzare di più e meglio la gente. Di meraviglie della tecnica e dell’industria a fini bellici ne sono state inventate tante, nel corso della storia umana – dall’ascia di pietra al missile balistico intercontinentale –, di potenza e letalità sempre crescente, fino alla produzione di armi di distruzione di massa: atomiche, chimiche, batteriologiche, ognuna in grado di uccidere milioni di persone. Alcune di queste, quelle chimiche e biologiche, sono state vietate dalle convenzioni internazionali; quelle atomiche, no.

Quanto alle armi cosiddette convenzionali, nel corso del Novecento e degli anni Duemila, hanno fatto immensi “progressi” avvicinandosi per potere distruttivo alle armi di distruzione di massa: dalle bombe termobariche che uccidono persone e animali lasciando intatti gli edifici, alla Moab (Mother of All Bombs) che ha un potere distruttivo paragonabile a una piccola atomica, ai missili ipersonici in grado di sfuggire a qualunque intercettore, ai droni di fascia alta, i Predator o i Rapier, che comandati a migliaia di chilometri di distanza colpiscono dall’alto, “chirurgicamente”, come la folgore di Zeus, il loro obiettivo senza che questi neppure se ne accorga, obliterandolo.

Tutte queste armi e molte altre ad altissimo contenuto tecnologico sono “lecite” (cioè non vietate dal diritto internazionale), indipendentemente dal loro potere distruttivo. Vengono prodotte dai principali Paesi industrializzati del mondo, democratici e non, e sono comprate e usate da tutti: Stati, bande criminali, organizzazioni terroristiche, per un giro di affari che, nel 2022, il Sipri di Stoccolma stimava in almeno seicento miliardi di dollari.

Per quanto inizialmente lecite, alcune di queste armi “convenzionali”, a seguito di campagne di mobilitazione delle organizzazioni umanitarie, sono state successivamente vietate perché colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile. Tra queste, ci sono le mine antiuomo, oggetto di una convenzione internazionale del 1997 che ne ha vietato la produzione e l’uso, e le cluster munitions o munizioni a grappolo. Si tratta di ordigni sparati da un cannone, o gettati dall’alto, che esplodono a una certa altezza dal suolo sparpagliando su un’area di oltre tre ettari fino a cento bombette più piccole che esplodono a loro volta, scagliando decine di migliaia di schegge in tutte le direzioni, uccidendo qualunque essere vivente. Allo stesso tempo lascia intatti (o quasi) gli edifici, i ponti, le ferrovie, evitando quelle brutte (e controproducenti) immagini di città rase al suolo.

Uccidere quanti più uomini possibile il più rapidamente possibile, senza distruggere le cose, è sempre stato il sogno dei militari e dei politici che li comandano. I soldati di Carlo Magno ci misero un giorno intero per “passare a fil di spada” cinquemila barbari sassoni che si erano rifiutati di convertirsi al cristianesimo. Nel 1945, la bomba di Hiroshima ottenne un risultato dieci volte maggiore in una frazione di secondo, senza che il pilota dell’Enola Gay dovesse sporcarsi le mani di sangue.

Le munizioni (e le bombe) a grappolo sono state usate un po’ da tutti – americani, inglesi, russi, israeliani, arabi… –, in tutte le guerre recenti, dal Vietnam all’Afghanistan, dalla Cambogia alla Libia alla Siria. Nonostante la loro efficacia nell’ammazzare i soldati sul campo, hanno però un serio problema: molte delle bombette più piccole (circa un quinto del totale) non esplodono come previsto, ma rimangono al suolo per mesi e anni, anche dopo che le ostilità sono cessate. Finché un giorno un contadino ci passa sopra con l’aratro, o un bambino incuriosito ne raccoglie una, perché sono colorate di un bel giallo vivo e somigliano a una lattina di Fanta, e bum! morti e feriti. È per questo motivo, per i danni che infliggono alla popolazione civile, che le Nazioni Unite nel 2008 hanno stilato una convenzione internazionale al fine di vietarne l’impiego nei conflitti armati. Alla convenzione ha aderito la maggior parte dei Paesi del mondo, a eccezione, tra i maggiori, di Cina, Russia, Stati Uniti e Ucraina.

Ora, gli Stati Uniti, nonostante le denunce delle organizzazioni umanitarie internazionali e la condanna dello spesso prudente segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres, hanno deciso di inviare con l’ultimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina anche una fornitura di bombe a grappolo. Sembra che i russi le abbiano già usate nel corso della guerra, ma se la decisione americana sarà confermata – oltre a minare la credibilità sotto il profilo umanitario degli aiuti all’Ucraina –, aprirà ulteriormente il divario tra la sensibilità europea e quella americana in tema di guerra, più specificamente su come si combatte una guerra. Ritorna il vecchio luogo comune dei tempi della guerra all’Iraq, quando l’allora ministro della difesa Rumsfeld parlava di un’Europa “Venere”, imbelle e incapace di combattere, e di un’America “Marte”, disposta a tutto pur di prevalere.

Un’America che nelle sue guerre recenti, in Iraq e in Afghanistan soprattutto, ma anche in molte parti del mondo dove operano, più o meno segretamente, i contingenti di forze speciali, si è spesso macchiata dei reati di tortura dei prigionieri, dell’uccisione indiscriminata di civili, di punizioni collettive e di uccisioni extragiudiziarie mirate. Un’America insofferente dei vincoli dei trattati, che non accetta la giurisdizione della Corte penale internazionale, che non estrada mai i propri soldati che hanno commesso crimini all’estero, che accetta le regole del diritto di guerra solo quando sono a proprio vantaggio – contraddice i suoi stessi principi e la sua storia. Sono stati infatti gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, i principali artefici della creazione delle Nazioni Unite e della rete di organismi internazionali, il cui scopo è fare prevalere – per quanto possibile – il diritto sulla forza.

Sia detto ben chiaro: in Ucraina c’è un aggressore e un aggredito, la giustezza della causa di chi combatte sta dalla parte dell’aggredito e non dell’aggressore. Ma le regole di guerra si rivolgono a tutti i belligeranti, valgono per tutti indipendentemente, se siano aggrediti o aggressori; e soprattutto servono a proteggere coloro che non combattono, i civili di entrambe le parti, dagli orrori della guerra. Pensare, come hanno fatto in passato gli Stati Uniti, che quando si è colpiti da un attacco terroristico è lecito rispondere con qualsiasi mezzo anche violando il diritto umanitario; o, come fanno oggi, che per aiutare l’Ucraina aggredita sia lecito fornirle armi proibite da una convenzione internazionale – tutto ciò (e forse altro che purtroppo ancora vedremo) significa minare alla radice lo stesso concetto di diritto internazionale per affermare invece il diritto del più forte, lo ius leoninum.


da https://www.terzogiornale.it/

Bombe a grappolo

Armi vietate

Stefano Rizzo su UNOeTRE.it

Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


 

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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