Diritti Perduti da lavoratrici e lavoratori. 1

Articolo uno della Costituzione ©BiancoLavoroArticolo uno della Costituzione ©BiancoLavoroArticolo uno della Costituzione ©BiancoLavoro

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.

Il mondo diviso in blocchi e la battaglia per l’affermazione dei diritti dei lavoratori.

Mondo Bipolare

La rivoluzione industriale e la conseguente risposta per l’affermazione dei diritti dell’uomo nel lavoro sono stati fattori potenti che hanno dato contenuto e sostanza alla lotta politica e culturale ed hanno avuto la forza di imprimere un disegno del mondo. La ricerca di un equilibrio tra le dinamiche del profitto e dei diritti, della libertà e dell’uguaglianza ha prodotto sintesi che hanno cercato di tenere insieme le ragioni dello sviluppo economico e tecnologico con quelle del progresso dell’umanità.

La divisione del mondo in due blocchi non aveva solo spiegazioni economiche, militari e di potere, ma alludeva e, anzi, era innervata da distinte visioni del mondo con una diversa gerarchia di valori e di priorità che ispiravano una vera e propria lotta per l’egemonia.
Il capitalismo e il liberismo da un lato, la pianificazione socialista e comunista dall’altro.
Le forze del capitale e del lavoro avevano rispettivamente una loro statualità che rappresentava i termini di una competizione e la garanzia che quelle aspirazioni, quelle aspettative, quelle rivendicazioni avessero piena cittadinanza per concorrere a regolare la vita delle società.

Se nel XX secolo Stati Uniti d’America e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche hanno interpretato ciascuno il proprio modello, l’Europa, in particolare, è stato il luogo in cui si sono realizzati i tentativi più avanzati in cui tenere insieme e far convivere l’economia di mercato con moderni sistemi di protezione sociale costruiti sul riconoscimento di diritti inalienabili per gli uomini e le donne. Ciò è accaduto attraverso una regolamentazione del profitto che consentiva una redistribuzione di risorse necessaria a sostenere sistemi nazionali di Welfare State.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e dopo la sconfitta del fascismo e del nazismo, la definizione di un nuovo ordine mondiale tenne conto non semplicemente e non banalmente delle diverse aree di influenza ma di un equilibrio, certo dinamico, fra le principali forze culturali e le ispirazioni che avevano segnato il mondo e lo stavano ancora segnando.

Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e lo scioglimento dell’Unione Sovietica del 1991 segnano la fine del comunismo realizzato. I tentativi di Gorbaciov di riformare l’impianto statuale ed economico dell’URSS fallirono.

L’idea di ricollocare nella storia il sistema di valori che aveva dato vita al pensiero comunista non ebbe la forza necessaria. Non ebbe la forza di un progetto credibile e di una classe dirigente unita e determinata. Non ebbe la forza di alleanze indispensabili per accompagnare il cambiamento. Prevalsero il caos e la corsa sfrenata ad abbracciare i modelli capitalisti che determinarono il collasso dell’Unione Sovietica con enormi conseguenze all’interno dei partiti e dei movimenti socialisti e comunisti di tutto il mondo.

In molti, in quel periodo, si precipitarono a decretare la “fine della storia” e la vittoria definitiva del capitalismo, tralasciando la questione più seria e profonda relativa alla rottura di un equilibrio mondiale che avrebbe richiesto ben altra risposta. In quel frangente ci fu anche chi, in occidente, sostenne che la vittoria del capitalismo e del mercato avrebbe via via consentito l’allargamento e l’espansione dei principi e delle regole propri dei regimi democratici producendo un’evoluzione benefica in quelle aree del mondo in cui sussistevano autocrazie e autoritarismi. Gli eventi e la realtà delle cose accadute si sono incaricati di smentire queste previsioni, dimostrando semmai che globalizzazione e turbo capitalismo hanno ampliato fortemente le disuguaglianze e rafforzato i regimi autoritari e illiberali.

Lungi dal pensare ad impossibili giustificazioni in merito all’aggressione della Russia di Putin ai danni dell’Ucraina, non c’è ombra di dubbio sul fatto che questo conflitto, del tutto sbagliato e pericoloso, indichi però chiaramente che il problema è nella necessità di ricostruire un ordine mondiale fondato non già, e non solo, su logiche di potenza ma sui principi, i valori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e sulla consapevolezza che la salvaguardia del pianeta è un’urgenza non più rinviabile.
Il protrarsi di questo conflitto senza che vi siano seri tentativi per giungere al cessate il fuoco e senza veri luoghi di trattativa per la pace, è una condizione che, alla lunga, produrrà solo sconfitti.

La stagione successiva alla seconda guerra mondiale, in Italia, fu segnata dalla ricostruzione delle istituzioni democratiche, delle forze politiche e sociali che avrebbero avuto il compito di interpretare la fase ricostruttiva del Paese, di alfabetizzazione alla politica del popolo intero e di articolare un dibattito pubblico orientato al futuro, alla speranza, alla libertà e alla solidarietà.

L’intero impianto della Costituzione italiana venne (ed è) informato del più netto antifascismo per l’impegno specifico dell’intero “arco” politico a che la tragedia del ventennio appena trascorso non dovesse più ripetersi. Non solo nell’autoritarismo del potere istituzionale, ma anche nella cultura del comando e della prepotenza che aveva segnato profondamente i rapporti nella società, tra datori di lavoro e dipendenti, tra classe dirigente e popolo.


Art.1 Costituzione italiana 350 260

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E’ il primo articolo della nostra Carta che, non a caso, pone il lavoro al centro del patto democratico. Cioè pone al centro la dignità, la realizzazione e la libertà dell’uomo come condizione per edificare la dignità, la realizzazione e la libertà del Paese.

La forza e la lungimiranza di questo momento fondativo ha animato una lunga stagione di affermazione di diritti sociali e civili che culmina nel 1970 con l’approvazione, in Parlamento, dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970). Le novità introdotte dal legislatore furono rilevantissime: la libertà di opinione e il divieto di indagine sulle opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa nei luoghi di lavoro; il divieto dell’uso di impianti audiovisivi o di altre apparecchiature con finalità di controllo dell’attività dei lavoratori; la tutela della salute e dell’integrità fisica degli stessi; il diritto di associazione e di attività sindacale; la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa; la repressione della condotta antisindacale da parte dei datori di lavoro.

Per comprendere appieno il significato e il valore di questa legge bisogna collocarla nell’ambito dei tempi che la generarono e richiamare alla mente le condizioni di vita e di subordinazione in cui erano obbligati a vivere i lavoratori dentro la fabbrica. Dominavano l’autoritarismo, il comando, la gerarchia e i salari bassi. Anche dove esisteva il paternalismo filantropico dell’imprenditore il lavoratore era soggetto ad una dipendenza potestativa. Quando si richiama il periodo della ricostruzione dell’Italia e del “miracolo economico” bisognerebbe ricordare che questi furono pagati dal sacrificio, dalla fatica e dalle sofferenze dei lavoratori. Si può benissimo affermare, senza alcun timore di smentita, che i lavoratori furono essenziali al pari degli imprenditori alla ricostruzione dell’Italia.

Tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, in particolare tra il ’68 e il ’72 maturarono alcuni elementi importanti che costituiranno dei punti di forza per lavoratori e sindacati. Due fra gli altri: 1) nelle fabbriche si realizzò una reale unità tra i lavoratori immigrati del sud e quelli del nord che produsse, non senza ambiguità, un intreccio culturale che diede una nuova idea dell’unità nazionale; 2) le fabbriche furono investite da un significativo processo di riorganizzazione tecnico-produttiva e dalla estensione e applicazione del modello tayloristico basato sulla parcellizzazione delle mansioni e sulla massificazione dei lavoratori; novità queste che vennero colte dai sindacati che furono capaci di adeguare se stessi per affrontare le nuove sfide.

Nel marzo ’68 vi fu lo sciopero generale per l’aumento delle pensioni. Nel luglio del ’69 vi fu lo sciopero generale contro il caro-affitti, organizzato dai sindacati confederali, che si concluse con i violenti scontri di Corso Traiano a Torino. Tra le lotte più importanti dell’autunno caldo e del periodo immediatamente successivo, va ricordato il rinnovo del contratto dei metalmeccanici che coinvolse un milione e mezzo di operai. Nel dicembre del ’69 la vertenza si chiuse con il raggiungimento di importanti obiettivi: aumenti salariali uguali per tutte le categorie, settimana lavorativa di 40 ore, particolari concessioni ai lavoratori-studenti, diritto di organizzazione di assemblee in fabbrica. Alle lotte per il rinnovo dei contratti nazionali dei metalmeccanici seguirono quelle per il contratto dei chimici, degli edili e dei ferrovieri. L’insieme dei lavoratori italiani fu coinvolto e diede vita a una stagione di alta conflittualità. Dunque l’obiettivo dello Statuto dei Lavoratori, che diventa legge il 20 maggio 1970, è il risultato della manifestazione di una nuova soggettività sociale da parte dei lavoratori che costruisce una sua contestazione verso l’organizzazione capitalistica del lavoro e si organizza intorno ad una nuova strategia per le riforme.


Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

Lavoratrici e Lavoratori su UNOeTRE.it


Alessandro Mazzoli

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Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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