Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 2

Fincapitalismo ©Nuova-Atlantide.orgFincapitalismo ©Nuova-Atlantide.org

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.

La riorganizzazione del capitale e l’avvento della flessibilità.

Il lavoro flessibile ©Teleskill

Il raggiungimento di queste conquiste sociali e l’estensione dei sistemi di protezione nel nostro paese incrocia però una ricerca da parte del capitale di soluzioni diverse rispetto all’assetto rigido del taylorismo e del fordismo. Proprio nel 1970, in Giappone, sulla base delle teorizzazioni di Taiichi Ohno, un ingegnere meccanico che divenne vicepresidente della Toyota Motors, viene applicata, in parecchie organizzazioni produttive, la filosofia di management conosciuta con il nome di “Just in Time”. Questo modello si proponeva di produrre i beni ed i servizi usando il minimo quantitativo di tutto: materiali, costi, tempo, spazio, risorse umane e finanziarie. Alleggerita, per adattarla alla cultura statunitense, ma con gli stessi obiettivi, è stata poi divulgata con il nome di Lean Manufacturing, cioè Produzione Snella.

Il contesto socio economico post-guerra rese inapplicabile il modello fordista occidentale in Toyota. La mancanza di capitali che caratterizzava l’economia giapponese e gli elevati costi di produzione, in particolare delle materie prime, non consentivano infatti di creare, come accadeva in occidente, economie di scala che portassero ad un abbattimento dei costi unitari. Solo grazie all’intuizione di Taiichi Ohno Toyota fece il salto di qualità. Ohno infatti si rese conto presto che era necessario cambiare il metodo produttivo slegandosi dal principio fordista basato sulla produzione di massa e impostando un tasso di produzione in base all’andamento della domanda.

E’ sulla base di questo principio che l’insieme del sistema capitalistico è stato spinto al cambiamento: il principio della flessibilità dei modelli produttivi, cioè l’idea che sia necessario produrre ciò che il mercato chiede, quando lo chiede, nella quantità che richiede. Tenendo ben presente che la domanda dei consumatori non corrisponde semplicemente alle necessità reali ma è anche il risultato di bisogni generati dal mercato stesso, con un uso scientifico e spregiudicato della pubblicità che innesca i consumi.

Se a questo impianto si applica una massiccia meccanizzazione e automazione delle catene produttive, unite ad una forte diversificazione dei beni da produrre, ecco che il lavoro umano e, in particolare, la manodopera, viene di nuovo confinata in una posizione subalterna. Da quel momento in poi, le condizioni di lavoro, e del lavoro, sono perciò caratterizzate dal contesto generale di questa ristrutturazione del processo lavorativo: la precarietà diviene un cardine del sistema. La precarietà del lavoro diventa reale, prima di essere percepita come disagevole sensazione; l’irregolarità del rapporto di lavoro, lo si chiami “lavoro nero” o “economia sommersa”, è una caratteristica di tendenza dominante, in forme diverse, in tutto il mercato capitalistico.


immagine di corredo

Se negli Stati Uniti d’America la diffusione del lavoro flessibile si attestava intorno al 20% della manodopera totale negli anni ’80, la nascita del lavoro flessibile in Italia è iniziata ufficialmente negli anni ’90 quando governi sia di destra che di sinistra hanno introdotto nuove politiche attive e diversi cambiamenti nel mercato del lavoro. Questi cambiamenti sono avvenuti a causa di eventi che hanno segnato l’intero sistema economico e sociale italiano: la prima crisi petrolifera del 1973 causò una stagflazione, ovvero un aumento generale dei prezzi e contemporaneamente una mancanza di crescita dell’economia in termini reali con aumento della disoccupazione; negli anni ’80 il sistema di produzione di massa “keynesiano-taylorista” iniziò a sgretolarsi e dunque in Europa cominciò quella che fu definita “la fase di riorganizzazione del capitalismo in chiave neo-liberale”. La produzione di massa, che fino a quel punto aveva dominato l’organizzazione industriale, tende ad andare in crisi per il concorso di numerosi fattori: la volatilità dei mercati, la domanda di beni di consumo sempre più variabile, l’impossibilità di collocare beni sui mercati ormai saturi, il costo sempre più alto della forza lavoro a fronte di profitti che si riducono, la spinta verso il Just in Time, l’esternalizzazione di intere parti di produzione, l’ingresso della finanza nella logica d’impresa, ma anche l’apertura verso mercati del lavoro poco o per nulla regolamentati. Tutti questi elementi fanno sì che la classe degli imprenditori guardi in quegli anni con sempre maggiore interesse a relazioni flessibili con la forza lavoro. Il gravare del debito pubblico porterà la necessità di contenere la spesa pubblica e si individuerà nell’offerta dei servizi sociali l’area più sacrificabile. A partire dalla metà degli anni ’70 prende corpo la spinta per mettere in discussione il meccanismo della “scala mobile” che consentiva di legare i salari all’andamento dell’inflazione e che sarà abolito all’inizio degli anni ’80 sia in Francia che in Italia. Nei due paesi i capi di governo erano socialisti.


Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

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Alessandro Mazzoli

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Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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