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Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 3

Mercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.itMercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.itMercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.it

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.


Le riforme del mercato del lavoro in Italia dal 1997 ai nostri giorni. prima parte

Salario minimo

Era il giugno del 1997 quando il Parlamento italiano emanava la legge delega che permetteva al Governo (Prodi 1) di attuare, attraverso dei decreti attuativi, il progetto di legge n. 196/1997 “Norme in materia di promozione dell’occupazione”, anche noto come “Pacchetto Treu”, dal nome dell’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Si trattava di un provvedimento in grado di introdurre importanti cambiamenti nel mercato del lavoro italiano. L’obiettivo dichiarato era quello di contrastare la disoccupazione, rendendo meno rigido il mercato del lavoro, attraverso la crescita di flessibilità in alcune forme contrattuali. Tra le novità, si disciplinava per la prima volta direttamente l’esercizio del lavoro interinale in cui è un soggetto terzo che media tra la domanda e l’offerta di lavoro, derogando il divieto d’interposizione tra datore di lavoro e lavoratore introdotto dalla legge n. 1369/1960; si incentivava la diffusione dell’apprendistato come fase formativa che inseriva all’attività lavorativa; si introduceva l’utilizzo del tirocinio formativo e si regolamentava con più chiarezza anche il lavoro socialmente utile a disposizione delle autonomie locali.

Il “Pacchetto Treu” si inseriva in un quadro politico-culturale di liberalizzazione del mercato del lavoro che proveniva dall’Europa, allora fonte di direttive che davano priorità al raggiungimento di questo obiettivo comune. Del resto, proprio quell’anno, l’Unione Europea, definiva la Strategia Europea per l’Occupazione (SEO), basandola su quattro principi cardine: imprenditorialità, adattabilità, pari opportunità e occupabilità. Occupabilità appunto, più che occupazione. L’impianto culturale che sosteneva le politiche europee era anche il frutto della spinta che veniva dalle forze appartenenti al Partito del Socialismo Europeo che, al tempo, governavano buona parte dei paesi dell’Unione e le cui riflessioni si alimentavano dello scambio con i Democratici americani che guidavano gli Stati Uniti con Bill Clinton. Prodi in Italia, Gerhard Schroder in Germania, Lionel Jospin in Francia, Josè Luis Zapatero in Spagna, Tony Blair in Inghilterra. La sinistra riformista europea e occidentale raccolse la sfida della globalizzazione con spirito aperto considerandolo un fattore di cambiamento largamente positivo e ritenendo che quella funzione di governo acquisita in così tanti paesi contemporaneamente le avrebbe dato la possibilità e la forza di guidare e regolare il cambiamento in corso. Questa visione ottimistica e questa impostazione poggiavano sulla convinzione che gli anni a venire sarebbero stati anni di significativa e forte crescita economica e che questo elemento avrebbe rappresentato di per sé una condizione di riequilibrio e di compensazione rispetto ai rischi della nuova flessibilità. In altre parole: le esperienze lavorative non sono più per tutta la vita ma, con una economia che cresce, aumentano anche le opportunità di passare da un impiego all’altro. Come sappiamo, le cose non sono andate così.


Il lavoro è dignità

A distanza di qualche anno dall’introduzione del “Pacchetto Treu”, nel 2003, con il secondo Governo Berlusconi, vengono introdotti ulteriori cambiamenti che accentuano il numero e le tipologie dei contratti di lavoro. Sono numerosi, infatti, gli istituti lavorativi interessati dalla riforma. In particolare le nuove disposizioni concernono: il sistema di incontro fra domanda e offerta di lavoro, oggetto di complessiva ridefinizione mediante l’istituzione delle agenzie per il lavoro e della borsa nazionale continua del lavoro che avrebbe dovuto costituire un sistema integrato e informatizzato sul mercato del lavoro accessibile a lavoratori, imprenditori, operatori pubblici e privati; la nuova fattispecie della somministrazione di lavoro (cosiddetto staff leasing), che sostituisce la disciplina del lavoro interinale; i gruppi di impresa e il trasferimento di azienda in cui è la società capogruppo che amministra il personale per tutte le società controllate; nuove tipologie contrattuali ad orario ridotto, modulato e flessibile, quali il lavoro intermittente (lavoro a chiamata o job on call), il lavoro ripartito (job sharing), il lavoro a progetto e il lavoro occasionale di tipo accessorio che regolano le diverse forme del lavoro saltuario, discontinuo e discrezionale da parte delle imprese in base alle esigenze specifiche e del momento; tipologie contrattuali già presenti nell’ordinamento giuridico, quali il lavoro a tempo parziale (cosiddetto part-time), l’apprendistato, il contratto di formazione e lavoro (che diviene contratto d’inserimento) ed il distacco, le cui discipline vengono modificate; la previsione della certificazione dei rapporti di lavoro e delle relative procedure, al fine di ridurre il contenzioso in materia di connotazione dei rapporti di lavoro. L’insieme di queste norme passò sotto il nome di “Legge Biagi”, in memoria del giuslavorista, Prof. Marco Biagi, che nel marzo 2003 venne ucciso dalle Brigate Rosse mentre rientrava a casa nella sua Bologna. Il Prof. Biagi fu l’estensore del Libro Bianco sul Lavoro ed era ancora in vita al momento dell’approvazione in Parlamento della legge delega. Ma non c’era già più quando il Governo, con l’allora Ministro del Lavoro, Roberto Maroni, provvide ad emanare i decreti attuativi.

Nel 2011, con la fine anticipata del terzo Governo Berlusconi e l’insediamento del Governo Monti, venne predisposto un vigoroso provvedimento cui fu dato il nome di “Salva Italia” all’interno del quale, su proposta dell’allora Ministra Prof.ssa Elsa Fornero, si prevedeva un forte intervento di riforma del sistema pensionistico che completava la transizione dal modello retributivo a quello contributivo, allungava entro il 2018 l’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti private da 60 a 65 anni, bloccava totalmente le perequazioni delle pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo, riduceva da 18 a 12 mesi la “finestra” mobile per i lavoratori autonomi equiparandoli a tutti gli altri. A distanza di pochi mesi, nel 2012, sempre su iniziativa della Ministra Fornero, venne introdotta un’ulteriore modifica alla legislazione sul lavoro che interveniva su alcuni punti qualificanti: nel caso di dimissioni o risoluzione consensuale dei rapporti di lavoro si imponeva alle parti di convalidare le dimissioni o la risoluzione consensuale presso la Direzione Territoriale del Lavoro o Centro per l’Impiego o presso le sedi individuate dai contratti collettivi nazionali; venivano normati la tutela della maternità e paternità e il contrasto delle “dimissioni in bianco” ampliando da 1 a 3 anni il periodo di protezione o di volontà assistita previsto per le dimissioni della madre lavoratrice estendendo la tutela anche al lavoratore di sesso maschile e innalzando di molto (da 5.000 a 30.000 euro) la sanzione amministrativa per il datore di lavoro che cercava di utilizzare le “dimissioni in bianco” fatte sottoscrivere al lavoratore al momento dell’assunzione o in data successiva; si prevedeva, per i contratti a tempo determinato, che non fosse più necessaria la richiesta di sussistenza delle “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” e quindi la temporaneità dell’occasione di lavoro; il lavoro a chiamata veniva rimodulato relativamente alle fasce d’età dei destinatari e prevedendo che l’onere della comunicazione dovesse essere effettuato prima dell’inizio della prestazione lavorativa dal datore di lavoro; il lavoro a progetto veniva limitato e il contratto doveva riportare un progetto specifico che si doveva intendere come un’attività di contenuto creativo ed eccezionale; i licenziamenti individuali per i quali veniva previsto che la comunicazione del licenziamento, per giustificato motivo oggettivo, dovesse contenere la specificazione dei motivi e che, le imprese che occupavano più di 15 dipendenti nella medesima unità produttiva o nel medesimo comune per poter intimare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo (crisi aziendale) dovevano seguire una procedura conciliativa preventiva presso la Direzione Territoriale del Lavoro, indicando i motivi e le eventuali misure di ricollocamento pensate per il lavoratore. Se la procedura di conciliazione falliva, il datore di lavoro poteva comunicare il licenziamento al lavoratore e versare all’INPS una somma pari al 50% del trattamento iniziale del nuovo ammortizzatore sociale ASPI per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi 3 anni; per i lavoratori anziani delle aziende sopra i 15 dipendenti si incentivava l’esodo per favorire una nuova occupazione giovanile attraverso appositi accordi sindacali che impegnavano il datore di lavoro a corrispondere a detti lavoratori una prestazione pari al trattamento pensionistico spettante e a versare all’INPS la contribuzione necessaria al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento, cioè una sorta di “scivolo”. In sostanza, questo nuovo intervento normativo toccava e modificava, per la prima volta, uno degli elementi fondamentali dello Statuto dei Lavoratori, ovvero l’Art.18 e cioè, in caso di licenziamento ingiustificato, non esisteva più soltanto la reintegrazione nel posto di lavoro ma anche l’opzione del risarcimento economico.

Alessandro Mazzoli

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Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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