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Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 4

Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

27 Luglio 2023
Mercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.itMercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.itMercato del lavoro, mondo senza regole ©verona-in.it

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.


Le riforme del mercato del lavoro in Italia dal 1997 ai nostri giorni. seconda parte

Jobs act voluto da Renzi e dal suo governo
IOl Jobs act voluto da Renzi e dal suo governo

Dopo soltanto due anni, la legge n. 183 del 2014, cosiddetto Jobs Act, torna a mettere le mani sulla stessa materia con numerose ed ampie deleghe al Governo per una nuova riforma del mercato del lavoro. L’attuazione della legge delega è stata poi completata con l’adozione di otto decreti legislativi (e un decreto correttivo) che sono intervenuti in diversi ambiti del settore lavoristico: sugli ammortizzatori sociali, per razionalizzare le forme di tutela esistenti, differenziando l’impiego degli strumenti di intervento in costanza di rapporto di lavoro (Cassa Integrazione) da quelli previsti in caso di disoccupazione involontaria (ASpI); sui servizi per il lavoro e le politiche attive, con lo scopo di riordinare la normativa per garantire la fruizione dei servizi essenziali su tutto il territorio nazionale, razionalizzando gli incentivi all’assunzione  e all’autoimpiego e istituendo una cornice giuridica nazionale come riferimento per le normative regionali e provinciali; sulla semplificazione delle procedure relative al rapporto di lavoro al fine di ridurre gli adempimenti a carico di cittadini ed imprese; sul riordino delle forme contrattuali, dell’attività ispettiva in materia di lavoro e revisione della disciplina dei licenziamenti, finalizzati a rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro e a riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le esigenze del contesto occupazionale e produttivo, nonché a rendere più efficiente l’attività ispettiva. In particolare si prevede la redazione di un testo organico di disciplina delle varie forme contrattuali e l’indicazione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio; infine, sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, con lo scopo di garantire adeguato sostegno alla genitorialità e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori.

Il primo D. Lgs. N. 23/2015, relativo al contratto a tutele crescenti, introduce una disciplina sui licenziamenti illegittimi, individuali e collettivi, che elimina ogni possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamenti economici, mantenendola nel caso di licenziamenti disciplinari. In quest’ultimo caso la reintegrazione del lavoratore sarà possibile solo per l’insussistenza del fatto materiale, direttamente dimostrata in giudizio. Con questa norma si supera di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Nel 2015, con il Jobs Act, sono stati praticamente azzerati i casi in cui il giudice può ordinare una reintegrazione. La sanzione principale è diventata la semplice tutela monetaria che cresce di due mesi di stipendio per ogni anno di anzianità, con un minimo, comunque, di 4 mensilità e un massimo di 24. E’ necessario ricordare che il Jobs Act è stato applicato solo ai nuovi contratti: cioè solo ai lavoratori assunti dopo la sua entrata in vigore. Per tutti i lavoratori assunti prima del 2015 è rimasto in vigore l’art. 18 come modificato nel 2012.

Un Paese moderno, che giustamente discute e si divide sulle grandi questioni economiche e sociali, dovrebbe disporre di un sistema per il costante monitoraggio per la valutazione d’impatto delle riforme del mercato del lavoro. Non è questo, purtroppo, il caso dell’Italia che non dispone di un bilancio istituzionale e condiviso delle norme messe in campo. Gli studi disponibili sugli effetti delle politiche adottate sono il risultato di ricerche e di analisi elaborate da istituti e centri studi per i quali non è sempre facile avere a disposizione tutti i dati necessari. E in ogni caso è uno sforzo utile che merita apprezzamento.

In uno studio del 2016 dal titolo “La crisi e le riforme del mercato del lavoro in Italia: un’analisi regionale del Jobs Act” condotto da Marta Fana, Dario Guarascio e Valeria Cirillo, si evidenzia come, nel periodo successivo all’introduzione del Jobs Act, ad aumentare siano stati principalmente i lavori a termine ed i voucher. Inoltre, emerge come il lieve aumento degli occupati a tempo indeterminato osservato nel 2015 è significativamente legato, da un lato, agli incentivi fiscali che hanno accompagnato l’introduzione della legge e, dall’altro, alle trasformazioni – le stabilizzazioni- di contratti esistenti piuttosto che alla creazione di nuovo impiego”. Se a questo si aggiunge che la crescita dei contratti a tempo indeterminato ha interessato prevalentemente le coorti di lavoratori più anziane (over 55), se ne ricava che la dinamica occupazionale si è caratterizzata per discontinuità e bassa qualità.

Successivamente, nello studio di Andrea Bendinelli “Incentivi al lavoro permanente e contratto a tutele crescenti: un approccio controfattuale alla stima dell’impatto sulle assunzioni a tempo determinato nel 2015”, pubblicato su “Moneta e Credito” del marzo 2017, si descrivono tendenze solo parzialmente analoghe. Infatti, se il 2015 si registra come l’anno dell’inversione di tendenza per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato, soprattutto per quanto concerne il tasso di variazione tendenziale delle trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, sulla base della metodologia adottata, emergerebbe che le due richiamate modifiche normative avrebbero contribuito all’incidenza degli avviamenti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti di lavoro dipendente nella misura del 7,9%. L’incidenza degli avviamenti con contratto permanente per gli ammissibili allo sgravio contributivo sarebbe passata dal 13,9% del 2014 al 21,2% nel 2015, con un incremento del 7,3%. Indicazioni che sembrerebbero confortanti pur tenendo conto delle stesse riserve metodologiche richiamate dallo stesso autore, quali l’impossibilità di individuare l’incidenza dei contratti attivati dalla pubblica amministrazione o il fatto di aver potuto lavorare solo sui dati del 2015. In ogni caso, a parere dell’Autore, anche osservando l’andamento delle assunzioni nel corso dei mesi dell’anno preso a riferimento e soprattutto dell’impennata registratasi nell’ultimo mese di vigenza della decontribuzione al 100%, appare più che plausibile affermare che l’incidenza dei contratti a tempo indeterminato nel gruppo degli idonei sia attribuibile “in larga parte agli incentivi economici, anziché dalle modifiche normative previste dal Jobs Act”.


L'articolo 18, la grande tutela dal licenziamento ingiustificato
L’articolo 18, la grande tutela dal licenziamento ingiustificato

Sempre nel 2016 è utile segnalare lo studio realizzato per la Banca d’Italia da Paolo Sestito e Eliana Viviano, apparso sul numero 325 di “Questioni di Economia e Finanza” con il titolo “Incentivi alle assunzioni e/o riduzione dei costi di licenziamento? Una valutazione dell’impatto delle politiche del mercato del lavoro del 2015”. Da tale analisi emergerebbe che, sui dati delle attivazioni di nuovi contratti a tempo indeterminato o di trasformazione di contratti a tempo determinato, registrati nella regione Veneto nel corso del 2015 – ovvero il primo anno di vigenza del sistema di incentivazione previsto dalla legge di bilancio 2015 e, dal marzo del medesimo anno, del nuovo contratto a tutele crescenti – delle circa 10.000 nuove assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato, circa il 40% di quelle nuove a tempo indeterminato è dovuta all’introduzione dell’incentivo; alla revisione della disciplina sui licenziamenti è imputabile un altro 5%.

Nel marzo 2018 il sito “la voce.info” pubblica un intervento dell’allora Presidente dell’INPS, Prof. Tito Boeri, che presenta uno studio in cui si analizzano in modo scientifico e rigoroso gli effetti del contratto a tutele crescenti su assunzioni e licenziamenti. Il Professore evidenzia come la mobilità delle imprese intorno alla soglia è aumentata. “Il numero di quelle che supera la soglia dei 15 addetti è passato da 10.000 al mese prima della riforma a circa 12.000 al mese nei 15 mesi dopo la sua introduzione, anche se i passaggi di soglia dopo il dicembre 2016 – quando la decontribuzione è stata fortemente ridotta – hanno subito una sensibile decelerazione”. La parte scientificamente più rigorosa riguarda però gli effetti del nuovo contratto sulle assunzioni e sui licenziamenti a tempo indeterminato con i nuovi contratti. Lo studio mostra che le imprese sopra la soglia (quelle che indubbiamente operano con maggiore flessibilità) hanno aumentato le assunzioni a tempo indeterminato del 50% in più rispetto alle imprese più piccole dopo marzo 2015. Quando lo studio guarda ai licenziamenti, il risultato è molto simile e viene evidenziato un aumento dei licenziamenti di circa il 50% tra le imprese più grandi rispetto alle piccole prima e dopo il 2015”. “Va peraltro ricordato che l’aumento di assunzioni del 50% corrisponde a un numero molto più grande rispetto all’aumento dei licenziamenti del 50% e che l’occupazione totale è aumentata nel triennio analizzato”.

Qualche mese più tardi, il 26 settembre del 2018, interviene una novità di grande importanza quando la Corte Costituzionale emette la sentenza n. 194/2018 che di fatto pone fine al modello delle tutele crescenti ideato solo tre anni prima e sottolineando come il decreto fosse in contrasto con l’Art.24 della Carta Sociale Europea che recita testualmente: “tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento”. La tutela, in caso di licenziamento ingiusto, è il diritto del lavoratore ad essere reintegrato sul posto di lavoro o, se la reintegra non è concretamente praticabile, l’ottenimento di un risarcimento commisurato al danno subito.

Ciò che è certo è che il Jobs Act ha prodotto la definitiva liberalizzazione del mercato del lavoro in Italia riducendo drasticamente, e spesso eliminando, il potere contrattuale dei lavoratori e accentuando la svalutazione del lavoro.

Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

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Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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