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Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 5

Lottare per tutti i dirittiLottare per tutti i dirittiLottare per tutti i diritti

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.


Le nuove forme dell’impresa, le crisi del capitalismo, la crescita delle disuguaglianze.

Dov’è la Repubblica a tutelare il lavoro?

Se negli anni ’90 gli impiegati che avevano un contratto part-time tendevano generalmente a lavorare presso uffici di collocamento, come impiegati nelle vendite al dettaglio o nelle catene di fast food, oggi, i lavoratori flessibili, stanno operando sempre di più all’interno di occupazioni tradizionali nelle quali affiancano lavoratori fissi ricoprendo mansioni simili e con i medesimi orari di lavoro. La differenza è spesso rintracciabile nei livelli di retribuzione tra fissi e flessibili, dove i secondi percepiscono salari inferiori ed evidenziano una minore percezione di sicurezza sul lavoro rispetto ai fissi. I turni e gli orari di lavoro inoltre, vengono svolti anche a tutte le ore della notte e del giorno da parte dei lavoratori temporanei, cosa che non accade per chi è assunto a tempo indeterminato. Insomma, la diffusione del lavoro flessibile, nella realtà, non è stato un processo di cambiamento promosso e portato avanti dai lavoratori in presenza di maggiori opportunità di scelta bensì il cambiamento si è innescato a livello macro, in seguito allo stravolgimento del mondo del lavoro in Europa e nel mondo.

Il nuovo modello d’impresa, che si sta affermando a livello globale, è detto a “rete flessibile” in quanto si serve di migliaia di fornitori in subappalto e subappaltanti, nessuno dei quali ha la minima possibilità di prevedere il futuro, in quanto dipendono in tutto dalle sue commesse. Quindi, moltiplicati per n imprese, n corporations di grandi dimensioni, significa milioni di fornitori piccoli e medi nel mondo che non sanno assolutamente che cosa la settimana prossima gli riserverà il destino produttivo. Tale sistema dell’impresa-rete si fonda sulla produzione Just in Time, ovvero sul tentativo di rispondere in tempo reale al variare della domanda grazie alla flessibilità produttiva. In questo modo ciò che il disegno neo-liberista implica è che l’impresa mira a scaricare sui lavoratori l’impossibilità di prevenire le oscillazioni del mercato rendendo flessibili gli orari di lavoro e facili gli esuberi con l’assenza di vincoli ai licenziamenti. La necessità di far fronte all’imprevedibilità del futuro, che prima era responsabilità primaria dell’impresa, viene così trasferita per intero sulle spalle dei lavoratori flessibili. E’ il singolo lavoratore flessibile e precario, che non sa se lavorerà ancora tra qualche mese, a dover far fronte alla imprevedibilità del futuro.

Questo è il punto nel quale ci troviamo con un’aggiunta necessaria relativa al fatto che, in particolare nell’ultimo ventennio, il susseguirsi di crisi internazionali ha reso ancora più precaria la situazione dell’economia globale ed accentuato le ricadute negative sul lavoro. La crisi finanziaria del 2000 all’esito di una vera e propria febbre che, da metà anni ’90, aveva contagiato gli investitori americani, europei e di tutto il mondo, si concentrò soprattutto nel settore della tecnologia; l’attacco terroristico alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 contribuì enormemente ad aggravare la situazione; la crisi finanziaria del 2007/2008, le cui radici affondano proprio nello scoppio della bolla dei primi anni 2000, produsse il fallimento di intere banche. A questa crisi sono seguite una recessione e una crisi industriale di proporzioni più ampie della grande crisi del 1929. Il 2009 ha poi visto una crisi economica generalizzata, pesanti recessioni e vertiginosi crolli di PIL in numerosi Paesi del mondo e in modo particolare nel mondo occidentale. Tra il 2010 e il 2011 si è conosciuto l’allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze pubbliche di molti Paesi, soprattutto nell’eurozona, con l’avvio delle politiche di “austerity” fortemente restrittive sui conti pubblici con freno ai consumi che alimentarono la spirale recessiva.

Per giungere poi al 2020 con l’esplosione della pandemia da COVID-19 che è stata, dapprima, crisi sanitaria globale, ma ben presto si è trasformata in crisi economica nel momento in cui ha imposto uno stop al mondo intero. In un anno l’Italia ha perso l’8,8% del suo PIL, la Germania il 5,6%, la Spagna il 12,4%, la Francia il 9,4%.


Il subappalto

In un suo articolo pubblicato il 4 aprile 2020 sul Financial Times e ripreso il 20 aprile da Internazionale, Arundhati Roy scrive: “Che cos’è questa cosa che ci è capitata? E’ un virus, certo, che di per se non ha alcun insegnamento morale da darci. Ma è decisamente più di un virus. Alcuni sono convinti che sia il modo scelto da dio per riportarci alla ragione. Altri credono che sia un complotto cinese per impadronirsi del mondo. Di qualunque cosa si tratti, il coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e costretto il mondo a fermarsi come nient’altro avrebbe potuto fare. I nostri cervelli continuano a correre avanti e indietro, sognando il ritorno alla “normalità”, tentando di cucire il futuro con il passato e rifiutando di ammettere che uno strappo c’è stato. Ma lo strappo esiste. E nel bel mezzo di questa disperazione, ci offre l’opportunità di ripensare la macchina apocalittica che ci siamo costruiti. Niente sarebbe peggio di un ritorno alla normalità. Storicamente, le pandemie hanno costretto l’umanità a rompere con il passato e a immaginare un mondo nuovo. Questa non fa eccezione. E’ un portale, un cancello tra un mondo e quello che verrà. Possiamo scegliere di attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse dei nostri pregiudizi e del nostro odio, la nostra avidità, le nostre banche dati, le nostre idee vecchie, i nostri fiumi morti e i cieli color fumo, oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un altro mondo. E pronti a lottare per ottenerlo”.


50° Statuto dei lavoratori

Questo appello così lungimirante, però, non ha avuto la meglio. E purtroppo lo si è visto nel pieno della pandemia dove, al posto di una necessaria cooperazione internazionale e di una nuova solidarietà, è prevalso un approccio nazionalista e sovranista per affrontare l’emergenza che ha tenuto in piedi tutti i pilastri della logica capitalistica che ha scaricato sui conti pubblici dei Paesi i costi di evidenti inefficienze del mercato (la mancanza di dispositivi di protezione individuale, respiratori e ventilatori per le terapie intensive), la necessità e l’urgenza di sostenere la ricerca scientifica e lasciando ai grandi colossi della farmaceutica i profitti per i vaccini. Ma lo si è visto anche dopo, quando, ad inizio 2022, il mondo cominciava ad uscire da quella crisi tremenda, il 24 febbraio la Russia di Putin invade l’Ucraina ed apre un nuovo conflitto alle porte dell’Europa dalle notevoli e molteplici implicazioni internazionali e globali, non ultima l’impennata dei costi energetici e delle materie prime che ha spinto l’inflazione in su aumentando i prezzi delle produzioni e dei consumi.

Dopo poco più di vent’anni dall’inizio del nuovo secolo contiamo già sei crisi che hanno segnato la storia del mondo e che, in buona sostanza, confermano come in un sistema di tipo capitalistico globalizzato e senza regole le crisi sono un fatto strutturale che è parte del modello perché è il modo attraverso il quale maturano e deflagrano le sue stesse contraddizioni in attesa di un successivo riavvio, ma anche in attesa di una successiva crisi. Il punto è che i costi veri di ognuna di queste crisi vengono sempre e comunque scaricati verso il basso. E se, dopo il ‘900 che è stato il secolo delle grandi conquiste sociali, non si vuole un nuovo secolo di arretramenti è indispensabile riaprire una dialettica vera che rimetta al centro la vita reale di miliardi di persone.


Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

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Alessandro Mazzoli

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Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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