Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 6

Il lavoro dignità non caritàIl lavoro dignità non caritàIl lavoro dignità non carità

di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.


E’ urgente ricostruire un equilibrio fra capitale e lavoro. prima parte

Il lavoro è un diritto per tutti

Non è vero che non esistono alternative ad uno sviluppo senza regole. Non è vero che bisogna arrendersi al degrado del pianeta, così come non è vero che il lavoro sottopagato e la precarietà siano prospettive inevitabili.

Questa idea della flessibilità che umilia il lavoro e lede la dignità delle persone produce nuove e più grandi disuguaglianze, nuove e più grandi fratture che consumano e poi strappano il tessuto connettivo delle comunità e colpiscono il patto di cittadinanza che tiene insieme le società. Non è un allarme su ciò che potrà accadere perché sta già accadendo. Il CENSIS, nel Rapporto 2021, sollecita ad osservare quel segmento della società italiana che, per quanto minoritario, è la spia di un fenomeno più ampio, di un disagio che rivela una inclinazione di fondo. “L’irrazionale che oggi si manifesta ha radici socio-economiche profonde, secondo una parabola che va dal “rancore” al “sovranismo psichico”, e che ora evolve diventando rifiuto tout court del discorso razionale”. Le giovani generazioni, più competenti e titolate di sempre, sono destinate a redditi bassi e a una precarietà continua. Oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, di energie e di risorse profuso nello studio. Molti pensano che, semplicemente, non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Non sembra più conveniente fare quello che la saggezza razionale indicherebbe, ovvero investire le proprie risorse sul futuro con la promessa che poi si starà meglio, individualmente e collettivamente. E tutto questo si traduce anche in una rinuncia silenziosa alla partecipazione. A cominciare dalla partecipazione al momento supremo della vita democratica, cioè il voto elettorale. Cioè, nel momento in cui molti sentono seriamente messo a repentaglio il proprio benessere, si ingrossano le fila dei cittadini perduti della Repubblica.

Non riuscire a leggere questo scollamento, non rendersi conto della gravità di quanto accade è indice di una grande irresponsabilità dalla quale bisogna rifuggire. La precarietà che pervade la vita delle persone sottrae diritti, fiacca le energie, limita le sacrosante aspirazioni alla realizzazione delle persone, impoverisce la società e logora la democrazia. E’ un problema che investe tutti e che richiede ad ogni settore della società di compiere un passo per contribuire nella ricerca di soluzioni nuove e più adeguate.

Senza la redistribuzione equa delle risorse e delle opportunità non sarà possibile riprendere un cammino di crescita reale. Senza il riconoscimento pieno dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini le disparità presenti già in grande quantità possono essere foriere soltanto di nuovi fallimenti e di nuovi conflitti. Una redistribuzione che deve diventare oggetto di un confronto aperto nel momento in cui l’impegno pubblico a sostegno del sistema delle imprese è stato ed è significativo. Secondo la “Relazione sugli interventi in sostegno alle attività economiche e produttive” del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (già MISE), pubblicata nel settembre 2022, dal marzo 2020 al 31 maggio 2022 sono state complessivamente 89 le misure volte a contrastare la crisi economico-sanitaria con una dotazione complessiva di risorse pari a oltre 417 miliardi di euro. E, secondo quanto riporta il Registro Nazionale degli Aiuti di Stato, le agevolazioni concesse sono state pari a 8,3 miliardi di euro nel 2018 e a oltre 25 miliardi di euro nel 2021. A tutto questo si aggiungano i fondi previsti sul PNRR per un impegno complessivo di circa 75 miliardi di euro per ricerca, innovazione e competitività per la transizione verde e digitale. Insomma, è possibile mettere sul tavolo il fatto che le risorse pubbliche investite debbano avere dei benefici pubblici e non solo privati?


Vogliamo essere madri e lavoratrici allo stesso tempo
I diritti delle donne

Delle due l’una. Se per i sistemi produttivi l’opzione della flessibilità è quella preferita, allora occorre introdurre tutti quei correttivi che impediscano la precarizzazione della vita e tutelino la dignità della persona. Se la scelta è quella della flessibilità allora bisogna abbandonare ogni ipocrisia ed ammettere che la stessa implica un livello esasperato di competizione ed ha per conseguenza la discontinuità del periodo lavorativo, la quale non può significare la discontinuità della vita. La flessibilità della produzione impone il ripensamento sia delle politiche industriali che delle politiche per la coesione e l’inclusione sociale. Dovrebbe essere questa la vera missione dell’Unione Europea se vuole davvero ridefinire un proprio ruolo nel mondo, soprattutto in un frangente drammatico come questo. Cambiare ed umanizzare la globalizzazione costruendo nuovi equilibri.

Il fatto che ciascuna persona debba predisporsi ad esperienze diverse sul piano lavorativo può essere semplice a dirsi ma è più difficile a farsi. E in virtù di questa difficoltà concreta è necessario concepire e mettere in campo tutti gli strumenti che possano accompagnare ciascuno lungo la propria esistenza. Per questo servono riforme di lungo periodo che richiedono ingenti investimenti pubblici. Le riforme a costo zero non esistono. Chi presenta come riforme ciò che nell’immediato fa risparmiare racconta bugie. Le riforme sono cambiamenti, e i cambiamenti costano, nell’immediato e nel medio periodo. Dopo potranno produrre risparmi. Il primo grande investimento essenziale riguarda l’istruzione e la formazione perché la rivoluzione dell’elettronica e poi quella del digitale richiedono molti più strumenti di conoscenza e di comprensione dei fenomeni che investono con forza e velocita la dimensione individuale e collettiva, oltre che quelle della produzione e del lavoro. Cambia la percezione delle cose e possono cambiare le opportunità, a patto che le si sappia riconoscere e che ogni cittadino non sia lasciato solo nella propria ricerca. In secondo luogo avremmo bisogno di una politica industriale degna di questo nome e in cui siano finalmente chiari gli ambiti verso i quali l’Italia e l’Europa intendono orientare e specializzare i propri tessuti produttivi, quali filoni di ricerca e di sostenibilità intraprendere e quale contributo originale mettere sul tavolo di una nuova competizione internazionale.

La flessibilità della produzione e del lavoro significa, in ogni caso, che nella vita lavorativa delle persone possono capitare periodi di non lavoro, o perché si trovano a dover transitare da un’esperienza lavorativa ad un’altra o perché, al termine di un’attività, può non essercene immediatamente un’altra, e comunque non possiamo dimenticare coloro che non hanno i requisiti di occupabilità. Così come nell’epoca della flessibilità, nell’epoca della robotica, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, nell’epoca della riconversione ecologica applicate alla produzione di beni e servizi è inevitabile, per conseguenza, almeno per una fase transitoria non breve, una quota considerevole di disoccupazione o inoccupazione verso le quali non può esserci la sola risposta del fare spallucce e pensare “si salvi chi può”.

E’ chiaro che in questi casi e in questi frangenti è necessario prevedere una misura strutturale di sostegno al reddito che assicuri un livello dignitoso di vita. Gli si dia il nome che si preferisce: Reddito di Inclusione, Reddito di Cittadinanza o quale altro. Il punto non sono i nomi ma la sostanza. Scelta che deve fare il paio con un sistema di ammortizzatori sociali di tipo universalistico, ovvero valido e applicabile a qualsiasi tipologia di contratto di lavoro confermando e implementando la riforma del gennaio 2022 avviata dal Ministro Andrea Orlando.


Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

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Alessandro Mazzoli

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Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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