Diritti perduti da lavoratrici e lavoratori. 7

Alessandro Mazzoli

ByAlessandro Mazzoli

27 Luglio 2023 ,
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di Alessandro Mazzoli

I diritti perduti. dallo statuto dei diritti dei lavoratori al jobs act, alle politiche del lavoro della destra al potere.


E’ urgente ricostruire un equilibrio fra capitale e lavoro. seconda parte

Inoltre, se si vuole la flessibilità, un’ora di lavoro non può essere pagata 2, 3, 4, 5 euro perché in questi casi la parola giusta è sfruttamento e il luogo non è più quello di una convivenza civile ma della giungla. In questo senso non è davvero più rinviabile una iniziativa legislativa che punti ad inserire nel nostro ordinamento il “salario minimo”. L’Italia è il solo Paese europeo a non averlo. Negli ultimi trent’anni di globalizzazione accelerata, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: – 2,9% in termini reali rispetto, ad esempio, al +276% della Lituania, il primo paese in graduatoria. Lavorare in Italia rende meno rispetto a trent’anni fa e siamo l’unica economia avanzata in cui ciò è avvenuto. E’ del tutto evidente come, in tema di salari, si tratti di una vera e propria emergenza che deve essere affrontata alla luce dell’articolo 36 della Costituzione italiana che prevede: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E ha senso ritenere che per retribuzione complessiva proporzionata e sufficiente si possa intendere il trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Questo per una ragione semplice, ovvero l’introduzione del salario minimo non è e non può essere una norma che sostituisce la contrattazione collettiva che si fonda sulle rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nello stesso tempo, nei settori in cui si registrano retribuzioni basse e insufficienti e dove non è intervenuta la contrattazione collettiva, o in cui la stessa non ha prodotto un accordo, diventa indispensabile intervenire fissando un salario minimo legale non inferiore a 9 euro e 50 per ogni ora di lavoro.

In ogni caso questa impostazione sul salario minimo rende necessaria una ulteriore norma che punta a definire la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di quelle datoriali. Una legge sulla rappresentanza sindacale diventa necessaria anche tenendo conto dei contenuti del Testo Unico della Rappresentanza del 2014 e il Patto per la Fabbrica del 2018 che sono il frutto di un lungo dialogo e di una ricca elaborazione fra le parti sociali e conferiscono la base per ogni iniziativa legislativa in questa direzione. Certo, le due piattaforme riguardano il settore dell’industria ma, ovviamente, si tratta di un punto di partenza della riflessione che poi dovrà allargarsi a tutti gli altri settori.

Salario minimo e legge sulla rappresentanza si tengono insieme anche per un altro ordine di problemi. Negli ultimi dieci anni i contratti collettivi nazionali di lavoro si sono moltiplicati: da 551 che erano nel 2012 sono passati a 992 nel 2021. In pratica sono cresciuti di 411, pari all’80%, ma non è esattamente una buona notizia perché solo 25 di essi risultano sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, Cgil, Cisl e Uil. Cioè nel nostro Paese siamo in presenza di una diffusione preoccupante dei cosiddetti contratti “pirata” che contribuiscono a determinare una dinamica dannosa per i lavoratori, sul lato dei salari e delle tutele, e per le imprese, sul lato della concorrenza sleale.

La flessibilità ha effetti e conseguenze su tutti gli ambiti del welfare. Basti pensare al tema previdenziale nel quale, in seguito alla riforma Fornero restano aperti ancora diversi problemi: è necessario introdurre elementi di flessibilità che possono venire incontro ad esigenze diverse da parte delle lavoratrici e dei lavoratori; così come è ormai maturo il tempo per definire una garanzia per i giovani che rischiano di arrivare all’impossibilità di andare in pensione, o di andarci con pensioni da miseria nel momento in cui le loro, con ogni probabilità, sono e saranno carriere lavorative discontinue; infine è necessario tenere conto della differenza di gravosità che alcuni lavori implicano.


Di che mormorano? Di PNRR?
Di che mormorano? Di PNRR?

Il Governo Meloni ha imboccato e persegue un’altra strada. Si appresta a rinunciare ad una parte considerevole dei finanziamenti europei contenuti nel Next Generation EU, il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, usando in questa fase l’argomento che sarebbe necessaria una revisione degli obiettivi e dei progetti ma portando avanti l’idea di uno smantellamento di quella elaborazione. Questa destra, infatti, non è affatto convinta di dare il suo apporto alla messa a terra di investimenti che tengono insieme innovazione, digitalizzazione, transizione ecologica, inclusione sociale e salute. La loro cultura politica è estranea a questa visione che tiene insieme crescita economica e solidarietà. E del resto l’hanno detto con chiarezza: “noi stiamo con chi produce ricchezza”. Che tradotto significa noi stiamo con i più forti e con chi ce la fa. D’altro canto l’esigenza di riaprire un contenzioso con l’Unione Europea corrisponde anche alla natura di questa destra nazionalista e sovranista che aspira ad un’Europa minima indispensabile, come tavolo di incontro e spartizione tra i governi, piuttosto che un’Europa massima possibile come luogo di una più grande sovranità democratica.

Non è un caso che una loro priorità sia la flat-tax dove l’idea di abbassare le tasse a tutti nasconde la volontà di abbassarle ai ricchi facendo mancare le risorse e i servizi ai poveri, mentre non fanno nulla sulle rendite finanziarie e immobiliari che sono tassate meno di chi lavora o fa impresa. Non è un caso che abbiano deciso di abolire il Reddito di cittadinanza, che si preparino ad ampliare le forme di lavoro precario, che abbiano già cominciato a ridurre i fondi sul Sistema Sanitario Nazionale (come se il Covid non ci fosse mai stato), che riprendano la strada dell’autonomia differenziata per accentuare le divisioni del Paese.

Nella loro narrazione i percettori di Reddito di Cittadinanza sono persone che non vogliono lavorare, anzi il fatto stesso che esista questa misura (che ha salvato molta gente in condizione di povertà assoluta) sarebbe la causa di un’alta disoccupazione. Ma semplicemente loro pensano che sia giusto lavorare per 500 o 700 euro al mese. Cioè pensano che il lavoro non sia necessariamente un diritto ma può essere benissimo il risultato di un ricatto. Questi elementi caratterizzano il cosiddetto “Decreto 1° maggio”, con il quale, a fronte di un intervento sul cuneo fiscale del valore di 4 miliardi di euro per il secondo semestre del 2023, quindi non strutturale, viene varato l’Assegno di inclusione che supera il Reddito di Cittadinanza riducendo fortemente la platea dei beneficiari, proroga la durata dei contratti a termine eliminando le causali ed eleva a 15.000 euro annui il limite previsto per l’uso dei voucher nel settore turistico e termale.

La precarietà, la povertà lavorativa e la povertà tout court sono le vere emergenze di questa epoca. Nonostante i numerosi tentativi per cercare di impedire che il discorso pubblico si occupi di questi temi, la realtà è dura ed ha la sua forza. La condizione vera di tante persone deve tornare al centro delle priorità perché questa condizione non riguarda solo chi la vive ma investe tutti. Quello che si fatica a mettere a fuoco è che l’incertezza e la precarietà oggi non sono percepite solo dal lavoratore dipendente e dal disoccupato ma anche dal piccolo e medio imprenditore perché subisce anch’esso gli effetti negativi e imprevedibili di questo tipo di globalizzazione. In discussione c’è esattamente il modello che è stato edificato negli ultimi decenni che non garantisce più pace, libertà, uguaglianza e opportunità.

La possibilità di un cambiamento sta nella capacità di ricostruire una nuova partecipazione per superare le solitudini e indicare una speranza collettiva capace di unire esigenze diverse per scrivere un patto più umano e più giusto.


Dal Libro Umanità Smarrita di Ferdinando Terranova

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Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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