L’ingannevole unità del governo sulle riforme

Palazzo Chigi, sede del GovernoPalazzo Chigi, sede del Governo

La questione dei quattrini è il nodo centrale


di Alfiero Grandi*

RIFORME. La questione dei quattrini è il nodo centrale, che solo la fuga solitaria delle regioni più ricche potrebbe risolvere, con il contraccolpo di lacerare l’unità nazionale

A cosa serve la forzatura in Senato della maggioranza di Giorgia Meloni che ha approvato un – imprevisto – ordine del giorno che ribadisce l’impegno su autonomia differenziata e presidenzialismo/premierato?

Obiettivi già presenti nell’accordo di maggioranza, ripetuti in modo approssimativo nell’odg senza chiarirne contenuti e tempi, basta pensare alla nebbia che avvolge il presidenzialismo/premierato. Lo scopo di questo voto fuoriprogramma non può che essere quello di nascondere le difficoltà della maggioranza, che annaspa su entrambi i fronti.

Autonomia regionale differenziata. Sembrava acquisito che almeno i Livelli Essenziali di Prestazione sarebbero stati approvati prima di procedere con l’attribuzione di nuove funzioni (non materie) alle regioni richiedenti. Del resto lo hanno chiesto anche le regioni governate dalla destra, ma la realtà dei conti si è incaricata di smentire questa impostazione.

LE PREVISIONI di finanziamento dei Lep variano da 60 a 100 miliardi di euro. Questi soldi non ci sono, salvo modificare radicalmente il bilancio dello Stato e lanciare, ad esempio, una forte campagna di lotta all’evasione fiscale, il cui risultato potrebbe contribuire a questo finanziamento, invece si vuole procedere con ulteriori condoni. Le dimissioni di autorevoli componenti dalla commissione Cassese per i Lep ha evidenziato la crisi dell’impostazione del Governo, perché il punto denunciato è esattamente che senza individuazione delle risorse necessarie potrebbero ricevere nuove funzioni solo le regioni più ricche.

Senza tenere conto delle procedure istituzionali prescelte da Calderoli che tagliano fuori il parlamento dalla definizione dei Lep, esaltano il patteggiamento tra Governo e Regione che di fatto metterebbe il parlamento di fronte al fatto compiuto, senza considerare i contraccolpi sulle altre regioni e sui comuni.

LA QUESTIONE DEI QUATTRINI è il nodo centrale, che solo la fuga solitaria delle regioni più ricche potrebbe risolvere, con il contraccolpo di lacerare l’unità nazionale, lasciando le regioni meno ricche a bocca asciutta, senza le stesse funzioni, né trasferite a loro, né in carico allo stato, quindi in attesa di futuri, improbabili tempi migliori.

Chi si dichiara convintamente nazionalista fatica ad accettare l’idea di un’Italia divisa e balcanizzata, si rende conto che sarebbe un salto all’indietro, un ritorno agli staterelli preunitari. Europa più unita e Italia più divisa ? Difficile da accettare, per tanti.
Presidenzialismo o premier eletto direttamente ? Non si sa. Unica cosa certa è che Meloni vorrebbe avere un’investitura popolare diretta, purtroppo per lei questa scelta porta alla necessità di cambiare parti decisive della Costituzione, compreso il ruolo del Presidente della Repubblica che non solo gode di grande consenso ma ha dimostrato di essere fattore di garanzia e stabilità nei momenti difficili.

Il dissenso da questa ipotesi di modifica istituzionale e costituzionale è radicale, ma ancora c’è il problema che ad oggi non si conosce la proposta del Governo, promessa per inizio estate.

CHE SENSO HA approvare, con protervia di maggioranza, un ordine del giorno se non tentare di nascondere le proprie difficoltà e contraddizioni sotto una pennellata di finta unità con un odg, in modo da andare in ferie, poi si vedrà.
La novità è che la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare – prima firma Massimo Villone – verrà «incardinata» la settimana prossima in Commissione Affari Costituzionali del Senato, con la nomina del relatore e l’avvio del cammino parlamentare previsto dal regolamento. Entro novembre arriverà in aula.

106.000 FIRME hanno dato una forte spinta alla proposta di legge, che non può essere ignorata come in passato, che punta a cambiare gli articoli 116 e 117 della Costituzione, modificati in modo improvvido nel 2001 dal centro sinistra e che ora un largo schieramento riconosce debbono essere cambiati per bloccare Calderoli che prova ad usarli come un piede di porco per le pulsioni para separatiste dei presidenti di Veneto e Lombardia, l’Emilia sembra in una fase di riflessione. Il traguardo è lontano.

La novità è che il cammino previsto da Calderoli si sta rivelando pieno di ostacoli e sempre più persone e organizzazioni – perfino Confindustria – si rendono conto dei pericoli della proposta leghista, quindi cresce l’opposizione.

Giorgia Meloni ha appoggiato (doveva evitarlo da Presidente del Consiglio) in Spagna le forze che sono contro ogni forma di autonomia ma in Italia appoggia le pulsioni para-secessioniste che puntano alla secessione dei ricchi.

Questo è il prezzo che la maggioranza paga per una modifica della Costituzione in senso presidenzialista, che probabilmente non vedrebbe la luce prima della fine di questa legislatura, durante la quale potrebbero evaporare i poteri che Giorgia Meloni vorrebbe accentrare nelle sue mani.


*da ilmanifesto.it

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