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La Schlein sotto tiro…fino a quando?

Aldo Pirone

ByAldo Pirone

12 Settembre 2023
Lotte alla Fiat di TorinoLotte alla Fiat di Torino ©archivio L'Unità

Nel PD con Schlein si è aperta una finestra deve diventare una porta ma c’è chi vuole richiuderla


di Aldo Pirone

elly schlein ilTempo 390 min
Elly Schlein ©Il Tempo

Alla destra del Pd Elly Schlein non è mai andata giù. L’hanno sempre considerata un’esterna che ha usurpato la carica di segretaria, tanto più che gli iscritti avevano votato Bonaccini mentre alle primarie – potenza dell’eterogenesi dei fini – l’elettorato di sinistra ha scelto lei per dare una svolta a sinistra al PD.

Da allora il mugugno più o meno sotterraneo di ex e post renziani rimasti nei dem è andato via via crescendo rispetto all’azione politica della Schlein. Sostenuto all’esterno da lorsignori che avrebbero preferito continuare ad avere un Pd in giacca e cravatta, ristretto nella Ztl dei ceti benestanti, sostanzialmente subalterno al neoliberismo – nonostante la “libera uscita” avutasi con il governo Conte II – invece che alla disperata ricerca, fra lavoratori e ceti popolari di un consenso perduto da anni. E questo ha cercato di fare la Schlein pur tra limiti, scivoloni (l’armocromia), errori e contraddizioni che vanno superati.

Incalzandola su quella rotta intrapresa e non per fargliela cambiare ma per renderla più coerente ed efficiente.

Recuperare il consenso dei lavoratori e dei ceti popolari sfiduciati e che non vanno neanche più a votare non è un’impresa facile. Ricostruire una “connessione sentimentale” con essi non è un autostrada, è fatta di svolte, vicoli stretti, erte ripidissime; attiene alle strutture sociali e alle sovrastrutture culturali e ideali, al coinvolgimento partecipativo ed è strettamente connessa con un processo unitario fra le forze di sinistra e quelle progressiste ancora troppo indietro rispetto alle necessità sociali e quello di far sloggiare al più presto i post fascisti dal governo.

Diciamo che nel PD con l’elezione della Schlein si è aperta una finestra e la lotta è fra chi tenta di farla diventare una porta spalancata e chi vuole richiuderla.

Gli oppositori interni alla Schlein sono molteplici, portatori di visioni e interessi diversi, anche corposamente personali, e per ora si sono ritrovati dietro a Bonaccini che ha cercato anche di moderarli dandogli una veste, come al solito “riformista” – mai parola fu tanto foriera negli ultimi decenni di subalternità a lorsignori – e governista. I punti di attacco alla Schlein sono attualmente principalmente due: movimentismo e pluralismo. Va troppo alle manifestazioni sindacali della Cgil, dicono gli avversari, a quelle pacifiste e ambientaliste, a quelle femministe e Lgtb+, nei luoghi del disagio sociale più profondo ecc. e non sa tenere conto di tutte le anime pluralistiche – alias correntizie – dei dem.

Se non andasse da quelle parti dove dovrebbe andare per gli scopi che si prefigge?

Cioè lavoro, ambiente, diritti, transizione ecologica, come ha detto.

Semmai andrebbe criticamente incalzata sui ritardi e remore avute su questa rotta intrapresa, principalmente sulla questione della pace in Ucraina e dell’iniziativa europea tanto auspicata a parole quanto non fatta seguire da fatti concreti.

Sul cosiddetto pluralismo la Schlein è stata chiara fin dall’inizio: il tener conto di tutti con spirito inclusivo non vuol dire che ciò debba inficiare la chiarezza di scelte politiche corrispondenti agli scopi e alla svolta per cui è stata votata. Chi se ne va – ha detto a proposito dei 31 della Liguria che hanno abbandonato i dem e su quali si sono subito tuffati gli avversari della Schlein – aveva sbagliato indirizzo prima. In verità ai tempi di Renzi non l’avevano per niente sbagliato.

Tutti gli avversari espliciti e nascosti della Schlein, dentro e fuori il Pd, aspettano i risultati delle elezioni europee del prossimo anno per farle la festa. Bonaccini ha fissato l’asticella “ben oltre il 20%”. Ora i numeri sono alquanto relativi, si sa, e per l’opera intrapresa dalla Schlein, se se ne ha un’esatta contezza e si lascia da parte la propaganda, il tempo occorrente ne servirà molto di più.

Ma facciamo finta di seguire i numeri dell’asticella di Bonaccini. Il confronto corretto è con le europee del 2019. Allora il PD prese il 22,74%. Ma dentro ai dem c’erano Calenda e Renzi. Dopo se ne sono andati, seppur in tempi diversi, e insieme, provvisoriamente e per interesse elettorale, presero alle politiche dello scorso anno il 7,78 che sottratto al 22,74 fa 14,96. Dunque se il PD prendesse il 20% sarebbe già un successo, oltre sarebbe un un successone.

Ma questa è pigra ragioneria e, come risaputo, in politica due più due non sempre fa quattro. L’obiettivo da perseguire per il PD della Schlein è ben altro. Il suo successo elettorale, come quello del M5s, di Avs e di ogni altro soggetto politico a sinistra è strettamente legato alla capacità di riportare alle urne gli sfiduciati dei ceti popolari e lavorativi e senza una prospettiva di unità basata su scelte chiare di sinistra e progressiste il successo si presenta alquanto aleatorio.

I prossimi nove mesi – tanto ci separa dalle elezioni europee – saranno decisivi per cominciare a smuovere le acque torbide.


Elly Schlein

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Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda

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