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Il nuovo Patto di stabilità. “Cosa curiosa”

Aldo Pirone

ByAldo Pirone

16 Settembre 2023
Bandiere dell'Unione EuropeaBandiere dell'Unione EuropeaBandiere dell'Unione Europea

Draghi ha affermato all’Europa servono ‘nuove regole e più sovranità condivisa’


di Aldo Pirone

Christin Lagarde
Christina Lagarde ©Getty Image

Ieri e oggi si riunisce l’Ecofin a Santiago de Compostela per discutere la proposta della Commissione europea del nuovo Patto di stabilità e crescita. I ministri dell’economia e finanze insieme ai commissari Ue addetti alla questione la cominceranno ad esaminare.

In Italia quasi tutto il dibattito pubblico si attorciglia sulla questione di quanto spazio avrà l’Italia per poter allargare i cordoni della borsa visti i tempi cupi che incombono sull’economia nazionale e anche su quella europea. La destra oscilla continuamente fra la vecchia tentazione di fare la voce grossa con Bruxelles e, visti i rapporti di forza e le condizioni in cui versiamo, il piatire un po’ di misericordia.

Intendiamoci, abbassare il debito pubblico è un nostro primario interesse nazionale visti gli interessi che paghiamo a chi ci presta i soldi.

La proposta avanzata dalla Commissione di Ursula von der Layen è fondata  sulla flessibilità, addirittura personalizzata per i singoli Stati di rientro dal debito.

“Il Sole 24ore” nell’aprile scorso la spiegava così: “Per i paesi con un debito elevato, i piani nazionali, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un calo dello stesso debito pubblico per almeno dieci anni, senza che siano necessarie ulteriori misure di risanamento”.

Secondo simulazioni comunitarie “per l’Italia potrebbe essere in linea di massima pari allo 0,85% annuo del PIL in un piano di quattro anni, e di 0,45% annuo del PIL in un piano di sette anni, vale a dire rispettivamente di circa 15 e 8 miliardi di euro all’anno”. La Germania socialdemocratica, verde e liberale, ha già detto di no, nonostante che il nuovo patto proposto sia meglio del vecchio che rifletteva in toto la linea rigorista merkeliana dell’austerità.

La cosa curiosa, però, è che nessuno, o quasi, pone il problema se il nuovo patto è adeguato a favorire la crescita di tipo keynesiano e perciò solidale dell’economia europea.

Cioè se i nuovi criteri di riduzione riguardanti deficit e debito pubblico previsti siano congrui ai problemi sociali (unificazione, fiscale, lavoro, diritti sociali e civili ecc) e alla crescita sostenibile come mezzo anche per abbassare i debiti pubblici dei vari paesi tra i quali spicca come particolarmente esorbitante quello italiano. In altre parole, se il nuovo “patto di stabilità e crescita” è strutturalmente neokeneysiano, come lo fu in qualche misura sull’onda del Covid il Next generation Eu, oppure se ne allontana di molto. La seconda risposta sembra quella oggettivamente più giusta.

Perché il nuovo Patto proposto rimetta effettivamente insieme, in omaggio al suo nome, “stabilità e crescita” sostenibile è necessario che gli investimenti pubblici per la crescita, anche quelli sociali, siano scorporati dai Bilanci dei singoli Stati dal fatidico rapporto del 3% con il il Pil.

Draghi – che la von der Layen vuole riportare sulla scena europea – nella sua intervista all’Economist del 6 settembre scorso ha escluso un semplice ritorno alle vecchie regole. E non solo, aggiungo io, perché il mondo è cambiato ma perché erano sbagliate anche allora favorendo la ripresa dell’infezione nazional sovranista. Poi, ha affermato, che all’Europa servono “nuove regole e più sovranità condivisa”.  Vero, ma nel segno di uno sviluppo sostenibile neo keynesiano di cui il nuovo Patto di ‘stabilità e crescita’ dovrebbe essere un tassello importante.

E quello proposto non sembra andare in questa direzione.

Quando i 27 governi aderenti all’Ue vararono nel luglio del 2020 il Next Generation Eu le destre nazionaliste sbandarono, abbassarono i toni contro l’ “Europa matrigna”, salvo riprenderli più acuti poco dopo attaccandosi ai ritardi ‘federalisti dell’Ue su tante questioni, tra cui  quella dell’immigrazione.

Riprendere concretamente quella strada neo keynesiana anche con il nuovo Patto di stabilità finalizzata alla crescita sostenibile è il vero antidoto al nazionalismo sovranistico.


Ecofin a Santiago de Compostela

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Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda


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