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Il governicchio autoritario festeggia. Cosa?

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26 Settembre 2023
Palazzo Chigi, sede del GovernoPalazzo Chigi, sede del Governo

Alla Meloni, almeno sul piano dell’immagine, gli amici fanno più danno di alleati infidi


di Andrea Colombo*

Firenze 8 settembre 2022, cena elettorale al Mandela forum con Giorgia Meloni - foto di Ansa
Firenze 8 settembre 2022, cena elettorale al Mandela forum con Giorgia Meloni – foto di Ansa

GOVERNICCHIO. Accadde a settembre. Svanite o accantonate le promesse, la destra si è distinta per la cancellazione del rdc e per una raffica di provvedimenti odiosi e inutili.

A Giorgia Meloni, almeno sul piano dell’immagine, gli amici fanno più danno degli alleati.

Un anno fa le attese erano alte, le paure anche di più. Non era il primo governo di destra in Italia, quello formato dopo le elezioni del 25 settembre, ma di così estremi non se ne contavano né da noi né in Europa.

Il fatto che a guidarlo fosse una donna moltiplicava l’attenzione, gli sfracelli nazionalisti promessi alimentavano i timori. Nel bene e nel male tutto ci si aspettava tranne che fosse un governicchio. Quale invece si è poi dimostrato.

Giorgia Meloni, previdente e scaltra, aveva messo le mani avanti da subito: le promesse sarebbero state mantenute, però non subito. Entro la fine della legislatura. Se ne riparla tra 5 anni. Alibi perfetto. Infatti non c’è ministro che non lo abbia ripreso: «È una maratona, mica i 100 metri».

Il discorso filerebbe se non fosse che a passo di lumaca non c’è maratona che tenga e il governo della Nazione va tanto piano da sembrare sempre fermo al punto di partenza. Solo nella retromarcia è stato fulmineo: quando si è trattato di rimangiarsi decenni di strilli e proclami per adeguarsi alle regole austere del rigore europeo. Nella squadra di Meloni e Salvini non sfigurerebbe Elsa Fornero.

LA PRIMA MANOVRA, quella dell’anno scorso, brillava per l’assenza di tutte le misure annunciate e promesse: «Vedrete l’anno prossimo». In realtà quest’anno andrà peggio e si può già anticipare che nel 2024 la salita diventerà anche più ripida. Ai maratoneti, anche se tutto andasse bene e non è facile, resterebbe così un soffio di tempo per recuperare l’immenso svantaggio. Buona fortuna.

La vera sfida, stando agli annunci degli esordi, doveva essere il Pnrr. Per ora è una sfida persa, anche se le responsabilità non sono solo di chi governa oggi e l’intoccabile Mario Draghi ne condivide una parte. Ma siccome al peggio non c’è notoriamente fine, per capire quanto difficili saranno le cose nell’anno che verrà bisognerà attendere l’esito della missione col cappello in mano a Bruxelles per riscrivere il Piano. Con le dita incrociate e il corno rosso al collo.

Per il popolo della destra ancor più importante del Piano multimiliardario era ed è l’immigrazione. La delusione degli elettori della premier dipende dal fallimento completo di quelle ringhiose promesse. Il dl Cutro ha solo danneggiato tutti, anche il governo. Il Piano Mattei è un sogno, la costruzione dei lager un incubo che farà del male a molti senza alcun risultato. Bisognerebbe però evitare strepiti perché il governo non riesce a realizzare i suoi turpi propositi: qualche volta l’inettitudine è un dono dal cielo.

A CONTI FATTI, in 11 mesi il governo della destra ha fatto solo due cose, oltre a lanciarsi in un famelico arrembaggio a ogni poltrona disponibile con tanta bramosia che al confronto il Psi craxiano piluccava: la fine del reddito di cittadinanza, per dare una lezione ai poveri e ai meridionali, e il taglio del cuneo fiscale. Che sarebbe un passo nella giusta direzione se non lo si dovesse pagare col sacrificio di ogni altra misura urgente e necessaria, come il sostegno al potere d’acquisto a picco o alla sanità che magari fosse solo in ginocchio.

Oltre a questo c’è solo una raffica di provvedimenti autoritari, tanto odiosi quanto inutili nella sostanza: il dl Rave, il 6 in condotta, la galera per i minorenni. Il fiore all’occhiello doveva essere la tassa sugli extraprofitti delle banche, prova tangibile di un governo coraggioso, capace di colpire anche i potenti. Peccato che i temerari se la siano già rimangiata tutta.

LA SCOMPARSA di Berlusconi, evento che pochi anni fa sarebbe stato epocale, non ha terremotato la maggioranza come alcuni ipotizzavano ma non la ha neppure rinsaldata come Fdi si augurava.

Tajani deve dimostrare di esistere e batte i pugni. Salvini non ha mai rinunciato alla guerriglia e scalcia. Le tensioni non minacciano il governo: però lo paralizzano.

Infine, a Meloni, almeno sul piano dell’immagine, gli amici veri fanno però ancora più danno degli alleati infidi. Il suo primo anno è stato un florilegio di parole dal sen fuggite, dichiarazioni incresciose, autogol. La Russa, Santanchè, Donzelli, Delmastro, Urso, Fazzolari: la squadra è tanto sgangherata che neppure un’opposizione incapace di andare oltre gli slogan, vera carta vincente della destra, riesce a compensare. Non del tutto almeno.

Trionfalismi di prammatica a parte, il primo anno di governo per la destra è stato gramo. Ma non è questo che preoccupa premier e ministri. Il guaio è che il futuro promette di rivelarsi ben peggiore. I maratoneti dovranno correre su una pista minata e lo sanno.


da Il Manifesto

*Andrea Colombo

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