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Ceccano 2030. Intervento sui beni comuni

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29 Settembre 2023
Bene Comune il momdo ©Complexity InstituteBene Comune il momdo ©Complexity InstituteBene Comune il momdo ©Complexity Institute

“L’equa distribuzione dei beni è la condizione sine qua non perché un paese sia ben governato”*


di Laura Liburdi

CECCANO. Colgo sin da ora l’occasione per ringraziare Filippo Cannizzo e l’intero gruppo che per settimane ha lavorato con passione ed impegno per la buona riuscita di questo evento. Ringrazio altresì tutti voi presenti per aver accolto il nostro invito rispondendo con la partecipazione ad un’iniziativa che segna solo l’inizio di questo percorso.

Come Ceccano 2030 intendiamo rivolgere la nostra attenzione ad una serie di tematiche e di problemi che reputiamo essere di fondamentale importanza per la comunità, e tra questi vi è il tema dei beni comuni, ovvero di tutte quelle risorse quali acqua, risorse boschive, aria, ambiente, spazi urbani e infrastrutture che, per le loro caratteristiche e per la loro destinazione d’uso, risultano essere interconnessi ai bisogni umani primari e alla soddisfazione di questi ultimi.

Ed è proprio su questo legame tra beni comuni e bisogni primari che siamo chiamati a riflettere, in qualità di appartenenti di una comunità organizzata. Il principale problema che affligge le risorse comuni è senza dubbio rappresentato dalla proprietà, o meglio da quella che Ugo Mattei ( noto giurista che ha promosso i referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici del 2011 scrivendone i quesiti), definisce come una “tenaglia” ai danni dei beni comuni composta dalla proprietà pubblica da un lato e da quella privata dall’altro.

Siamo infatti ormai abituati a considerare i beni o di proprietà dello stato, o più semplicemente di proprietà o dominio di un privato, e tendiamo quasi ad escludere l’esistenza di altre forme di proprietà alternative a quella pubblica o a quella privata.

E questo costituisce senza dubbio un problema, soprattutto in un contesto socio economico come quello attuale in cui anche beni vitali come l’acqua sono oggetto di una mercificazione a dir poco vergognosa, e ne sappiamo qualcosa qui a Ceccano con l’ormai tristemente nota questione Acea, e più in generale in Italia dove, malgrado l’esito del referendum del 2011, continua a sussistere un sistema che declassa il bene comune per eccellenza, ovvero l’acqua, a mera merce di scambio da cedere in cambio di un prezzo.

Vi è da dire che il problema dei beni comuni oggetto di privatizzazione è un problema di carattere storico, ovvero un problema che affonda le sue origini in un contesto spazio temporale determinato e specifico che è quello dell’Inghilterra del XIII secolo in cui ebbe origine il fenomeno dell’enclosures, cioè di vere e proprie recinzioni che iniziarono ad essere costruite attorno ai terreni agricoli usati dalle piccole comunità di agricoltori nell’interesse dei grandi proprietari terrieri e dell’aristocrazia inglese.

E queste recinzioni esistono ancora oggi, semplicemente hanno mutato il loro aspetto. Pensiamo nuovamente alla questione dell’acqua: il solo fatto di poter usufruire di un bene che è più che necessario, poiché vitale, solo dietro pagamento di una tariffa cos’altro può essere se non una recinzione ?! un limite, uno sbarramento che ci preclude la fruibilità di un bene o meglio che ci consente il godimento di quel bene solo a condizione di pagarne un costo, un prezzo, al pari di una qualsiasi altra merce di scambio.

Stiamo vivendo quello che Mattei definisce un nuovo medioevo popolato dai mostri della privatizzazioni a caccia di  profitto.

E questa mercificazione ha segnato pagine tragiche nella storia dell’umanità, come nella guerra dell’acqua di Cochabamba in Bolivia, dove il colosso statunitense della Bechtel corporation , con l’avvallo del governo boliviano, privatizzò l’acqua, tutta, compresa quella piovana (pensate che perversione, i cittadini non potevano neppure avvalersi di cisterne domestiche per la raccolta dell’acqua piovana). Addirittura i cittadini morosi rischiavano automaticamente la confisca delle case da parte dell’azienda che provvedeva poi a venderle all’asta.

Oppure la crisi idrica e sanitaria scoppiata a Flint, Michigan, nel 2014, dove il governo decise di cambiare la fonte di approvvigionamento dell’acqua erogata ai cittadini; dal fiume Huron si decise di erogare nelle case dei cittadini acqua proveniente dal fiume Flint, una vera e propria fossa di liquami industriali che portò ad una epidemia di Legionellosi con 12 vittime, e un numero che oscilla tra i 6000 e 12000 bambini esposti a contaminazione da piombo a causa del consumo di acqua inquinata.

Paradosso dei paradossi, in quell’occasione, la General Motors, colosso americano in campo automobilistico, dopo aver lamentato la corrosività delle acque del fiume Flint che stavano danneggiando i componenti dei motori,  tornò ad utilizzare l’acqua pulita del fiume Huron, mentre la popolazione locale, prima esposta alla contaminazione, era costretta ad acquistare costosa acqua in bottiglia anche solo per lavarsi i denti non potendo usufruire di acqua potabile e pura.

Per non parlare poi del problema legati all’aspetto ecologista e di come i beni comuni sono di fatto oggetto di attività inquinanti che impattano prima sull’ambiente e poi sulla salute pubblica.

E anche qui a Ceccano abbiamo l’esempio triste del Sacco, un bene comune anch’esso, un tempo usato per la soddisfazione dei bisogni collettivi e familiari. Una risorsa che ci è stata sottratta in nome dell’industrializzazione selvaggia, e quindi nuovamente del profitto, cioè sempre e solo in funzione dell’interesse privato di coloro che pur di trarre profitto sono disposti a tutto.

Ed anche questa è una nuova “recinzione”: anche qui abbiamo un sistema , quello industriale, che ci impedisce l’utilizzo di un bene comune attraverso attività che, tra l’altro, impattano in modo drammatico sulla nostra salute, e noi che nella valle del sacco ci viviamo e che ne respiriamo l’aria tutti i giorni ne sappiamo qualcosa.

E allora dobbiamo chiederci: come possiamo risolvere quella che è a tutti gli effetti la tragedia dei beni comuni?  Come possiamo liberare questi beni dalla tenaglia della proprietà privata?

Una soluzione su cui dobbiamo riflettere e quella di immaginare una terza via, un modello di proprietà comune e collettiva da porsi in alternativa tanto alla proprietà pubblica quanto a quella privata.

E su questo tema trovo che sia illuminante il trattato del Nobel all’economia Elinor Ostrom che ha teorizzato un modello di proprietà comune in cui il ruolo di gestori dei beni comuni è ricoperto dai cittadini in quanto membri di una comunità organizzata chiamati ad autogovernarsi ed ad autogestirsi nell’utilizzo delle risorse .

E questo modello Ostrom lo ha teorizzato dopo aver studiato l’esperienza reale di comunità che hanno imparato a gestire in modo collettivo e partecipato alcuni tra quelli che noi definiamo beni comuni, arrivando a promuovere un modello di auto organizzazione e auto governo che non solo garantiva a tutti la fruibilità ed il godimento dei beni, ma permetteva anche una gestione delle risorse secondo un’ottica di sostenibilità ecologica e di rispetto verso ambiente e natura.

Tra gli esempi reali studiati da Ostrom merita di essere citato quello della comunità di pescatori dell’Alanya, Turchia, dove la comunità locale di pescatori, per far fronte alla crisi ittica dovuta al sovrasfruttamento delle risorse, decise di auto-governarsi attraverso un modello di pesca che prevedeva annualmente la divisione e assegnazione delle zone di pesca alle varie cooperative in modo da soddisfare un duplice bisogno: da un lato garantire ai pescatori l’esercizio dell’attività di pesca ai fini di commercio, dall’altro contenere lo sfruttamento delle risorse ittiche per prevenirne l’impoverimento garantendone la riproduzione.

E su questo dobbiamo batterci oggi; perché se i beni comuni sono concepiti come funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona, intesi in senso ampio e dunque comprensivi dei diritti sociali, civili e politici allora è necessario che questi beni siano caratterizzati da forme di gestione diretta da parte di comunità capaci di organizzare l’utilizzo comune e partecipato di quei beni, perché è innegabile che i diritti fondamentali possono essere soddisfatti solo dove i titolari stessi dei diritti hanno voce e decisionalità nella gestione delle risorse.

Concludo quindi ringraziandovi ancora una volta per la vostra partecipazione e invitandovi a riflettere sul ruolo che siamo chiamati a ricoprire in quanto membri di una comunità che ha il diritto di riappropriarsi delle risorse comuni e di sottrarle al dominio scellerato delle privatizzazioni.

E concludo facendo mie, con estrema umiltà, le parole del caro amico Gino De Matteo, recentemente scomparso, che insisteva sul concetto della capacitazione collettiva, ovvero della necessità di  acquisire, in quanto comunità, la consapevolezza del nostro ruolo e di maturare le conoscenze e le capacità necessarie per autogestire i beni comuni secondo una logica di partecipazione collettiva, di rispetto per le esigenze di ognuno, e nell’ottica di un utilizzo delle risorse ponderato, ecologico, durevole nel tempo.

Come scrisse Tommaso Moro nella sua Utopia *“Egli, uomo sapiente, capiva chiaramente che l’equa distribuzione dei beni è la condizione sine qua non perché un paese sia ben governato, ed è evidente che ciò non si può realizzare in uno stato in cui i beni sono di proprietà di singole persone”.


Tommaso Moro

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