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7 ottobre. L’Italia del lavoro rialza la testa

Roma Piazza S. Giovanni 25 ottobre 2014Roma Piazza S. Giovanni 25 ottobre 2014Roma Piazza S. Giovanni 25 ottobre 2014

Per il grande appuntamento promosso da CGIL e oltre 100 Associazioni

Per il 7 ottobre 2023, la CGIL e oltre 100 associazioni hanno promosso una grande appuntamento nazionale a Roma. Sotto lo slogan “La via maestra, insieme per la Costituzione” daranno vita ad una iniziativa-manifestazione che fa seguito agli impegni unitari della scorsa primavera con CISL e UIL, che con un documento unitario hanno promosso una campagna “Per una nuova stagione del Lavoro e dei diritti”.

Italia del lavoro rialza la testa.
Roma S. Giovanni 2014

Merita, questa giornata di essere accolta con l’augurio di ripetere un grande risultato che nil avoratori italia realizzarono il 25 ottobre del 2014 sempreb a Roma e a S. Giovanni.
Come messaggio di benvenuta a questa iniziativa, pur con le diversità che cisono fra il 2014 e questo 2023, vogliamo ricordare quella giornata con le parole che Paolo Ciofi, nell’articolo “L’Italia del lavoro ha rialzato la testa” dedicò a quella giornata. Auguriamo al 7 ottobre 2023 un grandissimo risultato e altrettanti incoraggianti commenti. IM

L’articolo di Paolo Ciofi*

di Paolo Ciofi – Si può sostenere senza timore di essere smentiti che quella del 25 ottobre è stata una delle più partecipate e intense tra le manifestazioni sindacali e politiche concluse a piazza S. Giovanni, addirittura dagli anni settanta del Novecento. Con l’eccezione dei funerali di Enrico Berlinguer, insuperata espressione di dolore, di affetto e di orgoglio popolare. Chi conosce Roma e quelle manifestazioni le ha frequentate sa che è così. Sabato ci sarebbero volute due o tre piazze S. Giovanni per contenere l’enorme folla che alle 12 e 30 strabordava nelle vie adiacenti ricoprendo il monumento a S. Francesco di bandiere e di cartelli, mentre il corteo partito dall’Esedra si allungava oltre piazza Vittorio e quello di piazzale dei Partigiani continuava ancora a sfilare molto numeroso.

Nell’Italia di oggi è stato un evento di eccezionale valore, che per iniziativa della Cgil ha espresso la grande sofferenza e il disagio crescente nel Paese in una forte e unitaria presenza di operai e intellettuali, uomini e donne, occupati e disoccupati, stabili e precari, giovani e anziani, italiani e stranieri, i quali hanno rivendicato i loro diritti costituzionalmente garantiti in una esemplare forma di partecipazione e di civiltà democratica. Non una manifestazione rancorosa e settaria, ma al contrario aperta e generosa, persino allegra e ironica, attraversata dal sentimento liberatorio di chi, costretto per anni al silenzio, all’isolamento e a continue umiliazioni per aver perso il lavoro o per non poterlo ottenere, ritrova il piacere di non sentirsi solo e dunque la volontà di lottare.

L’Italia del lavoro, senza la quale il Paese non ha prospettiva, ha rialzato la testa. Questa è la grande novità del 25 ottobre, la lezione di cui tutti debbono prendere atto, che troverà nello sciopero generale un passaggio per molti aspetti decisivo.

Più diritti è possibile. Italia del lavoro rialza la testa
Più diritti è possibile

clicca sull’immagine per ingrandirlaSe si disperde la potenza unificante e progressiva del lavoro l’Italia regredisce e la società si disgrega, come dimostra l’esperienza degli anni trascorsi. Interrogato sulla mobilitazione sindacale di sabato e rievocando il 23 marzo 2002, quando la Cgil portò al circo Massimo tre milioni di persone, Sergio Cofferati ha dichiarato che i due eventi non sono paragonabili perché allora si lottava contro il governo Berlusconi che voleva cancellare l’articolo 18 mentre oggi si tratterebbe di «contraddizioni all’interno del popolo», dal momento che le stesse misure sono adottate da un governo (sedicente) di sinistra che si regge anche con il suo voto (oltre che con quello di Alfano, ndr).

Una situazione dalla quale però emerge che, al di là delle contraddizioni all’interno del popolo, qui si tratta in realtà di una frattura che separa il governo dal popolo, da chi per vivere deve lavorare. Un vasto popolo di lavoratrici e di lavoratori che non può incidere su decisioni riguardanti la propria vita perché non ha rappresentanza politica. Questo è il nodo ipocritamente ignorato che bisogna sciogliere, se si vuole davvero cambiare verso.

In tale condizione, oggi da piazza S. Giovanni come nel 2002 dal circo Massimo, si è levata con tutta evidenza una domanda di rappresentanza politica che andando oltre gli specifici contenuti sindacali chiede risposte all’altezza dei tempi, anche nella dimensione europea.

Nel 2002 la risposta non venne, neanche dopo lo sciopero generale proclamato unitariamente da Cgil, Cisl, e Uil. E le conseguenze si vedono e si pagano ancora oggi: la sinistra alternativa è ridotta al minimo storico e il Pd ha compiuto la sua definitiva parabola liberista e leaderista con l’ascesa di Renzi. Il quale è fautore di una feroce modernizzazione capitalistica, che suppone il passaggio dalla Repubblica dei diritti fondata sul lavoro alla Repubblica dei bonus fondata sulla massima libertà del capitale.

Pensate un po’, la grande innovazione del padrone del Pd consiste nello schierarsi dalla parte della finanza d’assalto, che con la crisi ha prodotto disastri sempre più difficili da riparare. Non per caso ha dichiarato che l’articolo 18 va eliminato perché limita la libertà d’impresa (copyright dell’educatore di Cesano Boscone) e il suo sodale e finanziatore principe, lo speculatore Davide Serra basato a Londra come la Fca di Marchionne, attacca alla Leopolda il diritto di sciopero.

La loro idea guida è la retrocessione del lavoro a pura merce nella piena disponibilità del capitale, il che comporta il completo stravolgimento dell’impianto costituzionale e quindi l’azzeramento permanente della rappresentanza politica dei lavoratori del XXI secolo, ovvero di una classe lavoratrice moderna di livello superiore che richiede una connessione organica tra lavoro e sapere.

Un’impostazione nettamente contrapposta a una visione del lavoro ampia e innovativa rispetto al Novecento, da declinare al maschile e al femminile in tutte le attività materiali e immateriali, industriali, agricole e di servizio. Dunque, una visione unitaria del lavoro oltre ogni corporativismo e nazionalismo: come forza produttiva fondamentale della ricchezza e interscambio permanente con la natura nel rispetto dell’ambiente, ma anche come pilastro della democrazia e formazione della personalità.

Insomma, il lavoro fondamento della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani, che è la conquista storica della nostra Costituzione. E che in questa visione diventa davvero una potente forza di trasformazione della società, se si rappresenta politicamente in una libera e autonoma coalizione dei lavoratori. Non nascondiamoci dietro un dito, questa è oggi la vera posta in gioco.

Perciò non ha molto senso continuare a dire, come fa Bersani insieme ai suoi amici, che bisogna restare fedeli alla ditta. Quale ditta? Ormai dovrebbe essere chiaro che senza un’ampia formazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo l’Italia e l’Europa sono condannate al declino.

E che una sinistra senza fondamento nel lavoro non è una sinistra. Al massimo può essere una sinistra del capitale, e perciò socialmente e culturalmente omologata ai dettami della destra. Ma di un’altra sinistra del capitale, dopo il decesso delle esperienze di Blair e di Schröder che Renzi vorrebbe resuscitare in Italia con l’etichetta del socialismo europeo, la folla che si è ritrovata a Roma il 25 ottobre non sa che farsene.

*Paolo Ciofi, indimenticabile, ci ha lasciato agli inzi dello scorso aprile ’23


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