Crisi. Inflazione, bassi salari, carovita e …

Donato Galeone

ByDonato Galeone

12 Ottobre 2023
Manifestazione di lavoratoriUna ricostruzione della crisi politica che attanaglia il PD di Ceccano, non solo ma tutto il centrosinistra e le forze progressisteUna ricostruzione della crisi politica che attanaglia il PD di Ceccano, non solo ma tutto il centrosinistra e le forze progressiste

Inflazione con i bassi salari e caro vita con lavoro precario e povero


di Donato Galeone*

3 manifestazioni a maggio 2023
3 manifestazioni a maggio 2023

CRISI. A fine giugno osservavo che il “caro vita” stava erodendo il potere di acquisto dei lavoratori e pensionati: i loro salari e gli assegni di pensione mensili non tengono più il passo con l’inflazione.

Aggiungevo che “l’inflazione mangia l’assegno di pensione e la busta paga (per le persone chelavorano) e se l’inflazione continuerà a crescere potrà distruggere anche il Sindacato, perché, nella frantumazione corporativa l’individualismo prevale, con la politica del più forte, che pur avendo maggiore potere contrattuale – non sempre – è quello che ha più ragioni e il Sindacato che è solidarietà può diventare nullo”.

Concludevo che si trattava e si tratta di superare ogni ritardo cumulato dai “bassi salari” congiunto al diritto delle persone a un lavoro dignitoso e un “salario che va riconosciuto, corrisposto e salvaguardato dalla inflazione” sia con adeguati rinnovi contrattuali che con provvedimenti legislativi urgenti.

Siamo ai primi giorni di ottobre e rileviamo che nel secondo trimestre 2023 il “reddito delle famiglie diminuisce dello 0,1% mentre i consumi crescono dello 0,2% ma il potere di acquisto si riduce del 0,2%” a fronte di prezzi stazionari e di una pressione fiscale stabile al 42%.

Si rileva che nel trimestre e in agosto la occupazione di + 59.000 unità è dello 0,3% rispetto al mese precedente ma è, soprattutto – commenta Istat – tra i “dipendenti a termine” e viene – così – confermato che nel nostro Paese il neo pensiero liberale, peraltro, conservatore è rafforzato da un mercato del lavoro incontrollato, continua a riportarci, giorno dopo giorno, alla pratica del lavoro non dignitoso ma verso più “lavori poveri e a nero”.

Stiamo assistendo – senza affrontarlo con determinazione ma solo a parole e con manifestazioni necessarie ma scarse e lontane da risposte – a un processo involutivo facilitato dal fatto di considerare “adattabile il lavoro umano definendolo flessibile” che nella realtà – strutturandosi con la cosiddetta richiesta di “flessibilità” – si traduce, volta a volta, in orari di lavoro decisi giorno per giorno (assunti per 4 ore e ne lavorano 8). 

Non solo agli stranieri, che possono essere ricattati per il permesso di soggiorno – anzi – se il posto di lavoro cosi distribuito, flessibile e a termine, si conserva o si proroga, il datore di lavoro può ridurre le ore di lavoro e la paga, precisava al Corriere della Sera Antonella Ferreri che, da oltre due anni, è allo sportello CISL di Milano dedicato ai lavoratori dei servizi e pubblici esercizi, turismo e ristorazione collettiva.

Ed è proprio questo il vero volto del” lavoro definito flessibile” ma variegato quanto crescente come descritto dal sociologo e psicologo Silvano De Longo con parole di lavoro “precario” che deriva da “prece” e, cioè, “preghiera” per un tipo di lavoro che essendo “precario” è povero e si può ottenere con “preghiera o per grazia ricevuta” e non per diritto costituzionale al lavoro.

Quel volto lavorativo – per non andare molto lontano – già modellato dal Governo Renzi con il tentativo di riformare le “regole dei contratti a termine” – peraltro ben definite da vigenti leggi e dalla contrattazione collettiva – rafforzò, chiaramente, un “ragionato allarmismo” per quelle proroghe contrattuali possibili da 8 a 5 volte fino a 3 anni – 36 mesi massimo – con “rapporti di lavoro a termine” che promuovevano la estensione del precariato – quale incerto rapporto di lavoro subordinato – partecipato da un soggetto contrattuale debole quale persona, giovane  o meno giovane lavoratore e lavoratrice che offriva, con ansia e incerta speranza, una limitata occupazione, forse prorogabile più volte nella durata, sempre, a termine.

Conseguentemente, nel marzo 2022, l’Istat annunciava che in Italia gli occupati a termine erano 3 milioni 150.000 e dal 1° maggio 2023 con la proposta del Governo Meloni – cancellando l’obbligo della casualità dopo 12 mesi previsto dal “decreto dignità” del Governo Conte 2018 – i “rapporti di lavoro a termine” in tutte le attività produttive di beni e servizi venivano agevolati e, oggi, sono prevalenti come confermato da Istat, anche, tra i +59.000 occupati in agosto 2023.

Volano con i venti e i forti calori estivi i richiami del 1° Maggio 2023 a Reggio Emilia del Presidente della Repubblica, Mattarella sulla “idea che possa esistere il lavoro povero la cui remunerazione non permette di rendere una esistenza decente” – sottolineando – che “è necessario affermare con forza, invece, il carattere del lavoro come primo, elementare modo costruttivo  di redistribuzione del reddito prodotto” che, attuando l’art 36 della Costituzione, il “lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, sufficiente ad assicurare  a se e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”.

Ma dalle calure estive, tra mari e monti, ai primi giorni di autunno 2023 anche la Corte di Cassazione ammette, con una sentenza, la “esistenza del lavoro povero” e fissa il principio secondo il quale il Magistrato può individuare un “salario minimo” – definito “costituzionale” – che deve essere mirato ad assicurare una “vita libera e dignitosa al lavoratore” come previsto dall’articolo 36 della Costituzione, richiamato dal Presidente della Repubblica, anche, il 1° maggio 2023.

Certo è che la continuità lavorativa e le settimane in ore di lavoro – equamente compensate con “salario minimo, costituzionale o contrattuale” tra le 51 o 30 settimane anno lavorate – determinano le “soglie di povertà” configurabili, prevalentemente, tra lavoratori temporanei, a chiamata o a tempo parziale involontario verso i quali, penso e ritengo, sia necessario quanto giusto definire “no un salario minimo” ma una compensazione monetaria oraria nella misura superiore ai salari contrattuali vigenti. 

Così come a incidere sul “potere di acquisto sono i mancati o tardivi rinnovi dei contratti di lavoro” pari al 58% a gennaio 2023 che si riducono al 54% in agosto nei diversi comparti produttivi.

               Nel comparto industriale i rinnovi sono diminuiti e scesi al 3,4% (circa 142.000 dipendenti) nel settore dei servizi privati la quota dei dipendenti in attesa dei rinnovi è pari al 73,6% in agosto 2023 (circa 3,7 milioni di dipendenti). Per quanto riguarda, poi, la Pubblica Amministrazione la quota dei dipendenti in attesa dei rinnovi contrattuali continua ad essere il 100%: nel 2022 sono stati siglati per il “personale non dirigente” i rinnovi relativi al triennio 2019/2021 e per la Presidenza del Consiglio dei Ministri si è chiusa la coda contrattuale del 2016/2018 (dati ISTAT nella recente audizione sulla Nadef in Parlamento).

Penso che le manifestazioni regionali di migliaia di persone nelle giornate di maggio con CGIL, CISL, UIL – da Milano a Napoli – con gli incontri a Palazzo Chigi e ai tavoli ministeriali e le sollecitazioni della CGIL il 7 ottobre a Piazza San Giovanni in Roma sulle “proposte sindacali unitarie” conosciute tanto dai lavoratori quanto dal Governo e dai Governatori delle Regioni, sono volontà popolari da ascoltare – con rispetto e doverosa operatività possibile condivisa – per fronteggiare subito e con rapidi interventi “quantificati e qualificati” la questione prioritaria “inflazione sul costo della vita” che incide giorno dopo giorno sul potere di acquisto di tutti, taglia busta paga a chi lavora, l’assegno mensile di pensione e le indennità di sostegno al reddito a persone che chiedono lavoro.

              

(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

Roma, 12 ottobre 2023


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