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Guerre. Uno sguardo dal futuro

La portaerei USS Dwight D. Eisenhower. U.S.Navy da ©ytali.comLa portaerei USS Dwight D. Eisenhower. U.S.Navy da ©ytali.comLa portaerei USS Dwight D. Eisenhower. U.S.Navy da ©ytali.com

Superare la guerra come strumento di regolazione dei rapporti tra gli stati e le nazioni”

GUERRE. A Roma associazioni in piazza per chiedere il cessate il fuoco tra Israele e Palestina. Landini: “Superare la guerra come strumento di regolazione dei rapporti tra gli stati e le nazioni”
Una fiaccolata silenziosa per fermare il conflitto tra Israele e Palestina. A Roma sotto lo slogan “Proteggere tutta la popolazione civile” tante realtà associative.

Tra i promotori Amnesty e Aoi (Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale), con l’adesione di realtà come Rete Pace e Disarmo, Arci, Acli, Acli, sostegno alla manifestazione da parte della Cgil con la presenza del segretario generale Maurizio Landini.

“L’obiettivo preciso è la pace, è il momento di cessare ogni attività militare, di cessare il fuoco. È il momento degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza e di far ripartire una conferenza vera di pace e per quello che ci riguarda l’obiettivo è e deve rimanere quello di due popoli e due stati”, ha detto Landini che ha aggiunto: “Un obiettivo importante per i due popoli coinvolti ma anche un obiettivo importante per affermare la pace e il superamento della guerra come strumento di regolazione dei rapporti tra gli stati e le nazioni”.


di Stefano Rizzo

Guerre. Gaza ©Agi
Guerre. Gaza ©Agi

GUERRE. I manuali di storia del XXII secolo non daranno molto spazio ai massacri condotti dai palestinesi di Hamas e alla feroce rappresaglia dell’esercito israeliano in questa quarta o quinta guerra di Gaza.

Quello che i manuali registreranno è che dopo un secolo o più di scontri armati i palestinesi saranno riusciti ad avere un loro Stato accanto a quello di Israele. Il che non vuol dire che vi sarà tra loro una pace perpetua priva di conflitti.

Lo storico del futuro citerà come esempi i conflitti tra India e Pakistan, tra Cina e India, tra Filippine e India, tra Yemen e Arabia saudita, tra Russia e Ucraina e altri nuovi che saranno intanto sorti. Non tutti saranno stati risolti, ma si tratterà di “normali” conflitti interstatali che non sono mai mancati in passato e presumibilmente non mancheranno mai in futuro, da affrontare con i normali strumenti dei rapporti tra Stati: la diplomazia, la mediazione, il compromesso e, come ultimo ricorso, la guerra.

Questo è il più probabile e auspicabile scenario che vedrà la luce in un futuro lontano. Quello meno probabile e certamente meno auspicabile è che invece questi conflitti a “bassa intensità” – così vengono definiti dai polemologi – tra Stati si trasformino in guerre paragonabili a quelle mondiali del XX secolo che, anche se non saranno atomiche, grazie alle continue innovazioni negli armamenti sarebbero di immensa forza distruttrice.

Gli storici del futuro che guarderanno invece alle guerre intrastatali del passato riconosceranno una tendenza generale: l’insofferenza dei popoli, in qualunque parte del mondo si trovino, ad essere governati da uno Stato che considerano altro da sé per lingua, religione, etnia, o semplicemente perché vogliono la propria indipendenza.

A partire dalla rivoluzione americana della fine del Settecento, passando attraverso le guerre di indipendenza europee dell’Ottocento, alla prima guerra mondiale (che fu anche una “guerra costituente” che dette origine a molti nuove nazioni), alle guerre di decolonizzazione degli anni Sessanta del Novecento, fino all’attuale conflitto israelo-palestinese, volta dopo volta l’aspirazione all’indipendenza dallo straniero è stata una costante.

In tutti questi numerosi casi anche la natura del conflitto è stata la stessa. Lo stato dominante, considerando “ribelli” o banditi quella parte della popolazione che lo contrastava con le armi, ha sempre fatto ricorso a tecniche repressive di grande violenza e crudeltà: stermini gratuiti di civili, torture, incendi, deportazioni, fino al genocidio.

L’elenco delle violenze di uno Stato contro un popolo sarebbe infinito, a partire dalla guerra di Spagna (1808-1814) in cui l’esercito napoleonico per la prima volta in epoca moderna adottò le spietate tecniche di controguerriglia nei confronti della popolazione civile.

Parimenti anche i ribelli, i patrioti, i resistenti o comunque li si chiami, hanno sempre fatto ricorso a metodi altrettanto crudeli e spietati nei confronti dei militari, dei civili della potenza occupante e dei civili o militari indigeni, con la guerriglia e con attacchi terroristici il cui fine è di “convincere” lo stato occupante a concedere l’indipendenza e ad andarsene. E così è stato non solo in Africa contro le potenze coloniali europee, ma un po’ dappertutto: a Cuba, in Vietnam, nella Filippine, in Cecenia, in Afghanistan e Iraq, in Irlanda, e da ultimo in Palestina, per citare solo alcuni delle centinaia di crudelissimi conflitti degli ultimi cento anni provocati dallo scontro tra il desiderio di autodeterminazione di un popolo e la volontà di dominio di uno Stato.

In questo come in altri campi la modernità ha segnato un indiscutibile progresso in peggio. Nel secondo decennio del Novecento si verificò il primo sterminio sistematico: il genocidio degli Armeni da parte dell’Impero ottomano; tre decenni dopo ci fu lo sterminio del popolo ebraico da parte dello Stato tedesco e dei suoi alleati e collaboratori.

La shoa costituì un unicum nella storia delle nefandezze umane, non solo per il numero degli uccisi, ma perché con essa si intendeva annientare per sempre e ovunque in Europa tutti gli ebrei: un genocidio.

Ma anche nel secondo dopoguerra, per volontà delle potenze vincitrici, vi furono “pulizie etniche”, seppure di minore entità, non per sterminare (anche se molti perirono) una data popolazione, ma per spostarla da uno Stato all’altro: milioni di tedeschi, polacchi e cittadini di altri paesi sconfitti vennero deportati dai territori dove erano vissuti in alcuni casi da secoli per rendere omogenei gli Stati all’interno dei nuovi confini.

La guerra di indipendenza israeliana del 1948 rientra in questo contesto: in tutta la Palestina ci furono numerose azioni terroristiche da parte dei patrioti ebrei sia contro le forze di occupazione britanniche sia contro i palestinesi; i quali naturalmente non stettero con le mani in mano, dando luogo ad una continua serie di attacchi e rappresaglie tra le due comunità.

Creato lo Stato di Israele, la popolazione palestinese che abitava quei territori fu in larga parte costretta a fuggire sotto la minaccia della violenza; milioni ancora vivono in campi profughi nei paesi confinanti oltre che nei territori occupati della Cisgiordania.

Tuttavia, nonostante la brutalità dei suoi inizi, peraltro tipica di ogni guerra di indipendenza, il nuovo Stato di Israele non cercò di attuare l’espulsione di tutti i palestinesi e neppure dalla restante parte della Palestina che le Nazioni Unite avevano assegnato ad essi perché vi creassero un loro Stato.

Israele non avrebbe voluto né potuto seguire la strada della Turchia nei confronti degli armeni, della Germania nei confronti degli ebrei, dell’Unione sovietica nei confronti degli ucraini, o un secolo prima degli americani nei confronti degli indiani d’America.
La USS Gerald R. Ford (CVN 78) in navigazione nel Mediterraneo affiancata da una nave cisterna

Guerre. La USS Gerald R. Ford (CVN 78) in navigazione nel Mediterraneo affiancata da una nave cisterna
Guerre. La USS Gerald R. Ford (CVN 78) in navigazione nel Mediterraneo affiancata da una nave cisterna

Non avrebbe voluto, perché la popolazione di Israele era animata (e in parte lo è ancora) da profonde convinzione democratiche e umanitarie. Non avrebbe potuto perché la comunità internazionale, cioè l’ordine mondiale rappresentato dal duopolio tra le due grandi potenze, Stati Uniti e Unione sovietica, non l’avrebbe permesso.

Fu solo dopo che nel 1967 i paesi arabi del Medio Oriente scatenarono una guerra contro lo Stato ebraico per distruggerlo che Israele occupò tutta la Cisgiordania; e ha continuato ad occuparla creando condizioni di vita sempre più insostenibili per la popolazione palestinese e in particolare per quella di Gaza, che comprensibilmente — come è avvenuto innumerevoli volte in passato — aspira alla propria indipendenza e si ribella.

Vi furono in seguito altre guerre e altri tentativi di conciliazione che però, per l’indisponibilità dell’una e dell’altra parte, non hanno portato a nulla.

E così si è giunti all’impasse del presente, ad un conflitto permanente che periodicamente si infiamma, cui l’esperienza del passato non offre molte soluzioni.

Le soluzioni sono in effetti soltanto due: o lo sterminio e la deportazione della popolazione araba di Palestina, o la trattativa per dare vita ad un autonomo Stato palestinese. Se la prima strada ripugna ad ogni senso di umanità (anche se in entrambi i fronti una piccola minoranza aspira proprio a questo: all’annientamento dell’avversario), nessuno si illude che la seconda strada sia facile da percorrere.

In primo luogo perché oggi per consentire la nascita di uno stato palestinese su un territorio più o meno contiguo bisognerebbe deportare circa un milione di coloni israeliani che vi si sono insediati e che certo non lascerebbero senza combattere la terra che considerano loro.

In secondo luogo perché la crescente animosità provocata dal senso dell’ingiustizia del passato e dell’oppressione del presente ha reso indisponibile una parte del popolo palestinese.

E tuttavia se le soluzioni sono soltanto due e se una non è percorribile si dovrà per forza perseguire la seconda. Lo storico del futuro vedrà che, dopo molti anni di carneficine, di attentati e di durissime rappresaglie, poiché nessuno dei due contendenti poteva essere eliminato né – poiché il pianeta è troppo piccolo – spostato da qualche altra parte, si è dovuto giocoforza aprire una trattativa e raggiungere un compromesso che ha consentito la creazione di uno Stato palestinese.

E allora se questo è quello che vedrà lo storico del futuro, perché non pensarci fin da adesso e risparmiare tante inutili sofferenze?


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Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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