Fascismo. La minaccia del lavoro femminile

Donne nella ResistenzaDonne nella ResistenzaDonne nella Resistenza

di Marco Capoccia

Fascismo. La minaccia del lavoro femminile
Fascismo. La minaccia del lavoro femminile

FASCISMO. Una storia che ovviamente si collega direttamente, nel bene e purtroppo soprattutto nel male, a quella delle Corporazioni Fasciste, era di coloro che vivevano in prima persona il mondo del lavoro, patirono direttamente il paternalismo lavorativo promosso dal fascismo. Ma per capire al meglio la condizione delle persone che affrontarono le scelte individualiste del regime e che diedero luogo, contro queste, alle prime insurrezioni proprio a Napoli e nel Campano, occorre fare una distinzione, quella tra le condizioni lavorative delle donne e degli uomini.
È paradossale quanto il fascismo, uno dei governi più intransigenti nei confronti dell’emancipazionismo, allo stesso modo sia stato, con l’evento della seconda guerra mondiale, un periodo in cui si sia nuovamente palesata, pur venendo ancora a lungo ignorata, l’indispensabilità della parità dei diritti; non soltanto vista come una rivendicazione delle donne, ma una necessità per gli stessi uomini.

Era stata soprattutto la “grande guerra” a far uscire le donne dal tradizionale ruolo dell’accudimento familiare. Con gli uomini al fronte, queste cominciarono a prenderne il posto nelle attività lavorative pubbliche e private. E in quella nuova quotidianità scoprivano in sé stesse capacità e risorse umane di autonomia che erano state sempre soffocate o rimosse.¹

La lotta all’emancipazione, avveniva relegando il ruolo della donna esclusivamente ad un ambito domestico, nella veste di moglie e madre, “angelo del focolare” e, sul campo etico e morale, con una forte critica misogina che inquadrava qualsiasi donna avesse mai ambito ad un ruolo al di fuori di questi, come una vergogna per la famiglia e l’intera patria. Queste le parole del futurista, legato alla figura del Duce e allora ministro dell’istruzione, Giovanni Gentile:
La donna non desidera più i diritti per cui lottava […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo [lo spirito] non potrà mai influire su quello [il corpo], che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui […]. La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé; la donna è soprattutto idealmente madre, prima di essere tale naturalmente […] Madre per i suoi figli, per gli infermi, per i piccoli affidati alla sua educazione: in ogni caso, per tutti coloro che possono beneficiare del suo amore e attingere a quella sua innata, originaria, essenziale maternità.²

Vale la pena ricordare che parliamo dello stesso ministro dell’istruzione che negò alle donne di insegnare alle scuole superiori le materie di Italiano, Lettere Classiche e Filosofia. Infatti la discriminazione non si muoveva su un piano esclusivamente moralistico ma era perfettamente legalizzata. Molto discussa è la veridicità della già citata legge con cui il governo fascista avrebbe dimezzato lo stipendio delle lavoratrici in qualsiasi ambito ma sappiamo per certo che con il regio decreto 1054 del 6 maggio 1923 si vietava alle donne – anche – la direzione delle scuole medie e secondarie, riforma attribuita allo stesso Gentile³.

Una legge del 1934 (legge 221) limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti, mentre un decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà un limite del 10% all’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati. L’anno successivo, il regio decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi d’istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di dieci impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda.⁴

Ma le innumerevoli operazioni di facciata del governo fascista non si fermano neanche dinanzi a un argomento delicato come quello dell’emancipazionismo femminile. Tra le promesse del fascismo infatti ne troviamo una, proprio da parte del Duce, risalente agli albori del regime.

1 Maria Mantello, “Fascismo, sottomissione della donna e blocco sociale” in Micro Mega [rivista
on-line], 6 Settembre 2022, https:/www.micromega.net/fascismo-donne/ (Consultato il 10 Aprile 2023).
2 Giovanni Gentile,La donna nella coscienza moderna, in La donna e il fanciullo, Firenze, 1934.
3 Cfr. “Il fascismo e il falso mito degli angeli del focolare” in Collettiva [rivista on-line], 14 Novembre 2020, https://www.collettiva.it/copertine/italia/2020/11/14/news/il_fascismo_e_il_falso_mito_degli_ange li_del_focolare-555483/ (Consultato il 12 Aprile 2023)
4 Ibidem

Benito Mussolini di fronte a un nutrito pubblico, con rappresentanti di quaranta nazioni e vecchie leve del femminismo italiano, pronunciò un discorso in cui a nome del governo fascista si impegnava a presentare al più presto una legge che estendesseil diritto di voto amministrativo alle donne. A distanza di poco più di un mese, nel giugno 1923, alcuni giorni dopo il Congresso dei Fasci femminili delle Tre Venezie, tenutosi a Padova, veniva presentato alla Camera un disegno di legge governativo in cui, oltre al solo voto amministrativo, si concedeva l’elettorato alle donne non minori di 25 anni decorate per meriti di guerra o a valor civile madri di caduti in guerra investite di patria potestà, fornite di licenza del corso elementare obbligatorio, che sapessero leggere e scrivere, e infine pagassero tasse per una somma non inferiore alle 40 lire. (…) Il disegno di legge decadde per la fine della legislazione e fu ripresentato nel novembre del 1924 con alcune modifiche (…). Il disegno di legge sull’elettorato amministrativo femminile fu approvato nel maggio del 1925 (…). Preso ormai saldamente il potere Mussolini affermò: “Io credo che uno dei paesi più democratici del mondo, più democratico tra tutti quelli democratici, sia la Svizzera”.
Ebbene, la Svizzera insieme con l’Italia non ha dato il voto alle donne (…); nelle mie peregrinazioni non ho mai trovato una donna che abbia chiesto il diritto di voto.
Questo torna onore delle donne italiane. La legge sull’ammissione delle donne all’elettorato amministrativo pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» del 9 dicembre 1925 non entrò mai in vigore.⁵

Fascismo. La minaccia del lavoro femminile
Fascismo. La minaccia del lavoro femminile

A noi appare chiaro, col senno di poi, che si sia trattato di un operazione di facciata, ma al di là di questo, c’è un punto in cui, tornando alla promessa fatta, ci si rende conto che si tratta di un vantaggio esclusivamente dato ad alcune delle donne che potevano permettersi di continuare il ciclo di istruzione fino ad ottenere il certificato di terza classe, escludendo così abilmente la stragrande maggioranza delle lavoratrici, che nella maggior parte dei casi cominciava a lavorare in quella che oggi definiremmo “tenera età”. Un’ azione, quindi mirata, ad ottenere il sostegno della borghesia, ceto sociale sul quale il PNF aveva quasi da subito fatto leva, promettendo il diritto amministrativo ad alcune delle donne che ne facevano parte. A rendersene precocemente conto fu Abigaille Zanetta⁶, uno dei tanti nomi femminili oscurati del movimento operaio, in questo caso milanese. Queste le sue parole:
Quando vogliamo commentare ciò che accade, noi classe lavoratrice non dobbiamo mai dimenticare che comandano le classi del privilegio, le classi capitaliste; (…) Le proletarie d’ Italia oggi si trovano dinanzi alla concessione dell’elettorato e dell’eleggibilità alle donne, concessione ristretta al voto amministrativo e limitata ad alcune categorie. (…) Tutte le donne lavoratrici che hanno compiuto i 25 anni di età, ove non siano tra le categorie delle decorate o delle benemerite, o delle disgraziate madri di figli morti in guerra o delle vedove che sostituiscono il padre nella tutela dei figli morti in guerra o dove che sostituiscono il padre nella tutela dei figli nei quali casi avranno senz’altro il voto amministrativo, se non hanno il certificato di 3 classe (proscioglimento dall’obbligo dell’istruzione), secondo l’interpretazione più larga, farebbero bene a procurarselo per avere diritto al voto.⁷

5 Fiorenza Taricone, Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento,
FrancoAngeli, 2020, pp. 54 a 56.
6 Cfr. Ibidem
7 Abigaille Zanetta, A proposito del voto amministrativo delle donne, «La Difesa delle Lavoratrici», numero unico, 25 giugno 1923.

Per molti aspetti l’era fascista assomiglia, nella sua acerrima inimicizia con l’emancipazionismo, all’opera “Le Gymnographe”di Restif De La Bretonne, pubblicata nel 1777, che ai nostri giorni appare più come una distopia rispetto invece all’intento utopico che aveva nella mente dell’autore.

Fin dalla nascita le bambine sarebbero state fasciate secondo l’usanza del tempo, mentre i bambini sarebbero stati liberi di sgambettare. Il loro spirito si doveva immiserire (…) Fino a dodici anni si insegnavano le occupazioni tipiche del loro sesso, in seguito si dovevano rispettare le differenze, in primo luogo quelle fra le contadine, occupate a lavorare sia in casa che in campagna, e le cittadine; le borghesi della campagna sono definite dall’autore insopportabili per egoismo e per orgoglio. (…) Le ragazze del popolo sono escluse da livelli anche bassi di cultura perché i lavori che sarebbero andate a fare rendeva inutile ogni sapere. (…) Due feste l’anno premiavano le ragazze più laboriose, econome, modeste. (…) La perdita della purezza era punita in maniera diversa a seconda se il cedimento era avvenuto per ambizione o per licenza.⁸

É inquietante quanto in questi anni bui della nostra storia, le fortunatamente mancate tradizioni italiane si avvicinino agli eventi descritti da Restif de La Bretonne.
Giovanni Gentile fece istituire i licei e le scuole professionali femminili , dove le donne non avrebbero studiato soltanto le materie che si studiavano fino ad allora nelle normali scuole ed università; infatti questi istituti avevano la retrograda prerogativa di insegnare loro a gestire le mansioni che gli venivano attribuite esclusivamente per il loro sesso, prinicipalmente domestiche. Così recitava la riforma:
I licei femminili hanno per fine d’impartire un complemento di cultura generale alle giovinette che non aspirano ne’ agli studi superiori ne’ al conseguimento di un diploma professionale. Nel liceo femminile si insegnano lingua e letteratura italiana e latina, storia e geografia, filosofia, diritto ed economia politica; due lingue straniere, delle quali una obbligatoria e l’altra facoltativa; storia dell’arte; disegno; lavori femminili ed economia domestica; musica e canto; uno strumento musicale; danza.⁹

E ancora:

La scuola professionale femminile ha lo scopo di preparare le giovinette all’esercizio delle professioni proprie della donna e al buon governo della casa. Nella scuola professionale femminile si insegnano: cultura generale (italiano, storia, geografia, cultura fascista), matematica, nozioni di contabilità, scienze naturali, merceologia, disegno, nozioni di storia dell’arte, economia domestica, igiene, lavori donneschi, lingua straniera, religione.¹⁰

8 Fiorenza Taricone, Elementi di storia delle dottrine politiche, cit. p. 106-107.
9 Regio Decreto 1054 del 6 maggio 1923 – Riforma Gentile.
10 Ibidem
Fascismo.
Fascismo

Non meno vicina al lavoro dell’autore francese è la Giornata della Madre e del Fanciullo, giorno in cui accadeva che le 93 madri più prolifiche d’Italia che avevano avuto almeno 14 figli, venivano ricevute dal duce e dal Papa, ottenendo, inoltre, un premio in denaro.¹¹
Un’ultima citazione per contestualizzare ancor meglio la rigorosa dimensione etica e morale in cui erano costrette le donne è un’enciclica di Pio IX in cui il papa sottolineava la relegazione femminile nell’ambito materno e domestico, giudicando una dissennatezza l’approccio delle donne al mondo del lavoro:
Così, traviando dal retto sentiero i dirigenti della economia, fu naturale che anche il volgo degli operai venisse precipitando nello stesso abisso, e ciò tanto più che molti sovraintendenti delle officine sfruttavano i loro operai, come semplici macchine, senza curarsi delle loro anime, anzi neppure pensando ai loro interessi superiori. E in verità fa orrore il considerare i gravissimi pericoli a cui sono esposti nelle moderne officine i costumi degli operai (dei giovani specialmente) e il pudore delle giovani e delle donne, gli impedimenti che spesso il presente ordinamento economico e soprattutto le condizioni affatto irrazionali dell’abitazione recano all’unione e alla intimità della vita di famiglia; alle difficoltà di santificare debitamente i giorni di festa (…) È bensì giusto che anche il resto della famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca al comune sostentamento, come già si vede in pratica specialmente nelle famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli artigiani e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi dell’età dei fanciulli né della debolezza della donna. Le madri di famiglia prestino l’opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un’arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l’educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare.¹²

11 Cfr. Ilaria Romeo, “Ecco perchè il fascismo aveva paura delle donne lavoratrici”, in Collettiva [rivita on-line], 31 Agosto 2020, https://www.collettiva.it/copertine/italia/2020/08/31/news/ecco_perche_il_fascismo_aveva_paura_dell e_donne_lavoratrici-239107/ (Consultato il 14 Aprile 2023)
12 Lettera Enciclica Quadragesimo Anno, 15 maggio 1931

E di fronte ad un governo e ad un clero così smaccatamente patriarcale non ci si tirò indietro neanche rispetto a uno dei più ricorrenti stereotipi della querelle misogyne secondo il quale non dovrebbero essere dati diritti a chi non li pretende. Ma pur considerando una situazione in cui per le persone era un enorme atto di coraggio opporsi al potere “auto” costituito, una condizione in cui addirittura, parafrasando le parole di varie testimoni “se non ci si vestiva in un determinato modo erano guai”, come sempre, semplicemente guardando agli eventi storici senza alcun pregiudizio, ci si rende conto degli enormi esempi di temerarietà da parte di donne; Così scrive Gloria Chianese nella sua introduzione al libro “Fascismo e Lavoro a Napoli”:
Poi, con le guerre fasciste, con il richiamo degli uomini al fronte, comportarono per un po’ una certa diminuzione della pressione demografica e i cafoni meridionali furono ingaggiati per la campagna d’Etiopia, la guerra civile di Spagna ed ancora nei vari fronti della guerra totale; disagio e rabbia crebbero proprio a partire dai problemi della sussistenza quotidiana e, già nel 1942, vi furono manifestazioni, per lo più di donne, che chiedevano cibo (…).¹³

Ovviamente il coraggio delle donne antifasciste campane non si ferma a questo singolo evento. Tra tutte si distingue il nome di una donna proveniente dal territorio aurunco, figura di spicco della Federazione di Terra di lavoro, che partecipò attivamente alla fondazione del Partito Comunista d’Italia a Livorno, da cui venne poi cacciata perché definita “indisciplinata”. Fu l’ennesima ad essere costretta per scelta propria o per altrui volere ad allontanarsi dal partito, per le logiche che lo dominavano in quegli anni e che probabilmente lo condannarono al dominio fascista. “Condannata” per il suo progressismo, destino che l’avvicina ad un’altra attivista precedente, Anna Maria Mozzoni, Maria Lombardi impose la sua personalità dirompente anche negli anni che precedettero l’ascesa del Duce e in cui lo squadrismo si fece pesantemente violento.
Il clima di forte scontro e di intimidazioni vide coinvolta anche Maria Lombardi, che fu oggetto di aggressioni fisiche.¹⁴

La dottoressa Maria Lombardi di Sessa Aurunca, – ricorda Federico- uno dei massimi dirigenti dell’appena costituito Partito comunista (…) viene affrontata da una squadraccia fascista che la percuote duramente per strada. ¹⁵

13 Gloria Chianese, Introduzione in “Fascismo e Lavoro a Napoli. Sindacato Corporativo e Antifascismo Popolare (1930 – 1943)”, cit. p. 23.
14 Silvano Franco, Maria Lombardi. L’impegno politico e sociale, Caramanica Editore, Marina di Minturno (LT) 2020, p.50.
15 Maurizio Federico, Il “biennio rosso” in Ciociaria 1019-1920. Il Movimento operaio e contadino dei Circondari di Frosinone e Sora tra dopoguerra e fascismo,1985, p.155.
Fascismo. E...opposizione
Fascismo. E…opposizione

In qualche modo, al di là di ogni ragionevole deduzione, rimane ignoto il vero motivo per cui Maria Lombardi fu esclusa dal Partito negli ultimi mesi del 1921, meno di un anno prima della Marcia su Roma. Di lì fino alla caduta del fascismo, di Maria Lombardi si seppe ben poco; questo potrebbe farci pensare, che la donna “schedata come sovversiva e rivoluzionaria, quindi, sotto stretto controllo delle autorità di P.S. e della polizia politica”¹⁶ e rifiutata dal Partito per cui era stata Segretaria presso la Provincia di Caserta, avesse cessato il suo attivismo e la sua battaglia a favore di operai e contadini; ma questo non corrisponde alla verità. Infatti, in una lettera indirizzata al Ministro dell’Interno, il 19 novembre 1936 scrisse:

Eccellenza

Io qui sottoscritta, interventista nella grande guerra e ne detti pubblica prova a Cardito in provincia di Frosinone dove ero allora medico – condotto interno, più interventista di prima dopo la lotta di Caporetto, incitavo in Sessa Aurunca il popolo alla resistenza interna e prodigavo gratuitamente le mie cure mediche ai profughi. (…) Nel 1920 mi iscrissi nel partito socialista, nel 1921 dopo il Congresso di Livorno fui dalla parte comunista e di questo partito fui segretario federale per la fu provincia di Caserta sino alla fine dell’anno 1921, epoca nel quale fui espulsa dal partito per indisciplina (…) I continui scioperi, le ingiurie agli ex-combattenti che si facevano nelle pubbliche vie e la pretesa dei dirigenti che volevano essere ubbiditi in quelle cose che, non contenute nello statuto, volta per volta a loro piaceva ordinare, mi resero indisciplinata.

Una volta fuori dal partito comunista non ho più cercato di far parte di nessuna organizzazione politica e verso la fine dell’anno 1922 dopo ottenuto per i contadini dalla R. Commissione per la provincia di Caserta i terreni incolti richiesti dalla Cooperativa di produzione che io dirigevo, fatta la quotizzazione ai socii delle terre concesse anche da questa organizzazione economica mi allontanai dedicandomi completamente ai miei malati e alla mia famiglia.

Ho dato per quindici anni prova di ravvedimento politico (…) non parmi bello che in un epoca in cui il vostro nuovo Codice consente i processi di riabilitazione io non debba chiedere all’Eccellenza Vostra di prendere in considerazione il mio caso affinché io non sia più indicata come pericolosa all’ordine politico e radiata dalla scheda Sovversiva. (…).¹⁷

Questa lettera oltre a testimoniare l’essersi battuta per il bene dei contadini per un’ultima volta prima della caduta del regime, presenta sicuramente una particolare accondiscendenza verso il potere costituito, che però ci appare sotto un’altra prospettiva se pensiamo che altri e due noti antifascisti sessani, Luigi Cinquanta e Amedeo Rozera, presentarono la stessa richiesta di radiazione dalla scheda dei sovversivi; inoltre, appena il Sud Italia fu liberato dalla presenza nazi-fascista, Maria Lombardi si attivò per la riorganizzazione del Partito Comunista nella zona aurunca.

16 Silvano Franco, op. cit. p.62.
17 ACS, MI, DG, CPC, b.2819, Maria Lombardi, già riportata in G. Salato, Biografie di socialisti di Terra di Lavori: Maria Lombardi (1887-1963), tesi di Laurea, Università di Cassino, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1993-94.

Come nota il Professore Silvano Franco nel suo libro dedicato all’attivista campana: “Si trattò, in effetti, di tatticismo politico, finalizzato semplicemente ad ottenere la cancellazione dal Casellario Politico Centrale.”¹⁸

Purtroppo la Lombardi pur essendo particolarmente legata agli ideali del PCI e alla sua stessa fondazione, fu sempre ripudiata; ancora una volta questo accadde dopo la morte del fascismo, essendo additata come una dei “vecchi comunisti” che rappresentava un’accezione del partito ormai superata.

18 Silvano Franco,op. cit. p.72.

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