Tesi di laurea. Un campo di rifugio

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di Marco Capoccia

Tesi di laurea. Un campo di rifugio
Tesi di laurea. Un campo di rifugio

TESI DI LAUREA. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.¹

Fu a partire dalla seconda metà del XX secolo che ebbe inizio uno dei capitoli più bui della storia dell’umanità, quello della Shoah. La Germania nazista a partire dal 1933 utilizzò ogni mezzo burocratico a sua disposizione per arrivare al conseguimento dell’Olocausto, genocidio di massa che vide circa 17 milioni di vittime. Quando nel 1945 l’Armata Rossa riuscì ad accedere al complesso di campi di concentramento costituito da quello di Birkenau, Monowitz ed Auschwitz, rimanevano soltanto 7.000 superstiti,in condizioni drammatiche; tra questi vi era il poeta Primo Levi. Nella splendida prefazione di “Se questo è un uomo” l’autore non soltanto ricordava il motivo per cui un tale orrore era stato possibile, ma brillantemente metteva in guardia sul futuro e sull’importanza della memoria come monito e guida.

Può accadere e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; (…) è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori. La violenza, ‘utile’ o ‘inutile’, è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato (…) Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo. Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono ‘belle parole’ non sostenute da buone ragioni (…) Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri ‘aguzzini’. Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.²

1 Primo Levi, Prefazione in “Se questo è un uomo”, De Silva, 1947.
2 Idem, I Sommersi e i Salvati, Einaudi 1992.
Tesi di laurea. Campagna
Tesi di laurea. Campagna

Molto diversa, invece, fu la storia che stava dietro ai campi per l’internamento italiani. Ancora una volta dietro le leggi razziali si cela una particolare manovra di potere. Per quanto nella politica del regime c’era sempre stata una matrice fortemente razzista, questa non aveva incontrato sin da subito l’antisemitismo, addirittura tra i primi membri de PNF vi furono diverse persone ebree.³ Dapprima Benito Mussolini si era dichiarato in netto contrasto alle scelte e ai provvedimenti antisemiti del Fuhrer, disprezzando pubblicamente le sue teorie fondate sulla discriminazione razziale, definendole come dottrine di “gente che ignora la scrittura”⁴. Col tempo però vi fu un decisivo cambio di rotta nella politica del regime, che vide un avvicinamento progressivo alla Germania di Hitler. Questo processo iniziò con le leggi razziali del 1938, seguì con il Patto d’Acciaio, per poi culminare con l’edificazione di quelli che avrebbero dovuto essere dei veri e propri Lager italiani.

Proprio a Trieste i tedeschi decisero di istituire un campo di concentramento. Fu scelto un vecchio edificio un tempo adibito alla pilatura del riso. Il vecchio essiccatoio era stato adattato dai tedeschi a locale per le eliminazioni dei prigionieri mediante gas di scarico di autofurgoni ed autocarri. All’interno la SS Lambert aveva fatto costruire il forno crematorio con la canna fumaria collegata alla precedente ciminiera. Il campo era adibito al transito di prigionieri per Buchenwald, Dachau, Auschwitz, ma sul posto furono trucidati più di 5000 internati dall’Einsatzkommando Reihnard, che già aveva operato nei campi polacchi. (…) Campo di Fossoli (…) Da qui partirono numerosi convogli di ebrei italiani, tra cui Primo Levi che fu prigioniero a Fossoli per alcuni mesi prima di essere deportato ad Auschwitz, Il campo fu smobilitato nell’Agosto 1944 e gli internati trasferiti a Bolzano. (…) Le province di Bolzano, Trento e Belluno erano state annesse al Reich dopo l’8 Settembre 1943 ed erano quindi direttamente sotto l’autorità tedesca. Il campo era costituito da due grandi capannoni e da alcune costruzioni minori. (…) Il campo di Ferramonti (Tarsia) in provincia di Cosenza era il più grande ed importante campo di concentramento fascista italiano, con una presenza media di oltre 2000 internati ed una punta massima, raggiunta nell’estate del 1943, di circa 2.700 persone. La storia di Ferramonti di Tarsia ebbe inizio nel 1940 allorché il governo fascista diede disposizione alla ditta Parrini di Roma di avviare i lavori di bonifica della zona paludosa del Crati, dove successivamente, avrebbe avuto luogo anche la costruzione dell’omonimo campo di concentramento. campo di Ferramonti a differenza di altri campi di concentramento ripristinati da edifici precedentemente adibiti ad altro, fu progettato allo scopo di internare gli “indesiderati” del regime. Fu concepito come un lager nazista, in prossimità di una stazione ferroviaria, su sedici ettari di terreno, costituito da novantadue baracche che ospitavano i reclusi sottoposti ad appelli

3 Cfr. E. Gentile, Il fascismo in tre capitoli, cit., pp. 46-47.
4 Voceditalia,Storico discorso del Duce Benito Mussolini contro la Germania Nazista, Bari, 6 Settembre 1934, YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=j3ClvAk-0sw (Consultato il 14 Giugno 2023).
Tesi di Laurea. Borgo San Dalmazzo memoriale deportazione
Tesi di Laurea. Borgo San Dalmazzo memoriale deportazione

giornalieri. Vi era naturalmente il presidio dei carcerieri, fortunatamente agenti di pubblica sicurezza e non milizia fascista, alla quale, invece, fu affidata la sorveglianza dell’area perimetrale. Gli “ospiti” del Campo giungevano scortati dai Carabinieri o dagli agenti di Pubblica Sicurezza. Tra loro vi erano Ebrei, Zingari, profughi del Pentcho, apolidi e quanti fossero ritenuti “indegni“ dal potere nazi-fascista. Il Campo divenne, dunque, un coacervo di lingue, culture, religioni differenti la cui costante era la condizione di internamento, attenuata da alcune semplici libertà, indubbiamente, limitate. (…) La storia e l’evoluzione del campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (18 settembre 1943 – 15 febbraio 1944), sorto nell’ex caserma degli alpini di una piccola cittadina ad otto chilometri da Cuneo, può essere suddivisa in due momenti. I due campi di Borgo non furono di sterminio, l’obiettivo principale era la raccolta di stranieri, ma anche di cuneesi ed ebrei della provincia. Ai tedeschi, che avevano occupato il cuneese il 12 settembre 1943, quella caserma, costruita a due passi dalla stazione ferroviaria e a lato della strada principale che giungeva a Cuneo, parve subito il luogo ottimo dove attuare in provincia il progetto annientatore che, durante la comune occupazione della Francia meridionale, l’alleato italiano aveva a lungo dilazionato e ostacolato.⁵

La storia dei campi di deportazione situati a Campagna, in provincia di Salerno è particolare ed anomala. Dal giugno 1940 al settembre 1943, i due campi di concentramento per internati civili di guerra entrarono in funzione. Le loro sedi erano il convento domenicano di San Bartolomeo e il convento francescano dell’Immacolata Concezione, i due luoghi avevano in comune la prerogativa di essere molto periferici, questo derivava dalla volontà di separare questi i lager dalla civiltà. Nelle mura di questi edifici vennero deportati ebrei non italiani, principalmente di origine tedesca. A queste persone veniva lasciata una certa autonomia. Era permesso loro di camminare per la città, organizzare partite di calcio, recarsi in chiesa per pregare. Gli internati avevano un loro giornale in lingua tedesca e talvolta venivano accompagnati, dalle autorità assegnate al campo, in luoghi “ricreativi” come la piscina. Certamente si tratta di diritti che dovrebbero essere scontati per qualsiasi persona, ma se paragoniamo questa tipologia di vita alle torture, gli abusi fisici, verbali e sessuali, al lavoro forzato, agli esperimenti e a qualsiasi tipo di deumanizzazione a cui erano costretti i deportati di altri campi di concentramento, ci rendiamo conto di quanto la situazione fosse diversa. Dalle parole degli anziani testimoni è possibile appurare che in molti luoghi della Campania, che da sempre era stata vittima delle politiche esclusive e campaniliste del fascismo, il pregiudzio razziale ed antisemita non era riuscito a penetrare.

5 “I Principali Campi di Concentramento Italiani” in Museodiffusotorino , https://www.museodiffusotorino.it/files/immagini_pagine/435_CAMPI%20ITALIANI.pdf (Consultato il 15 Giugno 2023).
Tesi dei laurea. deportazione ebrei
Tesi dei laurea. deportazione ebrei

Gli ebrei arrivavano con i camion, e questi camion erano coperti, si sentivano solo rumori di catene (…) Io non sapevo (…) quello che c’era lì dentro e scesero degli uomini attacati l’uno con l’altro con le catene e sfilavano per la via di Campagna per andare a San Bartolomeo, dove dovevano dormire e mangiare, domandai a uno di loro “ Cosa avete fatto per essere incatenati in questa maniera?” e quello mi rispose “Niente.” “ E come niente, vi mettono le catene e non avete fatto niente? È impossibile questa cosa!” e lui disse “No, noi siamo ebrei.” “Embè? E che significa ebrei?(…) Io ero falegname a San Bartolomeo,e lì ci siamo visti un’altra volta con la persona con cui parlai per la prima volta. La mia storia di famiglia è quasi come quella degli gli ebrei, perchè mio padre era antifascista e fu mandato pure lui in Calabria prigioniero e perciò ci fu questo avvicinamento. Il giorno, addirittura quando lui prendeva il rancio, mi portava il piatto pure a me, io ne avevo bisogno, mangià non ce n’era. Era una persona che capiva.”⁶

Al di là dell’originale volontà nazista di isolare i deportati dalla civiltà, a Campagna si verificò un fenomeno non del tutto sconosciuto ad alcune delle altre città che ospitavano i lager in Italia, cioè di una quieta e aperta convivenza di deportati e cittadini. George Mosse affermava che “non esisteva una tradizione antiebraica”⁷. Non esistevano in Italia veri e propri campi di sterminio, fatta eccezione per quello della Risiera di San Sabba, che però era gestito in tutto e per tutto dalle autorità naziste.
Infatti si trattava di uno stabilimento confiscato dalle SS e trasformato in un vero e proprio lager. Per gli ebrei poter restare in un campo di deportazione come quello di Campagna e sfuggire alla deportazione in Germania significava essere salvi, nonostante l’internamento e tutte le privazioni, umiliazioni e limitazioni della libertà che esso comportava. Situazioni del genere furono possibili proprio perchè in Campania, come in gran parte dell’Italia l’antisemitismo non era affatto radicato.⁸

Il popolo italiano aveva sempre ignorato (…) un problema ebraico. Non già che ad esso fosse ignoto quel vago antisemitismo che si traduceva in giudizi non benigni (…) su talune qualità attribuite agli Ebrei, o più spesso in motti (…) Ma era estranea qualsiasi avversione profonda e sistematica, e soprattutto qualsiasi sensazione di un “problema ebraico”, di un “pericolo ebraico” per la consistenza della nazione.⁹

6 Fondazione Giorgio Perlasca, Gli ebrei a Campagna durante la seconda guerra mondiale (Salerno),
3 Giugno 2012, YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=pCbLgv683v8&t=119s (Consultato il 15
Giugno 2023).
7 George Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Bari, Laterza, 1992, p. 215.
8 Cfr. Renato Dentoni Litta, “Il Campo di concentramento di Campagna, lager o rifugio?” in Archivio di stato di Salerno [Archivio on-line] 2015, https://archiviodistatosalerno.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/pdf_inventari/Il_campo_di_concentrament o_di_Campagna.pdf (Consultato il 15 Giugo 2023).
9 Luigi Salvatorelli, Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Milano, Mondadori, 1972, vol. II p. 409.

Un episodio di grande umanità da parte degli ebrei internati nella provincia di Salerno, fu quello relativo ad un bombardamento risalente al 1943. Alcuni Campagnesi, scambiati per nazisti, vennero bombardati da alcuni aeroplani e di conseguenza rimasero gravemente feriti. Furono proprio i prigionieri ad offrirsi per assistere i malcapitati e soccorrerli con cure mediche. Risalente più o meno allo stesso periodo fu un altro grande gesto di profonda solidarietà, stavolta compiuto, dall’allora giovane guardiano della sede di San Bartolomeo:

Tesi di laurea. Campagna
Tesi di laurea. Campagna

Si presentarono quattro tedeschi, delle SS (…) armati di mitra, e volevano il guardiano del campo (…) allora io ho aperto il portone (…) “Che volete? Sono io” “In settimana veniamo a pigliare (gli internati) , veniamo coi camion, chiudi il portone, non lasciar uscire nessuno”- perchè loro sapevano che erano liberi – ho detto “Va bene”. (…) Allora- questa è la verità – La notte, da quel giorno a due/tre giorni, piangevano gli ebrei! Dicevano “Non ci consegnare, quelli ci ammazzano!” Allora io dissi “Va bene, stanotte andiamo via, va bene?” (…) C’era una finestrina là, una finestra con un rete metallica, ho fatto levare quella rete metallica e siamo scesi nella campagna (…) ho chiuso il portone di entrata e siamo usciti al di fuori. Li ho accompagnati io alle montagne di Acerno e siamo stati per tre mesi. Noi dobbiamo ringraziare perchè gli americani poi sbarcarono in Sicilia e sbarcarono a Salerno, i tedeschi si so ritirati presso Cassino e così noi siamo tornati un’altra volta a Campagna, tutti quanti, e così ci siamo salvati, sennò i tedeschi ci pigliavano, pigliavano a me; il principale il responsabile ero io, pigliavano a me e mi fucilavano subito!¹¹

10 Cfr. Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., pp. 309 sgg.
11 Fondazione Giorgio Perlasca, Gli ebrei a Campagna durante la seconda guerra mondiale (Salerno),
3 Giugno 2012, YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=pCbLgv683v8&t=119s (Consultato il 15
Giugno 2023).

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