USA: repubblicani litigano e i dem guardano

Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

27 Novembre 2023
Repubblicani USA litiganoRepubblicani USA litiganoRepubblicani USA litigano

di Stefano Rizzo

Biden-Trump da ilfattoquotidiano.it
USA: repubblicani litigano e i dem guardano

USA. Dopo avere cacciato, un mese fa, il loro speaker della Camera Kevin McCarthy, qual è la situazione del Partito repubblicano che, sulla carta, avrebbe il controllo della Camera bassa americana e della maggioranza degli Stati dell’Unione? E come reagiscono i democratici?

Ricapitoliamo. Le elezioni del 2022 avevano dato ai repubblicani una esile maggioranza, inferiore alle loro aspettative, che però nel sistema americano in cui l’opposizione non ha praticamente diritti sarebbe sufficiente a governare. Sarebbe, perché dal momento che i democratici controllano, seppure di uno-due voti il Senato e il presidente è anche lui democratico, ai repubblicani avere la maggioranza alla Camera serve poco o nulla.

L’unica cosa che possono fare è bloccare le proposte di legge che vengono dalla Casa Bianca o dal Senato, avviare commissioni di inchiesta per danneggiare i loro rivali democratici e far partire anche una procedura di impeachment nei confronti di Biden. Il risultato è una paralisi legislativa che dura da più di un anno e non se ne vedrà la fine fino (forse) alle prossime elezioni.

L’altra cosa che i repubblicani possono fare è litigare tra loro. All’inizio della legislatura a gennaio ci vollero 15 votazioni per eleggere lo speaker (che non è una figura super partes ma è di fatto il leader della maggioranza). L’ala oltranzista e filotrumpiana del partito capitanata, tra gli altri, dalla pasionaria Marjorie Taylor Greene non voleva McCarthy, già capo della minoranza nella precedente legislatura e generalmente disistimato perché considerato vacuo e inaffidabile. McCarthy per farsi eleggere negoziò a lungo con i suoi colleghi e alla fine accettò che venisse approvata una norma regolamentare per cui se anche un solo deputato ne avesse chiesto le dimissioni avrebbe dovuto sottomettersi ad un voto alla prima occasione utile.

E l’occasione è arrivata poche settimane fa quando si è verificata l’ennesima crisi del “tetto del debito”. Troppo complicato da riassumere, ma in due parole: per evitare la possibilità di default finanziario degli Stati Uniti, un rituale che si ripete anche più volte all’anno, McCarthy accettò un compromesso che spingeva in avanti la data di scadenza a metà novembre. Apriti cielo: richiesta di dimissioni, voto di censura e dopo soli dieci mesi in carica lo speaker repubblicano è stato cacciato dai suoi stessi colleghi grazie anche al fatto che i democratici, che lo stimano ancora meno, si sono rifiutati di venire in suo soccorso.

Questa volta i repubblicani ci hanno messo “solo” sei votazioni per scegliere il nuovo speaker, Mike Johnson, un oscuro deputato della Louisiana, ma con sicure credenziali di integralista evangelico, anti-aborto, anti-LGBT, anti-vaccini, pro-armi e anti-cambiamento climatico (oltre che sostenitore di Trump).

USA: repubblicani litigano e i dem guardano
USA: repubblicani litigano e i dem guardano

Appena eletto, Johnson ha fatto approvare quella stessa proroga della spesa pubblica che era costata il posto al povero McCarthy, il quale ovviamente non l’ha presa bene e nei giorni successivi è perfino venuto alle mani con uno dei compagni di partito che l’avevano estromesso.

Intanto continua la inutile battaglia delle primarie in campo repubblicano. Inutile perché da quando si è candidato, nonostante le incriminazioni penali e le condanne civili, Donald Trump è sempre largamente in testa. I suoi competitor, tutti molto di destra e alcuni ancora più bizzarri di lui (risparmiateci l’elenco), fanno i dibattiti da soli perché Trump si considera troppo al di sopra di chiunque per parteciparvi.

Nonostante il tentativo di accreditarsi come trumpiani senza Trump, nessuno di loro arriva al 15% del favore popolare, mentre Trump sfiora il 60%. Qualche mese fa la stella nascente, e ora tramontata, era il governatore della Florida Ron DeSantis; ora è la pugnace governatrice della Carolina del Sud, Nikki Haley, ma anche la sua di stella è destinata a tramontare a meno che non succeda qualcosa di nuovo.

Il nuovo potrebbe essere che di qui a qualche mese Trump venga condannato in Georgia per corruzione elettorale e poi, in uno o entrambi i processi federali, per sottrazione di documenti top secret e per incitamento all’insurrezione del 6 gennaio 2021. C’è anche un altro processo nei suoi confronti che taglierebbe la testa al toro: il 14° emendamento alla Costituzione, approvato nel 1868 dopo la guerra civile, vieta a chi ha commesso il reato di sedizione (quello per cui Trump è incriminato dal procuratore Jack Smith) di candidarsi a cariche elettive.

USA: repubblicani litigano e i dem guardano
USA: repubblicani litigano e i dem guardano

Al momento la questione viene dibattuta in alcune giurisdizioni statali, ma se Trump verrà dichiarato ineleggibile la questione finirà alla Corte suprema che probabilmente sentenzierà in suo favore. Inoltre, anche se Trump venisse condannato negli altri processi e dovesse finire in prigione, non è detto che si ritiri. C’è un famoso precedente: quello del socialista Eugene Debs che nel 1920, quando era in carcere per “alto tradimento” (si era opposto all’entrata in guerra degli Stati Uniti), si candidò alle elezioni presidenziali, e naturalmente venne battuto.

Ma Trump potrebbe non essere battuto e non è affatto detto che finire in carcere lo danneggi, come non lo sta danneggiando il divieto appena approvato da un giudice federale di New York di parlare dei suoi processi dopo che ha minacciato fisicamente giudici e testimoni. Anzi, potrebbe giocare a fare ancora di più la vittima e rafforzare ulteriormente la posizione di vantaggio che in questo momento ha su Joe Biden. Dai recenti sondaggi ci sono segnali preoccupanti per i democratici e incoraggianti per i repubblicani.

Sia Biden che Trump sono appaiati nello sfavore popolare (55%) e nel favore (40%), ma quando si guarda alle intenzioni di voto Trump supererebbe Biden con un ampio margine in cinque dei sei Stati che nelle elezioni del 2020 erano stati determinanti per l’elezione dell’attuale presidente.

E questo è dovuto al fatto che alcuni settori chiave del Partito democratico (neri, ispanici, donne, giovani) continuano ancora a favorirlo, ma in percentuali sempre più basse, mentre aumenta la percentuale di maschi bianchi adulti che già adesso a larga maggioranza votano il Partito repubblicano.

Come andrà a finire è presto per dirlo. Le cose potrebbero ancora cambiare. Biden potrebbe capire che l’unico modo per cercare di non far vincere Trump è di ritirarsi e lasciare il campo ad un candidato democratico meno sgradito di lui. Già adesso i candidati democratici al Congresso evitano scrupolosamente di citarlo, pur sostenendo le sue politiche e lodando i “successi” dell’amministrazione. Nonostante tutto, dicono i suoi sostenitori, Biden potrebbe risalire nei sondaggi quando tra qualche mese il miglioramento della situazione economica dovrebbe avere un impatto favorevole sugli elettori.

Su Trump è ancora più difficile fare previsioni. L’uomo è determinato a prendersi la rivincita e, se fosse rieletto, a realizzare tutte le vendette che ha minacciato: scatenare il dipartimento della Giustizia contro i democratici, abolire le agenzie indipendenti che non gli obbediscono, addirittura modificare la Costituzione per avere più poteri. Ma alla fine, se venisse condannato prima delle elezioni, è anche possibile che una parte dei finanziatori del partito e a cascata degli elettori repubblicani lo abbandonino in misura sufficiente a farlo perdere.

Intanto siamo arrivati alla 600a strage dall’inizio dell’anno e nessuna regolamentazione delle armi da fuoco è in vista. Gli Stati controllati dai repubblicani stanno, con vari artifizi, limitando sempre di più il diritto di voto, mentre la promessa riforma della legge elettorale è ferma da tre anni alla Camera.

Centinaia di migliaia di migranti continuano ad accalcarsi al confine con il Messico, sempre più spesso attraversato in senso contrario da migliaia di donne americane che non possono abortire nel proprio Paese perché sempre più Stati vietano l’aborto e la legge federale che dovrebbe consentirlo (in un limitato numero di casi) è bloccata.

La guerra in Ucraina è impantanata nelle trincee con un quotidiano stillicidio di morti e distruzioni; Biden promette altri invii di armi, ma nel Congresso repubblicani e democratici si sono accordati per non approvare la spesa, almeno fino all’anno nuovo quando potrebbe non servire più. Dopo i massacri di Hamas la guerra di Israele a Gaza ha superato 13.000 civili palestinesi e 65 soldati israeliani morti; Biden annuncia trionfalmente la liberazione degli ostaggi (non tutti, solo una cinquantina di mamme e bambini), ma non riesce a convincere il governo Netanyahu neppure a usare bombe meno devastanti per ammazzare meno civili, così che i Paesi arabi e musulmani, constatata l’ininfluenza americana, vanno in processione a Pechino per chiedere a Xi Jinping di mediare la pace.

Infine, subito dopo Natale arriverà la prossima crisi del “tetto del debito” con i soliti allarmi di un default imminente e negoziati fino a notte fonda per sventarlo.

In tutto ciò il presidente americano, nonostante l’attivismo dei suoi ministri, dà l’impressione di stare a guardare; non sembra in grado di guidare, non dico “il mondo libero”, ma neppure il proprio Paese. Lo scontento cresce perfino all’interno del governo. Cinquecento alti funzionari hanno appena firmato una lettera di protesta contro la politica dell’amministrazione verso Israele. Alcuni si sono dimessi. Intanto i repubblicani litigano tra loro e soprattutto con il popolo americano, che dopotutto, in larga misura, non condivide la loro visione bigotta, razzista, proibizionista e antiscientifica della società.

Però, tra le buone notizie, segnaliamo che è finito lo sciopero degli sceneggiatori e degli attori e presto vedremo tante belle nuove serie televisive in cui gli americani, come è noto, eccellono.

(fonte: treccani.it)

treccani.it

Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


 

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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