Due paradossi delle elezioni USA

Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

14 Gennaio 2024
Dal mondoDal mondo

di Stefano Rizzo

Due paradossi delle elezioni USA - Biden e Trump
Due paradossi delle elezioni USA – Biden e Trump

DUE PARADOSSI. Lunedì prossimo 15 gennaio inizia formalmente con i caucus* dello Iowa la lunga corsa per le elezioni presidenziali e le elezioni congressuali che si terranno il 5 novembre 2024.

Per la verità, secondo l’uso, la corsa era già iniziata almeno un anno fa quando i due principali contendenti, Donald Trump e poi Joe Biden avevano annunziato la loro candidatura.

E qui incontriamo il primo paradosso. In entrambi i casi si trattava di candidature inevitabili. Per Biden, il presidente in carica, è abbastanza normale che si ricandidi quasi automaticamente e che non vi siano significativi altri contendenti a contestare la sua decisione. In tempi recenti è successo solo con Gerald Ford, che era subentrato alla presidenza dopo le dimissioni di Nixon e per George H. W. Bush considerato da molti una “coda” della presidenza di Ronald Reagan.

Nel caso di Biden, eletto per la prima volta nel 2020, giocano a suo sfavore l’età avanzata, con tutti i visibili segni di invecchiamento, e l’insoddisfazione di molti elettori democratici per la sua performance da presidente. Ancora nell’estate del 2023 tre quarti degli elettori democratici dicevano di preferire un altro candidato, anche se non erano in grado di indicare quale.

Due paradossi delle elezioni USA - Biden e Trump. Il sostegno in Iowa del tycoon nero Ben Carson a Donald Trump, di cui fu segretario alla sanità nel corso della sua presidenza.
Due paradossi delle elezioni USA – Biden e Trump. Il sostegno in Iowa del tycoon nero Ben Carson a Donald Trump, di cui fu segretario alla sanità nel corso della sua presidenza.

Il punto è che nessuna personalità di spicco si è fatta avanti, non il popolare governatore della California Gavin Newsom, non l’altrettanto popolare governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. E neppure la sinistra del partito guidata da Bernie Sanders, che aveva contestato Biden nelle primarie del 2020, se la sentiva questa volta di mettersi contro il presidente in carica.

Dietro a queste scelte c’erano (ci sono) calcoli di opportunità: il desiderio di non bruciarsi in elezioni dall’esito incerto in cui potrebbe vincere di nuovo Donald Trump, e di aspettare quindi il prossimo giro.

Sta di fatto che contro la volontà della maggior parte dei suoi elettori il Partito democratico non è stato in grado — almeno fino ad adesso — di presentare candidati alternativi che non fossero figure marginali di scarsissimo appeal come Robert Kennedy (nipote del più famoso Bob assassinato nel 1968) o la guru del self-help Marianne Williamson.

In campo repubblicano il paradosso è ancora più stridente. Donald Trump, che ancora a fine 2022 era dato per fuori gioco per avere di fatto perso le elezioni di midterm (in molti casi suoi candidati erano stati sconfitti e i repubblicani avevano ottenuto molti meno seggi di quanto avevano sperato), è rimbalzato d’imperio sulla scena senza che nessuno glielo chiedesse.

Grazie a un’efficace organizzazione elettorale, molto migliore della precedente a detta degli specialisti, servendosi di minacce e di promesse è riuscito a farsi appoggiare dalla maggior parte dei notabili del partito repubblicano: governatori, sindaci di grandi città, parlamentari, e i presidente dei comitati elettorali di camera e senato.

Due paradossi delle elezioni USA - Biden e Trump
Sostenitori di Trump in Iowa in vista del caucus del 15 gennaio
Due paradossi delle elezioni USA – Biden e Trump
Sostenitori di Trump in Iowa in vista del caucus del 15 gennaio

Ancora all’inizio del 2023 sembrava che la sua candidatura potesse essere seriamente contestata da due pesi grossi della politica repubblicana, il governatore della Florida Ron DeSantis e la ex ambasciatrice ed ex governatrice della Carolina del Sud Nikki Haley, ma il loro appeal a causa di alcuni clamorosi errori politici e di comunicazione è venuto scemando.

Oggi Trump si presenta ai caucus dello Iowa (la prima competizione in ordine di tempo) con il 53 per cento del favore repubblicano, mentre i suoi rivali non raggiungono ciascuno il 18 per cento. Anche a livello nazionale il favore tra tutti gli elettori è molto ampio: a seconda delle società di sondaggi, oscilla alla pari con Biden intorno al 45 per cento oppure lo supera di quattro o cinque punti, particolarmente negli stati “in bilico” che saranno determinanti nell’assegnare la presidenza a novembre prossimo.

Ma ci si domanda: come è possibile che un uomo che è attualmente sotto processo in quattro diverse giurisdizioni per ben 91 capi di imputazione per gravi reati, tra cui avere sostenuto l’insurrezione armata del 6 gennaio 2021, il tentativo di alterare il risultato delle elezioni del 2020, la sottrazione di documenti top secret, la corruzione di una teste (una prostituta) perché non testimoniasse contro di lui — un uomo inoltre la cui candidatura viene contestata in una dozzina di stati perché avendo egli partecipato all’insurrezione del 6 gennaio non sarebbe eleggibile — come è possibile che la grande maggioranza dei repubblicani e una maggioranza relativa di tutti gli elettori lo appoggino?

Parliamo di un uomo che non ha mostrato alcun pentimento (parola a lui sconosciuta) per i comportamenti autoritari e bizzosi mostrati nel corso della sua presidenza, ma che ha anzi annunciato che se sarà eletto continuerà con maggiore determinazione sulla strada già intrapresa. Si è a conoscenza di un piano (“Project 2025”) predisposto dai suoi più stretti collaboratori per togliere autonomia al ministero della giustizia, così da cancellare le sue imputazioni e contemporaneamente mettere sotto accusa gli oppositori politici; dell’intenzione di licenziare i funzionari di carriera che durante la sua presidenza si sono opposti alla sua deriva autoritaria (a questo scopo aveva già emanato, pochi giorni prima di lasciare la Casa bianca, la c.d. “Schedule F”); di usare l’esercito per sedare manifestazioni di protesta e, all’estero, per risolvere con l’uso della forza i conflitti che dovessero sorgere.

Due paradossi delle elezioni USA - Biden e Trump
USA.sondaggi-primarie-repubblicani
Due paradossi delle elezioni USA – Biden e Trump
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Di tutto ciò Trump non ha fatto mistero giustificandolo con la necessità di combattere quello che chiama il “deep state”, vale a dire le istituzioni che in base alla legge e alla costituzione lo hanno contrastato; non solo le istituzioni ma anche i suoi stessi collaboratori, che ad un certo punto, dopo averlo assecondato per anni, hanno preso le distanze da lui; come l’ultimo capo di gabinetto John Kelly, il ministro della difesa Mark Espert, il ministro della giustizia Bill Barr e, all’ultim’ora, perfino il vicepresidente Mike Pence.

La tecnica adottata da Trump per controbattere alle accuse di autoritarismo e di minaccia alla democrazia è di rovesciarle sui democratici: se io sono corrotto gli altri sono più corrotti di me, se io sono una minaccia alla democrazia i democratici e Biden lo sono doppiamente. Ha perfino coniato un nuovo slogan che viene gridato ai suoi comizi: BAD, BAD, che sta per Biden Against Democracy.

Il paradosso sta nel fatto che nonostante tutto ciò sia noto e anzi amplificato dallo stesso Trump, i repubblicani lo accettano per quello che è. Non parliamo della piccola minoranza di estremisti di destra più facinorosi, per intenderci quelli che organizzarono l’assalto a Capitol Hill — i Proud Boys, i 5percenters, i seguaci di Qanon, che comunque Trump ha promesso di amnistiare se sarà eletto. Parliamo di molti milioni di elettori conservatori e di destra, che necessariamente non possono essere estremisti violenti — e non lo sono. (Qui si potrebbe aprire una parentesi sul ruolo dei media, particolarmente i social media, sempre più polarizzati, della difficoltà di arrivare a verità condivise, della disinformazione e anche delle vere e proprie bugie propalate da reti e trasmissioni televisive vicine ai repubblicani. Ma, quando tutto è detto, anche questo non basterebbe a spiegare il successo di Trump, almeno fino ad oggi.)

Il motivo per cui Trump, paradossalmente, gode del favore di decine di milioni di repubblicani si riassume in una parola: Biden, negli insuccessi e anche nei successi della sua amministrazione, cosicché l’opposizione di molti democratici a Biden è speculare al sostegno di moltissimi repubblicani per Trump, naturalmente, quanto a quest’ultimo, con una torsione di destra.

Due paradossi delle elezioni USA - Biden e Trump
Un ticket Donald Trump-Vivek Ramaswamy? Si dice che sia sostenuto da Elon Musk e dal senatore “libertario” Rand Paul
Due paradossi delle elezioni USA – Biden e Trump
Un ticket Donald Trump-Vivek Ramaswamy? Si dice che sia sostenuto da Elon Musk e dal senatore “libertario” Rand Paul

Gli americani sono giustamente preoccupati dall’ondata di crimini violenti (peraltro già in diminuzione dopo la fine della pandemia di Covid) e per le manifestazioni a volte violente di Black Lives Matter? Trump promette il pugno di ferro e l’uso del’esercito.

Gli americani sono giustamente preoccupati per un aumento incontrollato dell’immigrazione illegale ai confini con il Messico che ha totalizzato la cifra record di 2.500.000 arrivi nel 2023? Trump li ha chiamati senza mezzi termini “insetti da schiacciare” (vermin), stupratori e portatori di crimine e malattie, e ha promesso di ributtarli nel rio Grande.

L’inflazione è molto alta e ha eroso i pur cospicui aumenti salariali (per la verità nel 2023 si è dimezzata ed è ora intorno al 3 per cento)? Trump ha promesso miracoli. Gli operai americani sono preoccupati a causa della concorrenza delle merci che provengono dalla Cina e dall’Europa? Trump ha annunciato che il primo giorno della sua presidenza emanerà nuovi dazi doganali, non importa se poi produrranno un aumento generalizzato dei prezzi. I buoni conservatori sono allarmati dalle teorie di genere, dalla “teoria critica della razza”, dalle donne transgender che partecipano agli sport femminili (pochissimi casi in verità)? Trump intende porvi rimedio vietando certi libri peccaminosi nelle scuole e con provvedimenti adeguati negli altri casi.

Naturalmente tutte queste affermazioni e pretese soluzioni sono frutto di propaganda, di distorsioni della realtà e di faciloneria, ma non importa: l’elettorato di destra (non estremista violento) si sente toccato nei precordi antichi e vede in Trump il suo difensore; mentre in Biden, nel migliore dei casi, vede una brava persona incapace di affrontare e risolvere i problemi.

Ritornano sulla scena con Trump i “terribili semplificatori” di cui parlava lo storico Jacob Burckhardt che presentano soluzioni semplici a problemi complessi. C’è solo da sperare che, a differenza di quanto è successo altre volte nel corso della storia, non siano forieri di nuove tragedie.

12 Gennaio 2024

*Nella politica statunitense la parola caucus ha diversi significati, pur essendo questi in stretta relazione tra loro.[ Un tipo di caucus è l’assemblea di un partito politico o di un sottogruppo per coordinare l’azione dei suoi membri, stabilire un orientamento collettivo o nominare i candidati a una carica. Il più celebre esempio di questa tipologia è quello adottato da alcuni Stati dell’Unione per scegliere i candidati alla presidenza degli Stati Uniti.


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Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


 

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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