Il gusto del viandante, vino, osterie… – 2

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…locande e trattorie. Vino e malinconia!


Il gusto del viandante...A Ceccano. Nel passato Piazza della Lotta. Il locale Locanda "Fumichittu" in Largo Tomassini (nella foto) era frequentato dall'anarchico ceccanese Aristide Ceccarelli, nato a Ceccano nel 1872
Il gusto del viandante…A Ceccano. Nel passato Piazza della Lotta. Il locale Locanda “Fumichittu” in Largo Tomassini (nella foto) era frequentato dall’anarchico ceccanese Aristide Ceccarelli, nato a Ceccano nel 1872

GUSTO. “Nella Bologna di fine Ottocento, garibaldini, anarchici e socialisti si sedevano a tavola. Bakunin, Costa e Pascoli, mangiano, bevono, preparano rivolte. E il risotto si fa poesia” .

A Ceccano, il locale Locanda gli “Fumichittu” in largo Tomassini era freguentato dall’anarchico ceccanese Aristide Ceccarelli. Nato a Ceccano nel 1872, figura di grande rilievo nazionale.

Per le sue idee di giustizia è libertà venne più volte arrestato. Dalle sue lettere viene fuori l’amore per la città natale. Si racconta che amava dire: “Il cielo il color del vino”. 

Quindi, in questi locali si affermano anche le cosiddette ricette culinarie degli anarchici : “Metti in pentola di terracotta gli involtini, e falli arrostir. La Comune continua la lotta, e per sempre Vivre libre, ou mourir!”.

Le ricette del brigante, erano piatti richiesti in osteria. Ricette nate dall’alone leggendario che ha sempre circondato i briganti nel centro sud dell’Italia  affascinanti e controverse figure dell’Ottocento, che nell’immaginario popolare rappresentano l’ansia di riscatto e di difesa degli ultimi e degli oppressi.

Senza dimenticare le ricette e la cucina legata ai mestieri. Carrettiere, pastore, ombrellaio, bottaio, calzolaio, caciottara, falegname, cavapietre, buttaro, maniscalco, macellaio, muratore,ortolano, tagliabosco, etc.

Sagna e fagioli, pane e pizza, cacio e pepe, cipolle  lardo e formaggio,  ricette curiose come le laiche, “orecchie del prete”, strozza preti, “salti in bocca”, lingue della suocera  riicette sacre come la guazza di S Giovanni, carciofi alla giudaica, le ciammotte di San Giovanni, la pagnottella di San Rocco, puntarelle con alici, spaghetti alla carrettiere e alla boscaiola, pesce fritto e baccalà, poi ritagli e frattaglie di pollo, coda di mucca. 

E poi c’è la millenaria storia del vino. 

Il vino, la vite nella Magna Grecia. Da parte dei romani la vite venne portata e “impiantata” in tutto l’impero. Con il monachesimo ci fu la diversificazione nella qualità della coltivazione dei vitigli e si migliorò la lavorazione delle uve e del vino. 

La sinistra e il sindacato combattevano anche il fenomeno dell’alcolismo. Un esempio per tutti è quando si chiese di vietare che la busta paga settimanale venisse pagata ai manuali braccianti nelle cantine. Le cantine, però, sono state anche luogo con una grande funzione sociale.

A tal proposito, anche Domenico Orano (1912), consigliere comunale capitolino nel primo decennio del Novecento, si espresse notando come, per l’operaio del neonato quartiere industriale di Testaccio, l’osteria era la rapida soluzione al grave problema dell’alloggio e diventava un “immediato succedaneo della famiglia”.

Infatti, gli operai davano appuntamento alla moglie all’osteria per il pranzo o la cena, con Ia moglie che portava il vitto per essere cucinato all’osteria direttamente dalla donna stessa, e l’oste versava se richiesto solo il vino.

Osterie. Locande. Bettole. Luoghi dove cadevano le barriere sociali. Molte persone dalla campagna laziali si riversavano su Roma per i mille mestieri e le opportunità che dava la città, tra storie di fatica, di lotte e di riscatto. In particolare, i ciociari si stanziarono nella zona di Centocelle. Altri viaggiavano tutti i giorni e si ritrovavano vicino alla famosa piazza Montanara, una sorta di Ellis Island dei Ciociari a Roma.

Uomini, donne, bambini, carri trainati da animali. In questa piazza si bivaccava, la notte si dormiva sotto i carri, prendendo l’acqua nelle fontane pubbliche e bevendo qualche bicchiere di vino in cantina.

Da lì, la mattina si partiva per andare a lavorare la terra nella Maremma Romana (molti a Maccarese). In un vecchio giornale dell’epoca “Il Mesaggero”, si legge : “A piazza Montanara invece, dove corre diritta la via del Mare, (oggi via del Teatro Marcello) c’erano le osterie frequentate dai campagnoli che facevano colazione con gli spaghetti. Il vino è buono anche se non è sempre quello di Frascati.” 

La fine dell’Ottocento fu periodo anche di grandi trasformazioni nell’Italia post unitaria. Contadini, operai, artigiani sotto la spinta dei socialisti di Filippo Turati, fecero il Primo Maggio 1889 la prima grande manifestazione operaia a Piazza del Popolo. 

Le osterie sono state anche luoghi creativi per tanti artisti. Non dimentichiamo che il nome Osteria era scritto direttamente sul muro. I nomi molto spesso erano tali da essere facilmente identificabili con un disegno nell’insegna, visto l’analfabetismo allora dilagante.

Dunque, l’Osteria della Luna, del Curato o l’Osteria del Moro alla Maddalena, teatro di una delle tante risse del Caravaggio. Sotto le insegne del Leone, dell’Angelo e della Vacca, dell’Orso. O l’osteria dell’Orto, frequentata dal poeta Cesare Pascarella.

Non dimentichiamo di leggere i sonetti romani del Gioacchino Belli e del suo rapporto empatico con le città e le osterie! Successivamente anche Trilussa fece lo stesso. Fra loro e con loro, altri artisti romaneschi, compreso il poeta scrittore ceccanese Augusto Sindici, autore tra l’altro di alcune “Leggende della Campagna romana” (che ebbe l’onore di avere una prefazione dannunziana).
“Erimo venticinque in compagnia De li soni; fu un pranzo prelibato! Dopo pranzo Tutti a panza per aria immezzo ar prato, A l’aria aperta e dopo avė ballato. Ritornassimo in giù a l’avemmaria” da Osvaldo Cipollone,  scrittore che così dice della morra, un gioco dalle origini antichissime. Possiamo ritrovarne traccia addirittura nell’antico Egitto.

Sebbene vi siano indizi dello stesso gioco pure tra i Greci, tuttavia è nell’epoca latina che se ne hanno le più chiare manifestazioni. In latino la morra era indicata come micatio, dal verbo micare (digites), ossia “protendere le dita” nel gioco della morra portava a liti furibonde tra gli avventori delle bettole. Lo stesso Papa lo vietò.

Durante il Fascismo la morra fu segnalato come gioco proibito e tuttora la legge la vieta nei luoghi pubblici. Questo perché, soprattutto nel nord Italia, la morra era praticata a tutti gli effetti come gioco d’azzardo. In passato, inoltre, la violenza gestuale e verbale del gioco si prestava benissimo a malintesi ed equivoci.

Altro gioco, anche questo che è stato vietato, è la passatella. La passtella era il classico gioco d’osteria, che trova le sue origini nella Roma antica, ed era praticato in tutto lo Stato Pontificio; la Domenica e nelle feste comandate si amava giocarlo. Scopo del gioco era non far bere (o, come si usava dire, impiccare) un partecipante per screditarlo ed umiliarlo lasciandolo a secco o facendolo “olmo”.

La passatella, come la morra, dava spesso origine a liti furibonde tra chi era annebbiato dal troppo, e spesso “tristo” vino bevuto, tanto da finire a volte in tragedia. Ma tutte le classi sociali si dilettavano a questo rito.

Un gioco che prevedeva “padrone” e “sottopadrone del vino”, e alla fine era determinate nel gioco per il fatto che a sua discrezione poteva “passare” (ossia saltare il giro). Chi alla fine restava escluso dalla bevuta doveva pagare per tutti. Si andava avanti per ore. Complice il vino, spesso si accendeva lo sfottò che portava alla lite, e nelle risse da sotto i tavoli veniva tirato fuori a volte il coltello. Perciò, il gioco venne vietato e per lungo tempo si è continuato a giocare clandistanamente.

Una poesia rende bene l’idea :
“La massa dei cittadini da sempre fa la sua villeggiatura sotto il refrigerio dell’incannucciata, all’osteria di campagna. Non si ha nostalgia del mare, perchè per stare un pò a mollo, basta e avanza er fiume..Tevere”: questi versi andavano bene anche per il nostro fiume Sacco (e per il Cosa)! Le carte sono un antico passatempo, e nelle osterie sono impegnati i campioni di tressette, della briscola, dello scopone, della zecchinetta. Si gioca, si beve, si questiona. Altri giochi sono la ruzzola, bocce, dadi e con le monete. 

Il vino alla mescita era servito in quarto, mezzo litro, litro…. vecchie misure per il vino nelle antiche osterie romane e laziali erano: llitro, foglietta, quartino, chierichetto, sospiro, litro, 1/12 litro, tirlitro, 1/5litro, 1/10litro.

Un’altra curiosità. Il “barzilai” di due litri, che prese il nome dall’on.Barzilai (1860-1939) il quale usava offrire il vino, durante la campagna elettorale, in questi grandi recipienti. Vino bianco o rosso. Tagliato con la gassosa. Formaggi. Aringhe e Saraghe. Salsiccia secca. Pinzemionio con olio e pepe e sedano. Ancora olio con finocchio. Il finocchio altera il sapore del vino. Tutto diventa buono. Da qui é nato il detto vino infinocchiato! 

Subito dopo la guerra, insieme al vino aumentò il consumo di birra e di bibite come la “gazzosa”. A proposito di bibite va ricordato che “dal Mandrione la risposta al colosso Americano. Era il 1949 quando Pietro Neri, ebbe l’intuizione di una bibita frizzante a base di un piccolo e gustoso agrume fino ad allora poco utilizzato. Nasce cosi il Chinotto, in una tipica bottiglietta che ricorda una notissima bevanda americana. Aveva proprietà digestive e, data l’alimentazione non ottimale del dopoguerra, ebbe un grande successo anche per queste sue proprietà. La ricetta, come per la coca-cola, era e resterà segretissima”.

Si dice che i romani non bevanono vino dei Castelli. Sia perché la quantità prodotta non basterebbe, ma anche perché molto vino arrivava a Roma sulle strade ferrate con i treni.

Famoso vino è il bianco di Frascati e “La Romanella”. Messo il mosto dentro le botti di legno di castagno da mille litri, viene fatto il controllo gustativo e visivo della chiarezza tramite il “bicchieretto”. Poi si passa all’imbottigliamento della famosa “Romanella”, frizzante. Ancora, non dimentichiamo il cannellino e la malvasia dei castelli, il secco di Marino, il cesanese del Piglio e Olevano, il rosso di Velletri. 

La frasca. Veniva fissata legata davanti alla cantina. Fatta da una corona o frasca (da cui le famose fraschette per indicare le antiche osterie) di edera, quercia o ulivo, che indicava l’arrivo del vino nuovo.

Con il pretesto di evitare truffe ai clienti sulla quantità e qualità del vino, ad esempio, Papa Sisto V nel 1588 impose che il vino (già tassato dai Papi) fosse servito in brocche di vetro. 

Veronelli temeva che il vino venisse considerato un argomento troppo elitario, e dunque ha cercato sempre di interloquire nella maniera più ampia possibile. E il vino, per Luigi Veronelli, ha necessariamente a che fare con l’anarchia. Veronelli “diceva sempre che il peggior vino del contadino è meglio del miglior vino industriale. Questo è un messaggio politico forte”, perché “è illogico che il contadino debba vendere a 5 euro ciò che si ritrova in certi ristoranti a 60”.

Allora, servirebbe una nuova sensibilità in agricoltura che porti a tutelare le tante diversità cambiando in profondità il consumo per fare arrivare sulla nostra tavola prodotti di qualità. La terra dovrebbe essere vista come una grande possibilità di lavoro e di libertà.

Ritornando al vino, una bottiglia non è uguale mai ad un’altra. Il vino matura. Cambia, riposando al buio in luoghi freschi, asciutti e silenziosi. Questo fa pensare alla vita dell’uomo…

Per concludere questo lungo racconto, cito Pablo Neruda, il grande poeta cileno, che amò profondamente l’Italia, arrivando guidato da alcuni intellettuali Italiani a Frascati nel 1951 (come documento dalle foto scattate da Antonello Trombadori, deputato PCI) davanti alla Cantina Pugliesi ci ha regalato una poesia: “Dalla vecchia terra /graffiata e cantata /rinnovati ad ogni primavera /con la stessa calcina/egli esseri umani /con la stessa materia /della nostra eternità, nuovi /e ripetuti, olivetti /delle secche terre d’Italia /del generoso ventre /che nel dolore /continua a partorire fragranza”. 

Per un saluto e un brindisi in osteria due versi di Francesco Guccini:
“Eppure fa piacere a sera
Andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie
E tutti i dubbi tuoi… 
Ma adesso avete voi il potere.. 
Gli dei, i comandamenti ed il dovere
Purtroppo, non so come, siete in tanti e molti qui davanti
Ignorano quel tarlo mai sincero
Che chiamano pensiero”
.


Osterie

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