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Armi all’Ucraina che fine fanno?

Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

4 Febbraio 2024
La guerra nella testa da ilmanifesto.itLa guerra nella testa da ilmanifesto.it

Le armi scomparse in Ucraina che allarmano gli USA (e non solo)


Armi all'Ucraina che fine fanno?
Armi all’Ucraina

ARMI. Mentre la guerra in Ucraina si trascina tra ritirate e avanzate da parte dei due contendenti e non se ne vede la possibile fine, con il suo costante stillicidio di morti e distruzioni, si profila all’orizzonte un altro potenzialmente drammatico sviluppo: cosa succederà, anzi cosa sta già succedendo, alle centinaia di migliaia di armi piccole e grandi che gli Stati Uniti, la Nato e molti Paesi europei (compresa l’Italia) hanno mandato e stanno mandando in Ucraina?

Gli esempi del passato sono ampiamente noti e non sono tranquillizzanti. Già nel corso della guerra afghana tra sovietici e talebani (1979-89) gli Stati Uniti inviarono ai guerriglieri anti-russi, tra i quali le milizie di al Qaida, migliaia di missili portatili terra-aria che, finita la guerra, rimasero in mano ai terroristi di al-Qaida e ai Talebani che li utilizzarono in attentati terroristici e nella successiva guerra contro gli Stati Uniti e i loro alleati.

Quando poi, dopo un conflitto durato venti anni, nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan, nel modo tumultuoso e disorganizzato che si è visto, distrussero gli elicotteri e i mezzi corazzati che non erano riusciti a portare via, ma lasciarono dietro di sé immensi depositi di armamenti e attrezzature militari che i Talebani stanno ora usando per rafforzare il proprio regime. Le foto dei miliziani talebani con le uniformi da combattimento complete di elmetti, fucili e visori notturni di fabbricazione americana sono sufficientemente eloquenti; a un osservatore di Marte potrebbe sembrare che si tratta di alleati e non di avversari degli Stati Uniti.

Mercato delle armi USA dal2000 triplicata produzione armi da fuoco min
Mercato delle armi USA dal2000 triplicata produzione armi da fuoco

La stessa cosa si è ripetuta più volte, in Iraq, in Siria e da ultimo in Yemen dove i “ribelli” Houthi, vinta di fatto la guerra scatenata contro di loro dall’Arabia Saudita, oltre alle armi che ricevono dall’Iran si sono impossessati di molte di quelle con cui gli Stati Uniti avevano alimentato il conflitto.

In Ucraina, per la enorme quantità di armamenti dei tipi più diversi ricevuti dall’estero, la situazione potrebbe essere anche peggiore. Già nei mesi scorsi erano uscite notizie di stampa che collegavano l’elevato livello di corruzione del Paese, anche prima dell’invasione russa, al commercio clandestino di armi leggere che finivano sul mercato nero e da lì nelle mani di bande criminali e di organizzazioni terroristiche.

Di recente (13-14 gennaio 2024) il New York Times ha dato notizia di un allarmante rapporto dell’ispettore generale del Pentagono che conferma le peggiori previsioni.

Secondo il rapporto si è persa traccia di circa il 60% delle armi più sofisticate e a più alta tecnologia inviate dagli Stati Uniti per un valore di diversi miliardi di dollari. Non si tratta di tutti gli aiuti militari, che ammontano ad almeno 50 miliardi di dollari a partire dal 2014 (occupazione della Crimea e guerra separatista nel Donbass), ma solo di quelli più sofisticati, più facilmente trasportabili e quindi più appetibili: basi di lancio per missili a breve gittata, missili a spalla terra-aria Stinger, missili terra-terra Javelin (anche questi a spalla), visori notturni, proiettili di artiglieria, droni kamikaze e così via.

Secondo il rapporto si tratterebbe di ben 2.500 Stinger, 10.000 Javelin, 23.000 visori notturni, 750 droni: tutto materiale di cui è vietata la vendita e che fa gola ai terroristi, alle bande di ribelli e ai cartelli criminali in ogni parte del mondo, Africa, America Latina, Asia e anche Europa.

Nel rapporto non si sostiene che tutte queste armi siano state vendute di contrabbando, ma che se ne è persa traccia, sia da parte americana, sia da parte ucraina. Per gli americani si ammette candidamente che nell’ambasciata di Kiev non c’è sufficiente personale per tenere traccia del percorso delle armi dagli Stati Uniti alla Polonia (dove vengono stoccate), all’Ucraina.

Per gli ucraini, comprensibilmente, si sostiene che nella nebbia della guerra le esigenze di combattimento ‒ la fretta di fare arrivare le armi al fronte ‒ rendono difficile mantenere la contabilità richiesta dal governo americano.

Armi Ucraina 390 min
Armi all’Ucraina che fine fanno?

Allo stesso tempo però nei mesi scorsi si è avuta notizia del licenziamento per corruzione di alcuni generali ucraini e a settembre, con motivazioni mai del tutto chiarite, anche del siluramento del ministro della Difesa; ad agosto 2023 erano stati licenziati tutti i comandanti dei distretti militari a seguito della scoperta di numerosi casi di vendita di esenzioni dal servizio militare.

È quindi ragionevole ritenere che il traffico di armi leggere, già fiorente prima della guerra, sia soltanto aumentato con la disponibilità di sistemi d’arma ad alta tecnologia ed elevatissimo costo (la Raytheon che produce i missili portatili Stinger informa che ciascuno ha un costo di 170.000 dollari).

E poi ci sono gli oligarchi. Anche se il termine è generico e si applica ad ogni struttura di potere economico concentrata nelle mani di pochi, più specificamente si riferisce agli imprenditori e uomini di affari che dopo il crollo dell’Unione Sovietica, grazie alle privatizzazioni selvagge volute dagli Stati Uniti e dalle organizzazioni finanziarie internazionali, si sono impossessati di ingenti patrimoni industriali, oltre che di giornali e media televisivi, finendo per esercitare un enorme potere finanziario e politico sui nuovi governi formalmente democratici.

È successo soprattutto in Russia e in Ucraina, ma, mentre in Russia Putin (al potere dal 1999) con il carcere e l’esilio è riuscito a porre sotto controllo la maggior parte degli oligarchi che minacciavano il suo monopolio di potere, in Ucraina questo non è successo e gli oligarchi hanno continuato ad esercitare un’enorme influenza economica e politica appoggiando ora questo ora quel presidente, a turno filorusso o filo-occidentale (e qualche volta tutti e due). Lo stesso Zelenskij, eletto nel 2019 a seguito dell’ondata di proteste filo-occidentali iniziata con Euromaidan (2014) che portarono alla cacciata del filorusso Viktor Janukovič, deve in parte la sua elezione al sostegno finanziario del petroliere e proprietario di reti televisive Ihor Kolomoisky.

Armi all'Ucraina che fine fanno?
Armi all’Ucraina che fine fanno?

La guerra, i massicci bombardamenti russi concentrati soprattutto sulle infrastrutture industriali ed energetiche hanno distrutto impianti di grande rilievo (come le acciaierie Azovstal dell’oligarca Rinat Akhmetov, cancellando in un colpo la base economica di molti oligarchi e favorendo la ricentralizzazione dell’attività industriale nelle mani del governo.

Ma da sempre la guerra (tutte le guerre), oltre a morti e distruzioni, produce corruzione perché sono in gioco enormi interessi economici che necessariamente finiscono nelle mani di pochi produttori e intermediari. Con l’indebolimento dei vecchi oligarchi dell’era post-sovietica si sta formando in Ucraina una nuova oligarchia, questa volta insediata nelle alte sfere del governo, che controlla l’economia bellica e ne trae immensi profitti, tanto più che le esigenze dello sforzo bellico per un verso hanno allentato i già deboli controlli rendendo il sistema ancora più permeabile alla corruzione, e per un altro verso pone seri interrogativi sulla effettiva capacità di leadership del presidente Zelenskij.

Qualcosa di simile era già avvenuto all’inizio del secolo quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, defenestrarono i corrotti gruppi di potere che operavano intorno al clan di Saddam Hussein per poi sostituirli con gruppi di potere, altrettanto corrotti, che operavano all’ombra del governatore militare americano.

zelensky 390 min

Come che sia, il rapporto del Pentagono “sulle armi scomparse” ha allarmato il Congresso, particolarmente i parlamentari repubblicani che avevano già deciso di tenere in sospeso la richiesta del presidente Biden
per l’invio di nuove armi e proiettili di artiglieria per un totale di 61 miliardi di dollari, almeno fino a quando non saranno stanziati i fondi necessari per bloccare… chi? Ma i poveri disgraziati che cercano di entrare negli Stati Uniti dal confine con il Messico! Possiamo anche essere certi che il rapporto verrà usato da chi in Europa (il presidente ungherese Orban in prima persona, ma anche altri dietro di lui più defilati) è contrario all’invio di nuove armi all’Ucraina.

Le conseguenze di questo ritardo negli aiuti militari sono sotto gli occhi di tutti: i russi stanno riconquistando terreno nelle regioni che l’anno scorso erano state liberate dagli ucraini. Su tutta la linea del fronte i soldati ucraini, stremati dalla guerra di trincea e a corto di munizioni, sono sottoposti ad un continuo martellamento di artiglieria, mentre ogni tentativo di controffensiva è causa di perdite altissime. Ancora una volta a pagare il prezzo degli errori diplomatici, delle ambizioni di conquista, delle ambiguità degli alleati, e adesso ‒ come si apprende ‒ anche della corruzione ad alti livelli, sono i soldati di entrambi gli schieramenti e soprattutto i civili, ucraini soprattutto, ma anche russi.

Chi scrive non da ora pensa che a questa guerra bisognava porre fine già da tempo con una seria trattativa che garantisse la sicurezza e l’indipendenza dell’Ucraina, e allo stesso tempo venisse incontro alle esigenze di sicurezza russe.

La si pensi come si vuole, ma quello che sicuramente non è accettabile e riempie di amarezza ‒ non noi che ci limitiamo ad osservare senza nulla rischiare ma il fantaccino ucraino che in ogni momento rischia la vita sotto le bombe e le cannonate ‒ è che il presidente del grande Paese che aveva promesso di aiutarlo «per tutto il tempo necessario» ora gli volta le spalle per le sue beghe di politica interna. A poco gli giova sentirsi dire: «Mi dispiace, vorrei aiutarti, ma adesso non posso. Vediamo più in là». Se sarà ancora vivo.

23 gennaio 2024


fonte treccani.it

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Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


 

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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