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Colli e Colline Ceccanesi Paesaggi perduti

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14 Febbraio 2024
Vite maritata. 3000 e + di viticultura ©Guado al MeloVite maritata. 3000 e + di viticultura ©Guado al Melo

Nella nostra terra si praticavano tante attività agricole


di Maurizio Cerroni

Colli e Colline Ceccanesi Paesaggi perduti ©etgroup.info
Colli e Colline Ceccanesi Paesaggi perduti ©etgroup.info

COLLI. Tra le colline, i corsi d’acqua, vicino le sponde del fiume Cosa e del fiume Sacco, nella nostra terra si praticavano tante attività agricole, una in particolare che merita di essere messa in evidenza per non cancellarla del tutto dalla nostra memoria: la vite maritata!

L’origine della coltivazione della “vite maritata” si perde nella notte dei tempi, 3000 anni fa.

Già gli Etruschi coltivavano la vite in “compagnia” dell’albero. Infatti, avendo un arbusto lianoso, per meglio coltivarla veniva fatta crescere su un supporto vivo, e la vite che era coltivata tra il bosco svettava in alto in cerca di luce.

“Infatti la vite selvatica, vitis vinifera sylvestris è una specie autoctona dell’area mediterranea e, soprattutto in Italia, trova le sue condizioni ideali. Ancora oggi è possibile trovare viti selvatiche nei nostri boschi” . Così ne parla Emilio Sereni, il primo a evidenziare il nesso tra la diffusione della vite maritata e la cultura etrusca, che era posta in contrapposizione alla viticoltura su tutori a “palo secco”, che, invece, era tipica del mondo greco. 

La vite maritata divenne protagonista nell’arte pittorica del paesaggio italiano, nella letteratura, nella poesia; il nostro paesaggio, segnato dalla coltivazione dei campi e ricamato dai filari di vite e olmo.

La funzione dell’olmo è quella di tutore naturale della vite, e da qui nascerà proprio il termine di “vita maritata”, sposata, con l’albero che la affiancava. La vite maritata all’albero ha da sempre rappresentato il concetto di complementarietà. Il legame tra la vite e l’albero, simile a un matrimonio, indica un vincolo inscindibile e sacro. 

Nella letteratura cristiana spesso il connubio vite-albero è assunto come simbolo del reciproco aiuto tra i cristiani, oppure come allegoria del legno della croce (il tronco del tutore).

La vite maritata, quindi, entra a pieno titolo nell’immaginario letterario e figurativo. Per secoli questa è stata una coltivazione molto diffusa in tutta Italia, ed è proseguita anche dopo la seconda guerra mondiale, in alcune zone addirittura fino agli anni 60′.

A portare al loro espianto, e relativa sostituzione con vigneti cosìdetti moderni, fu la logica del mercato; in molti casi la richiesta di grandi quantità di vini portò alla coltivazione di vitigni monocoltura. Con la fine della mezzadria, si arrivò definitivamente alla perdita di questo tipo di coltivazione di “vite maritata”.

Nella pianura padana, nel basso Piemonte, era maritata con il pioppo, in Puglia con l’olivo. In Umbria, Liguria, Veneto, Toscana, con l’olmo.

La raccolta avveniva con ceste e lunghe scale alte dai 10 ai 15 metri di altezza. La scala veniva conficcata nel terreno, con i cesti lasciati scorrere lungo la scala. Per farlo ci voleva una certa manualità e grande abilità.

I più diffusi tutori per la vite erano il salice, l’orno, il frassino, il corniolo, il tiglio, il carpino, la quercia, il ciliegio, l’olivo, il noce e il fico, l’acero campestre.

Vi erano diversi sistemi di coltivazione e anche la potatura si diversificava nelle regioni in base alle condizioni territoriali e climatiche. In alcuni casi la potatura era annuale o biennale.

Nella nostra Regione Lazio, il sistema più semplice era quello del vecchio arbustum italicum, che nel periodo della potatura era chiamato “testucchio”: si trattava di acero campestre, oppure dell’olmo, meglio conosciuti come testucchi (alberi mozzati, capitozzati) ai quali erano associate e messe a dimora le viti che potevano così svilupparsi in alto e dare più frutto – oltre che sfuggire meglio all’umidità e quindi alle insidiose malattie.

Colli e Colline Ceccanesi Paesaggi perduti Vite maritata all’olmo ©Societa friulana di archeologia

L’associazione del testucchio con la vite prendeva il nome di vite maritata. Da qui viene il detto “vado a lavorare l’arboreto”, che non significa solo albero da frutto ma andare a faticare tra gli alberi, come “arburito” indica il potare, tagliare, legare intrecciare vimini di salice, raccogliere foglie, legna e uva.

Nelle nostre zone, in Ciociaria e in particolare a Ceccano, si usavano pioppo o pioppino lungo e vicino a corsi d’acqua, rovere, olmo, orniello, salice, erano gli alberi che segnavano i filari con le vite. Le qualità dei vigneti coltivati a Ceccano sono prevalentemente i seguenti: carbanet, malvasia, passerina, frosolunese forse qualità venuta da Frosolone e Isernia , uva ottocchio moscato, cesanese, castrese, tintorina, zizzavacca, curnétta, fragula, uvapanu, lambruscu, lungarése, sangiovese.

Un’altra pratica che era usata e tramandata era l’innesto: si facevano le “marze”*, poi la marza veniva conservata, coperta dal terreno e, prima della primavera, si procedeva all’inesto a occhio o a spacco. Oppure, per ringiovanire la pianta, si affondava nel terreno il tralcio di vite e, così facendo, creceva una nuova pianta chiamata “figlia”

Merita attenzione l’attività agricola nella vecchia terra di lavoro. Nel casertano, nella terra di lavoro, nell’agro aversano, il grande vino bianco conquistò tutti i mercati del mondo (come si legge nei giornali dell’epoca, del 1930).

Questo tipo di coltivazione dava l’uva, il vino, la legna e il fogliame per gli animali: era una vera e propria attività agricola circolare. L’aspirino, come era chiamato, si comprava “dal cantiniere”, fresco e alla spina. Perfetto in abbinamento alla pizza. Molto amato dai Napoletani. Il nome “Asprino” non va confuso con “Agresto” che è una lavorazione di uve verdi non mature, ottenuto dalla cottura del mosto di uva acerba e dall’aggiunta di aceto e di spezie, che veniva usato in cucina per il condimento di carni e arrosti.

Quindi, con la riforma agraria ma anche con gli impianti di nuovi vigneti, questo tipo di coltivazione di vite maritata è scomparsa. Solo in alcune zone della Campania, nel Casertano e ad Aversa, ci sono dei presidi di coltivazione di vite, uva e vino prodotto dalla vite maritata.

Paesaggi, terreni disegnati dalla pazienza certosina dell’uomo. Attraverso il racconto e il ricordo possiamo preservare nell’immaginario collettivo un’attività agricola quasi scomparsa, quella della “vite ammogliata”.

Ci sono ancora zone nel centro sud dell’Italia dove si pratica questa millenaria attività agricola, la vite che cresce abbracciando l’albero suo vicino fino ad arrivare alla luce del sole, per poi donare i frutti che daranno il mosto selvatico che si tramuta in vino. Per secoli di “estasi divino”, per millenni di antiche civiltà. 

Per chiudere questo racconto, una poesia di Paola Fanelli, “la vite maritata”:

Lo sposalizio della vite

(al mio sposo)

Tesse trame leggere

la vite sposata all’olmo,

morbida e sinuosa si lancia

in verdi ghirlande alate

da un albero all’altro

in appiglio sicuro.

Forte e dritto senza fatica la sostiene quando il peso dei grappoli la fa incurvare, la protegge con la chioma dal sole e dal vento, quando perde le foglie e rimane nuda.

Così fai tu con me amato olmo.

*Nota

Marze: una marza è una porzione di pianta con almeno una gemma vitale; le marze, o nesti, vengono raccolte prima della ripresa vegetativa primaverile e conservate fino al momento dell’innesto in celle frigorifere o in ambienti adeguati.


La vitis sylvestris

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