Trump e la giustizia americana

Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

3 Aprile 2024

4 cause penali, 2 federali e 2 statali, 2 cause civili e 1 di costituzionalità in Corte suprema


di Stefano Rizzo

Trump e la giustizia americana
Trump e la giustizia americana

TRUMP. La vicenda giudiziaria di Donald Trump ‒ quattro cause penali, di cui due federali e due statali, due cause civili e una di costituzionalità presso la Corte suprema ‒ costituisce un interessante compendio del sistema giudiziario americano, delle sue peculiarità e delle sue storture.

Naturalmente si tratta di casi complessi sia perché riguardano un ex presidente e candidato alla presidenza, un imputato ricchissimo che può permettersi di pagare per la sua difesa centinaia di avvocati; sia perché alcune delle questioni che lo coinvolgono sono effettivamente difficili da dipanare e senza precedenti nella storia del Paese.

Andiamo per ordine perché è facile perdersi nel ginepraio di vicende intrecciate tra le diverse giurisdizioni. Le cause federali nelle quali è stato rinviato a giudizio riguardano, la prima la sottrazione di documenti segreti portati abusivamente nella sua residenza in Florida, e la seconda il tentativo di impedire la proclamazione del presidente eletto Joe Biden il 6 gennaio del 2021 incitando i suoi sostenitori ad assaltare il Congresso.

A livello statale le due cause penali riguardano, la prima a New York il pagamento nel 2016 di una cospicua somma di denaro ad una pornostar perché non rivelasse i loro rapporti mettendolo in imbarazzo durante la campagna elettorale di quell’anno; la seconda, in Georgia, il tentativo di corrompere funzionari pubblici dello Stato affinché alterassero il risultato delle elezioni.

A queste si aggiunge la causa civile a New York nella quale il giudice ha imposto una provvisionale di oltre 450 milioni di dollari (poi ridotta da una corte d’appello a “soli” 175 milioni), per false comunicazioni societarie.

Si è già chiusa con una condanna al pagamento di 88,3 milioni di dollari la causa per diffamazione intentatagli dalla giornalista Jean Carroll, avverso alla quale però Trump ha presentato appello. A suo favore invece è intervenuta a febbraio la Corte suprema che ha sancito la sua eleggibilità che era stata messa in discussione dai tribunali di alcuni Stati (Oklahoma, Maine, Illinois).

Su questo vi è stata unanimità dei giudici supremi (e di molti giuristi), ma ad aprile prossimo la Corte dovrà decidere un caso ben più complesso: se un ex presidente può essere processato per reati commessi durante il suo mandato.

Questo in sintesi il quadro complessivo. Ora alcune osservazioni di merito.

Prima osservazione: la rapidità dei processi. A parte la causa di stupro intentata da Jean Carroll, per la quale la legge esclude la prescrizione, tutti gli altri processi risalgono a fatti avvenuti oltre tre anni fa (sette per l’affaire della pornostar Stormy Daniels) per i quali il rinvio a giudizio è arrivato solo l’anno scorso, mentre ancora non si sa quando e se verranno celebrati i relativi processi, con i legali di Trump che chiedono continui rinvii e appelli alla Corte suprema.

La considerazione ovvia è che anche negli Stati Uniti chi può permettersi stuoli di avvocati riesce a sottrarsi per lungo tempo alla giustizia.

In genere i ritardi servono a far prescrivere il reato; in questo caso no. Trump punta a spostare la celebrazione dei suoi processi a dopo le elezioni perché è convinto (o spera) che dopo sarà tutto diverso.

Seconda osservazione: l’imparzialità, reale o percepita, dei giudici e dei procuratori. Negli Stati Uniti non vi è separazione tra le carriere di procuratore e di giudice, semplicemente perché il procuratore non è un magistrato ma un “avvocato dell’accusa” alla pari con l’avvocato della difesa.

Inoltre i giudici sono spesso procuratori che decidono di cambiare mestiere e ovviamente nessuno ci trova nulla da ridire, anzi è prova di maggiore competenza.

Negli Stati Uniti inoltre non esiste un problema di “magistratura politicizzata” semplicemente perché sia i giudici che i procuratori sono tutti politicizzati e addirittura appartenenti ad un partito. Vediamo come e perché.

A livello federale il ministro della Giustizia (attorney general) è anche il procuratore capo che decide se iniziare o meno un processo per un reato federale (non esiste infatti l’obbligatorietà dell’azione penale) e in tal senso istruisce i procuratori federali nei singoli Stati.

Quando costoro non rispondono agli indirizzi fissati dall’attorney general o dal presidente possono essere rimossi, come avvenne in un caso famoso in cui 15 procuratori furono licenziati dall’allora presidente George Bush per essersi rifiutati di indagare su frodi elettorali inesistenti. Inoltre, quando cambia il presidente cambia la politica giudiziaria.

Ad esempio, negli anni della presidenza Trump i processi per violazioni della normativa sul lavoro, sull’ambiente e sui diritti civili diminuirono drasticamente per poi aumentare di nuovo sotto Biden.

Quanto ai giudici federali, che durano in carica senza limiti di mandato, vengono nominati dal presidente (e confermati dal Senato) scegliendoli sulla base dell’affinità politica con il partito cui appartiene il presidente e anche sentito il senatore dello Stato dove andrà ad operare (se dello stesso partito).

Giudici e procuratori devono pur sempre attenersi alle leggi, ma lo spazio di discrezionalità in cui possono esprimersi preferenze politiche e partitiche (per non dire di peggio) è enorme.

Per quel che riguarda i giudici e i procuratori statali, che gestiscono la stragrande maggioranza delle cause penali e civili, la politicizzazione è ancora più esplicita. I procuratori vengono eletti in quanto appartenenti ad un partito, con elezioni primarie e poi in contrapposizione con un candidato dell’altro partito. Spesso si tratta di persone che hanno già una carriera politica alle spalle e ricoperto vari incarichi pubblici.

Anche i giudici, a seconda dello Stato in cui si trovano, vengono eletti oppure nominati direttamente dal governatore; nel primo caso vengono scelti (anche) sulla base dell’affinità politica con il partito del governatore; nel secondo con il partito in cui si candidano.

Se guardiamo ai processi di Trump la torsione politica (e partitica) di procuratori e giudici è lampante: i procuratori che lo hanno incriminato e i giudici che lo hanno condannato sono in genere democratici: come il procuratore federale Jack Smith che indaga sui fatti del 6 gennaio 2021, le procuratrici Fani Willis della Georgia e Letitia James di New York che indagano rispettivamente sul tentativo di alterare il responso delle urne e sul caso del silenzio comprato della pornostar, o il giudice di New York Arthur Engoron che lo ha giudicato nel caso delle false comunicazioni societarie.

Chi invece lo assolve o prende provvedimenti a suo favore è in genere un repubblicano, come il giudice Aileen Cannon nella vicenda dei documenti segreti sottratti, o il giudice Scott McAfee nel processo per tentata corruzione elettorale in Georgia.

 Il principale assist ha favore di Trump viene naturalmente dalla Corte suprema che, grazie alle nomine effettuate da lui stesso, ha ora una solida maggioranza (6 a 3) ideologicamente di destra.

La Corte ha recentemente votato a favore della sua eleggibilità e si appresta a decidere sulla sua eventuale immunità.

Corte suprema a parte, quindi, Trump ha qualche ragione a lamentarsi ‒ come fa incessantemente ‒ di essere perseguitato da giudici e procuratori democratici.

Salvo considerare che è così che funziona il sistema giudiziario americano, cui anche lui quando era presidente ha contribuito nominando migliaia di giudici e procuratori vicini al Partito repubblicano, anzi spesso più di parte e qualche volta faziosi dei loro colleghi nominati da presidenti democratici.

Infine, cosa succederà se Trump verrà condannato in uno dei suoi processi prima delle elezioni o anche dopo? La risposta semplice è che nessuno lo sa.

Non era mai successo che un ex presidente fosse incriminato per reati gravi e non è mai successo che venisse condannato un candidato alla presidenza (c’è il caso spesso citato del socialista Victor Debs ma era già in carcere per reati politici quando si candidò.) La Costituzione non contempla il caso.

Forse i Padri costituenti non hanno neppure lontanamente immaginato che potesse verificarsi.

Quello che si sa dai sondaggi è che l’elettorato repubblicano non sarebbe granché influenzato da un’eventuale condanna: Trump perderebbe giusto qualche punto percentuale, forse però sufficiente a far vincere Biden.

Per questo non vuole assolutamente che si arrivi a sentenza prima delle elezioni e farà di tutto per rinviare i processi a dopo.

Se fosse eletto potrebbe, attraverso il nuovo attorney general, bloccare i processi federali ancora in corso e graziare se stesso per eventuali condanne; quanto ai processi statali, la Costituzione non gli dà il potere di bloccarli né di concedersi la grazia; quest’ultima potrebbe essere data soltanto dai governatori dei rispettivi Stati: per la Georgia, dove c’è un governatore repubblicano, Trump può stare tranquillo; per lo Stato di New York è invece improbabile che la governatrice democratica gliela conceda.

In alternativa i giuristi dicono che in caso di condanna e se venisse eletto Trump potrebbe chiedere di scontare la pena agli arresti domiciliari.

Dove? Ma naturalmente nella sua nuova residenza, alla Casa Bianca! Niente viaggi però, niente incontri con capi di Stato stranieri e, soprattutto, niente golf.

Immagine in alto a sinistra: Donald Trump in occasione dell’inizio del processo per frode civile promosso dal procuratore generale dello Stato di New York Letitia James presso il tribunale dello Stato di New York (2 ottobre 2023). Crediti: lev radin /https://www.treccani.it/ SHUTTERSTOCK

Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


 

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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