Morsillo sulla questione morale

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In dialolgo con le riflessioni di Ermisio Mazzocchi


di Giovanni Morsillo

Morsillo sulla questione morale
Morsillo sulla questione morale

MORSILLO Caro Ermisio,

In merito alla tua riflessione sulla questione morale, della quale ti ringrazio avermi messo a parte, non mi azzardo certo ad esprimere giudizi, né ad addentrarmi nelle categorie kantiane che tu sapientemente interroghi.

Certamente sarebbe di soccorso un altro ed ulteriore passo in avanti del filosofo idealista, quello cioè della Critica del giudizio, almeno per tentare di aprire un varco di collegamento fra il contesto naturale della necessità e quello della libertà, che invece attiene all’introspettiva volontà morale. Ma sarebbe troppo arduo per me affrontarlo, privo come sono della necessaria attrezzatura.

Mi limiterò, quindi, ad osservare come il tuo scritto, che richiama energicamente un tema così urgente e talmente potente da non poter essere affrontato, visto che chi si ritiene che dovrebbe farlo non ha la serenità intellettuale per la provvisorietà del proprio ruolo, né la forza politica (oserei dire militare, ma non voglio rischiare fraintendimenti) anche solo per avvicinarsi ad esso con qualche proposta operativa.

Intendo dire che il tema investe la qualità stessa dei ruoli pubblici e di potere in special modo, e quindi va letta in termini di lungo e lunghissimo respiro, non di contingenza mutabile e provvisoria. Tu non lo fai, certo, ma ogni volta che se ne parla si finisce per giocare alla conta di chi ha più gente inquisita fra i “suoi” e tutto finisce a schermaglia.

Il tema è antico, basta leggere le Catilinarie o le commedie di Aristofane per trovarne ampia letteratura anche in epoche remote; e non che il “progresso” l’abbia indebolito, anzi!

Per venire allo scopo, io credo che non sia riproducibile per il PD ciò che Berlinguer sollecitava per il Pci, per non poche e corpose ragioni.

Non che non vi sia la necessità di stabilire che strada imboccare sul tema dell’art. 54 della Costituzione, e anche oltre, attualizzando almeno la tendenza a coniugare sostanza e apparenza in modo assoluto, come nel famoso apologo della “moglie di Cesare”.

Ma va pur tenuto conto che il PD ha una strana patologia esantematica addosso, da cui non sembra riuscire a guarire nemmeno dopo averne superato l’età tipica. Esso è percepito (almeno quando lo si investe di responsabilità sulla rappresentanza dei diritti sociali) come il proseguimento nell’era postindustriale – o post-operaia per meglio dire – del Pci.

Il che non è, o almeno non è sufficiente a descriverlo. Il PD è infatti il risultato di un tentativo, contraddittorio e difficile nel suo procedere e definirsi, dell’unificazione di diverse diaspore, o pezzi di esse, principali quella ex comunista e post-democristiana. Tali componenti, insieme ad altre minori, sono come ovvio e stranoto, portatrici di diverse “sensibilità”, che altro non sono che abitudini miste a convinzioni e possibilità assai differenti, se non spesso divergenti.

Comporle non è agevole, né aiutano i sistemi elettorali del dopo-tangentopoli, fatti apposta per privilegiare il personalismo ed il leaderismo al posto del collettivo, della composizione fra aree e culture diverse su temi comuni e comuni obiettivi. Ci si prova da anni, ormai da decenni, con diverse formule e diversi metodi, ma non pare vicina una sintesi, che io penso non verrà per ragioni oggettive.

Abbiamo visto che lo spostamento del cardine della politica di centro-sinistra sui diritti civili da quelli sociali non ha fatto che aumentare l’astensionismo e il radicamento delle destre estreme nelle aree disagiate (Sud, periferie, degrado,…), ma non ha affatto costruito una nuova classe dirigente effettivamente innovativa, salvo il sorgere di meteore più o meno brillanti ma di breve vita.

La stessa scelta della tessera con lo sguardo di Berlinguer ha già registrato polemiche aspre e “di appartenenza” (Castagnetti, e non solo). Quanto le componenti non ex comuniste del PD sarebbero disposte a colpire al proprio interno (del PD) in funzione della Questione morale?

E quanto un partito da tempo orientato alla conquista del governo purchessia (con Berlusconi o con il M5S, con Di Pietro o Renzi ecc.) può ragionare in termini di rigenerazione della politica, processo che richiede tempi lunghi, scelte coraggiose, energie enormi e passaggi dolorosi?

Quanto una classe (direi un ceto, se fossi sicuro di non offendere) dirigente è disposta a lavorare non per sé ma per quella che verrà, sempre che le riesca di realizzare qualche obiettivo concreto su questo fronte?

Insomma, io temo che perdurando questi meccanismi di selezione della classe dirigente (in generale, non del PD) e di acquisizione del consenso, difficilmente si possa attivare una qualche politica moralizzatrice.

Ciò non vuol affatto dire che si debba abbandonare questa lotta e questi obiettivi; ma bisogna, a mio avviso, mettere in chiaro le origini e le motivazioni che obbligano e riducono la questione morale a “roba per anime belle”, come quelli che si sentono furbi ammiccano ormai senza vergogna alcuna.

Bisogna cioè dire chiaro e tondo che l’americanizzazione della democrazia, la sostituzione della lotta per i programmi con la guerriglia per il potere autofinalizzato non prevede, né può prevedere, che essa si svolga in modo virtuoso.

Nonostante quello che ho scritto sopra, non ritengo certo che il blocco delle possibilità della buona politica sia da addebitare solo alla presenza di eredi del doroteismo nel partito, e soprattutto ai massimi vertici di esso, almeno per lunghe fasi.

Il punto è, più concretamente, la vittoria del modello neoliberista degli anni ’90, ovviamente fondato sulla concorrenza, modo elegante per definire l’individualismo, l’interesse personale o di piccole curie, la lotta trasformistica per il seggio. In buona sostanza, il partito al servizio dei capi, non il contrario.

Il fenomeno non riguarda solo il PD, naturalmente: si tratta di una tendenza in parte necessaria per la vittoria del modello neoliberista, in parte indotta per l’adeguamento dei sistemi del consenso a tele contesto.

Ma mentre per altre componenti sociali e organizzazioni politiche esso è del tutto funzionale e perfino auspicabile e gelosamente difeso (clientelismo, nepotismo, ecc.), per una forza che dovrebbe rappresentare l’alternativa e non la semplice alternanza ciò non è che un veleno a lento rilascio.

Tralasciando poi il tema della rappresentanza sociale e delle politiche del lavoro, che non mi pare all’ordine del giorno sebbene rappresentino a mio avviso uno degli aspetti del problema.

Scuserai sia la frammentazione che l’incompletezza delle cose che ho appuntato, sono temi troppo grandi e articolati per poter essere sviluppati decentemente in poche righe, o anche in poche pagine.

Ma che noi sentiamo l’esigenza di discuterne è di per sé un buon segnale: vuol dire che non siamo del tutto accucciati ai piedi degli eventi, e ci facciamo carico di denudarli come possiamo.

Grazie ancora per avermi voluto considerare.

A presto

Giovanni


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