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Stati Uniti: Per un pugno di voti in più

Stefano Rizzo

ByStefano Rizzo

24 Giugno 2024
Migranti ai confini USA ©TreccaniMigranti ai confini USA ©Treccani

Gli USA chiudono la porta ai richiedenti asilo


di Stefano Rizzo

Stati Uniti: Per un pugno di voti in più Democratici Biden 390 min
Stati Uniti: Per un pugno di voti in più Democratici Joe Biden ©terzogiornale.it

STATI UNITI Quando, quattro anni, fa era in campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti, Joe Biden non lesinò le critiche nei confronti della politica anti-immigrazione del presidente in carica.

Paese di Immigrati

E non solo lui ma tutto il Partito democratico accusarono Donald Trump di non rispettare la Convenzione ONU sui rifugiati, di tradire i principi fondativi degli Stati Uniti, “Paese di immigrati”, di adottare pratiche disumane come la separazione dei bambini dai loro genitori al confine, di razzismo per avere affermato (senza pudore) che gli immigrati buoni sono quelli bianchi e i cattivi (da rimandare indietro) sono quelli neri che provengono da «Paesi di m**da», di islamofobia per avere vietato l’ingresso ai migranti dai Paesi mussulmani, e anche di ispanofobia per avere definito i migranti latinoamericani criminali e stupratori che «inquinano il nostro sangue».

La promessa del candidato Biden era che, una volta eletto, tutto sarebbe cambiato: controllo del confine senza bisogno del tanto decantato muro (mai completato) da Trump, governo dei flussi migratori senza pratiche disumane, ripristino della legge sui dreamers, voluta da Obama e abrogata da Trump, per concedere il permesso di soggiorno ai giovani entrati bambini nel Paese.

Il risultato fu che, appena eletto Biden, masse di disperati, che nella sua elezione avevano visto una nuova speranza, si riversarono al confine meridionale provocando una crisi senza precedenti per numero di ingressi.

Il neopresidente intervenne subito con parole accorate chiedendo loro di aspettare, di «avere pazienza», che presto, appena fatta una riforma generale dell’immigrazione, avrebbe risolto tutti i problemi; aveva solo bisogno di tempo.

Si videro scene vergognose

Il tempo passò, ma nulla cambiò, o molto poco. La legge sui dreamers non venne ripristinata e sul Rio Grande si videro scene vergognose per un Paese civile con le guardie di frontiera (bianche) a cavallo che respingevano a frustate i disgraziati haitiani (neri) che cercavano di guadare il fiume.

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Donald Trump

Anche in questo caso Biden pronunciò parole nobili. «Noi non siamo così» disse e promise atteggiamenti più umani.

In effetti nel corso di questi anni immagini così sconvolgenti non se ne sono viste più, né dalla Casa Bianca sono mai uscite le invettive razziste e xenofobe caratteristiche di Trump e della sua base politica.

Ma alle buone intenzioni di Biden non sono seguiti i fatti, a parte alcuni modesti provvedimenti come il divieto di separare i bambini dagli adulti e la nomina di qualche giudice in più per accelerare l’esame delle richieste di asilo; con la fine dell’emergenza Covid è stato anche abolito il divieto totale agli ingressi imposto da Trump «per ragioni sanitarie».

Ma complessivamente anche in questo campo, come in altri, la nuova amministrazione ha agito in larga continuità con la vecchia.

Perché questo cambiamento di Biden

La ragione di questo cambiamento di atteggiamento da parte di Biden sta nella imponente ondata migratoria che dai primi mesi del 2021 si è riversata al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, proveniente ora non più soltanto dall’America Latina, ma dai Caraibi, dall’Africa e anche dall’Asia.

Oltre due milioni di migranti all’anno, forse non tanti per la dimensione e la popolazione del Paese, ma troppi per l’opinione pubblica martellata quotidianamente dalle immagini delle carovane di disperati che attraversano la giungla e, arrivati al confine, premono e si accalcano contro le recinzioni metalliche: immagini di un’invasione di straccioni dalla pelle scura.

Ad essere allarmata non è soltanto la destra repubblicana, ma anche tutto lo schieramento politico, e i sondaggi confermano che per la maggior parte dell’opinione pubblica l’immigrazione è il principale problema del Paese che Biden non riesce a risolvere.

Contemporaneamente inizia il fai da te

Il controllo delle frontiere sarebbe esclusivo compito del governo federale e le guardie di frontiera (ICE, Immigration and Customs Enforcement) sono una delle tante forze di polizia federali. Ma gli agenti sono pochi e non riescono ad arginare i flussi.

È a questo punto che alcuni Stati di confine, il Texas e la Louisiana, decidono di fare da sé: mandano la guardia nazionale, che in varie occasioni si scontra con gli agenti dell’ICE, e organizzano squadre di vigilantes per dare la caccia ai migranti ‒ caccia nel senso letterale del termine, sparando loro addosso e uccidendone a man salva.

Barack Obama
Barack Obama

Si inventano anche ingegnosi pretesti legali per arrestare quelli che sono riusciti a passare il confine. Poiché molte terre confinanti sono occupate da immensi ranch privati di migliaia di ettari, il migrante viene arrestato per violazione di domicilio: se gli va male viene preso a fucilate, se gli va bene viene messo in carcere, condannato a tempo di record da un tribunale statale e immediatamente espulso in quanto criminale.

Ma non è soltanto la destra repubblicana ad agitarsi, sono anche i democratici sempre più preoccupati per la perdita di consensi nei confronti del loro presidente che ora, dopo quattro anni, vuole essere rieletto.

A torto o a ragione, l’immigrazione viene considerata dalla generalità degli elettori uno dei punti deboli della presidenza Biden, assieme alla politica economica (inflazione), alla crisi degli oppioidi (fentanyl), alla politica estera altalenante (Gaza e Ucraina), alle mancate riforme (diritto di aborto, riforma della polizia, diritto di voto, mancata limitazione delle armi).

Tutte questioni che fanno passare in secondo piano i pur oggettivi successi dell’amministrazione: crescita della produzione, investimenti nella green economy, bassa disoccupazione.

Si tratta di fasce diverse dell’elettorato democratico, ognuna con le sue ragioni di scontento (le donne per il mancato ripristino del diritto di aborto, gli studenti per la politica estera, i neri per il perdurante razzismo sistemico, gli ispanici per la politica migratoria, gli operai che temono le innovazioni tecnologiche, gli anziani per l’elevato prezzo dei farmaci e la mancata estensione della riforma sanitaria di Obama ecc.).

Non si tratta naturalmente di tutte le donne o di tutti gli studenti o di tutti i neri o di tutti gli ispanici, ma di frange anche disomogenee di disaffezione che tuttavia sommate rappresentano una minaccia per la rielezione del presidente.

E così l’allarme è scattato ai piani alti dello staff presidenziale.

Tra i tanti si è deciso di intervenire sul tema più semplice dal punto di vista dell’applicazione perché affrontabile immediatamente con un decreto del presidente senza bisogno dell’approvazione del Congresso: l’immigrazione.

E così Biden ha emanato un “proclama” presidenziale che chiude la frontiera, intanto per un periodo limitato poi, dopo le elezioni, si vedrà.

Ma cosa vuol dire chiudere la frontiera? Non è già chiusa e controllata? No, perché molti, spesso a rischio della vita, dopo diversi mesi e innumerevoli tentativi riescono a passare.

È a costoro, a questi poveracci che cercano una vita migliore o fuggono dalle persecuzioni che si rivolge il nuovo decreto del presidente, a tutti coloro che entrano “illegalmente” nel Paese anche se hanno validi motivi per chiedere asilo e vengono rispediti indietro, “deportati”, senza che un giudice possa valutare la bontà delle loro richieste, come invece vorrebbe la legge.

Il meccanismo è semplice: quando gli agenti dell’ICE superano la soglia ridicolmente bassa di 2500 “incontri” giornalieri con i clandestini (su un confine di oltre 3000 chilometri!) si blocca tutto per due settimane. Nessuno entra più, richiedente asilo o meno.

Biden cancella di fatto la Convenzione delle Nazioni Unite

Con un tratto di penna Biden cancella di fatto la Convenzione delle Nazioni Unite sui richiedenti asilo che vieta il respingimento generalizzato (refoulement) e obbliga gli Stati a concedere lo status di rifugiato, certo non automaticamente, ma a chi ne ha titolo perché perseguitato o minacciato di morte nel Paese di origine.

Con Trump e adesso anche con Biden gli Stati Uniti si uniscono alla lunga lista di Paesi, democratici e non, europei e asiatici, che chiudono la porta ai richiedenti asilo.

Così facendo vengono meno non solo agli obblighi internazionali, ma anche alla loro storia (pur tra tante contraddizioni, la loro storia) di rifugio dei popoli oppressi: «Datemi le vostre masse che vogliono respirare libere, i disgraziati rigettati dalle vostre terre affollate, mandatemi i senza tetto, i naufraghi in balia dalle onde», recita ancora oggi l’iscrizione sulla statua della Libertà.

E tutto questo per cosa? Per qualche decina o centinaia di migliaia di voti in più. Che probabilmente non basteranno perché altrettanti o forse più andranno perduti a causa dei tanti elettori che penseranno che rinunciare ai propri principi per compiacere la destra xenofoba sia un prezzo troppo alto da pagare, soprattutto per un signore di 81 anni che dovrebbe essere più preoccupato del proprio posto nella storia che di rimanere al potere con espedienti elettoralistici.


Magazine Treccani

Stefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell’Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza”. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017

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Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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