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La grande ambizione di Berlinguer

Aldo Pirone

ByAldo Pirone

9 Dicembre 2024 ,
Enrico BerlinguerEnrico BerlinguerEnrico Berlinguer

Fu una grande speranza


di Aldo Pirone

La grande ambizione di Berlinguer
La grande ambizione di Berlinguer

LA GRANDE AMBIZIONE “Berlinguer. La grande ambizione” il film di Andrea Segre, splendidamente interpretato da Elio Germano, mi è piaciuto.

Quando si tratta di un prodotto filmico e artistico la prima domanda che ci si pone e a cui bisogna rispondere è se lo scopo artistico che si prefiggeva è stato raggiunto o no.

Secondo la mia opinione: sì è stato raggiunto, attraverso alcune pennellate dei dati essenziali di quella stagione.

Credo che scopo principale del film, esplicitato nell’iniziale citazione di Gramsci, fosse quello di dare testimonianza di una tensione ideale trasformatrice in direzione del socialismo e degli ostacoli interni e internazionali, e i dubbi non infondati nel partito, che non solo Berlinguer ma tutto un popolo raccolto nel Pci dovettero affrontare.

Una politica alta rispetto alla quale salta agli occhi, implicitamente, l’orrida miseria di quella attuale.

La cosa che più mi è piaciuta del film, e che ho trovato commovente, è la lettera che, sul finale, Berlinguer scrive alla moglie per il loro anniversario di matrimonio.

Quella lettera restituisce appieno il rigore non solo di Berlinguer ma di un’intero gruppo dirigente per il quale la scelta di fare politica, una politica rivoluzionaria nella democrazia e con la democrazia, fu una scelta di vita.

Un sentiero strettissimo

Poi si può, anzi si deve, discutere e riflettere sul piano storico-politico se rispetto a quel sentiero strettissimo e a quel tentativo di percorrerlo, contro cui si scatenò di tutto – il cielo e la terra disse Natta -, non ci furono errori, ingenuità, sottovalutazioni, riduzioni di un grande disegno di trasformazione all’incontro governativo Dc-Pci. In sostanza quel sentiero stretto, allora riassunto nel “nuovo grande compromesso storico”, comportò fin da subito una contraddizione, che stava nelle cose, fra l’ansia di rinnovamento delle forze che il Pci rappresentava e i tempi e le resistenze interne della Dc ben rappresentate dall’ambigua figura di Andreotti.

Lo stesso Moro doveva fare i conti con quelle resistenze, e per superarle richiedeva quel tempo che il Pci non poteva concedere perché i tempi e le urgenze del paese sul piano sociale, economico e civile non aspettavano i tempi della DC.

Per il partito di Berlinguer quel tempo lento fu un elemento di logoramento politico ed elettorale soprattutto sul fronte giovanile nonostante le tante riforme che pure furono conseguite in quel periodo.

La riflessione storico-politica non può sfuggire al dilemma: il Pci difese la democrazia contro il terrorismo, certo e fece bene, ma il bilancio finale fu che il rapimento e l’assassinio di Moro, un vero e proprio golpe politico e istituzionale, troncò quella “Grande ambizione”, riportando a galla quelli che in vari modi – il gioco politico fu complesso, si pensi al ruolo negativo di Craxi – si erano opposti, soprattutto sul piano internazionale, a Moro e Zaccagnini in quanto aperturisti verso il Pci di Berlinguer.

L’alternativa democratica

Non credo che il Berlinguer che venne dopo, quello della svolta democratica, fosse in discontinuità con il Berlinguer della “Grande ambizione”.

Berlinguer prese atto in sostanza che nel paese erano cambiati i rapporti di forza e che quel cambiamento metteva in questione, se non se ne fosse preso atto, anche la natura del Pci. E si dedicò a ricreare quei rapporti di forza per riaprire quel “sentiero stretto”.

Non a caso chiamò quella politica di “alternativa democratica” che mirava a ristabilire le condizioni sociali e politiche per riaprire la partita con le forze dc e cattoliche che avevano condiviso l’atteggiamento di Moro e Zaccagnini. Solo che il primo non c’era più e il secondo fu liquidato rapidamente.

Nel frattempo il mondo stava mutando non solo a Est ma anche ad Ovest. Di qui il tentativo disperato di Berlinguer – anche contro una parte del suo partito avviata sul terreno di un politicismo sostanzialmente anti togliattiano – di attrezzare il partito.

L’ultimo Berlinguer, quello che va dal ’79 all’ ’84, quello “dell’esaurimento della spinta propulsiva”, della “Terza fase”, della nuova contraddizione Nord-Sud del mondo, del rinnovamento del Pci a contatto con i nuovi movimenti, della “questione morale”, della rivoluzione femminile e femminista, della nascita delle nuove tecnologie ecc., che voleva attrezzare il partito al confronto con la rivoluzione conservatrice neo liberista e globalizzatrice incipiente, non era diverso da quello della “grande ambizione”.

La commozione generale e trasversale che accolse la sua morte, lo stesso voto alle europee che dette per un soffio il primato al Pci sulla Dc decretandolo come primo partito, fu come se gli italiani avessero voluto premiare un uomo e un partito che avevano avuto la “Grande ambizione” di cambiare l’Italia e di trasformarla con la democrazia in direzione del socialismo.

Non un santino da portare in processione durante le feste comandate, dunque, ma un uomo in carne e ossa come lo descrive il bel film di Andrea Segre.

Questo, secondo me, è stato Enrico Berlinguer.


Enrico Berlinguer

Aldo Pirone

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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda



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