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Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi  

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23 Dicembre 2024
Falegnameria. Banco di lavoro con morsa ©Luigi Compagnoni Falegnameria. Banco di lavoro con morsa ©Luigi Compagnoni

Una ricchezza di storiche radici


di Luigi Compagnoni

Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi  Sandro Viola ©Luigi Compagnoni
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi  Sandro Viola ©Luigi Compagnoni

FALEGNAMI La storia dei falegnami a Ceccano è per forza di cose anche una storia di parole, di ambienti, di strumenti, di modi di vivere e relazionarsi nella propria comunità  infatti  nei paesi l’artigiano  non  solo creava  e realizzava mobili o infissi    ma  anche diventava,  in molti casi, intrattenitore sui minimi e massimi sistemi magari  davanti ad un bicchiere di vino rosso in una delle tante osterie. 

La    ricerca  sulla  storia  dei falegnami  ci riporta, seppur solo con il ricordo e le testimonianze raccolte, ad un mondo  che ha  il profumo dei ricordi migliori alla storia delle lavorazione del legno, attività di primaria importanza nella comunità e delle sue innumerevoli applicazioni, dei mestieri e dei sottomestieri ad esso legati, delle storie e della saggezza che, sul finire  dell’ottocento e per tutto il novecento, hanno operato nel centro storico e nelle  contrade  della  vasta campagna Ceccanese.

Abbiamo già   descritto precedentemente  lo  sviluppo  dell’attività della lavorazione del legno  dalle origini fino alla radicale trasformazione, a partire  dall’immediato dopoguerra, con l’utilizzo di macchinari  e tecniche di lavorazione più moderne.

Oggi vogliamo raccontare  di un mondo ormai dimenticato, di una miriade di piccole  attività  e di nomi o meglio soprannomi che hanno caratterizzato la lavorazione  del legno  nella nostra città: l’elenco che alleghiamo sicuramente è incompleto, ma già la lettura dei nomi dà l’esatta dimensione dell’artigiano del legno a Ceccano e questa ricostruzione storica è stata possibile solo grazie all’aiuto di due ’storici’  falegnami: Sandro Viola e Agostino Santodonato.

La bottega

La  modesta bottega di falegname,  la  “bottega”, non era dotata che di banco di la­voro con morsa, tre o quattro seghe a mano di diversa grandezza, martelli, tenaglie, raspe, lime, pialle   per i vari usi; inoltre, per chi sapeva intagliare, qualche scalpello “sgurbie” o “sgòrbie”.

Agostino Santodonato ©Luigi Compagnoni
Agostino Santodonato ©Luigi Compagnoni

Tutti attrezzi per la lavorazione a mano. I po­chi falegnami che tenevano un tornio, spesso costruito con le proprie mani, lo avevano a pe­dale. Realizzavano da sé anche altri attrez­zi; alcuni “ferri”, invece, li facevano fare, ma­gari su loro disegno, a un fabbro.

Poi ci voleva un carretto per andare a “smacchinare” nei laboratori più attrezzati   ta­vole e tavoloni acquistati nelle segherie o di­rettamente in campagna, dai proprietari dei boschi. Oltre a tagliare le tavole, capitava di dovervi fare lavori più sofisticati, impossibili senza ricorrere alle loro macchine elettriche, come ad esempio la toupie (“tupìa”) per eseguire le cornici dei mobili.

La diffusione del macchinario elettrico sarebbe avvenuta, come per le piccole officine dei fabbri, dopo la se­conda guerra mondiale. Solo allora cominciarono a diffondersi le seghe a nastro, i torni elettrici e le “tupìe”.

Gli attrezzi

Gli attrezzi metallici, specie la sega a mano, abbisognavano di at­tenta manutenzione; così, affinché funzionassero meglio, venivano unti con il grasso dei maiali.

La bravura di un falegname, dal momento che si evitavano i chiodi nei manufatti più raffinati, dipendeva in modo rilevante dalla perfezione degli incastri. La colla, un tempo, la preparava da sé.

Era una “colla di pesce”, resistentissima e la si applicava calda sul legno, stringendo con i  morsetti detti  “sergenti”  le due superfici in­collate. Poi c’era la colla “a caldo”, tedesca, detta “quadróna” anche se a Ceccano era più nota con il nome di “cervione”:  la si metteva a bagno, talvolta per una nottata, quindi la si scaldava sen­za farla bollire, infine la si applicava.

Per lucidare i mobili più raffinati, come i canterani, si usava la “gomma lacca”, sciolta nell’alcool (“spirito”). Ci si imbeveva uno straccio di lana o di lino  e si provvedeva a strofinare, ripetendo con la mano innumerevoli movimenti “a otto”, finché il mobile non diventava “lustro”. Contestualmente si ag­giungeva anche un pizzico di pomice, che “in­duriva” il liquido e contribuiva a otturare eventuali fori nel legno.

Dopo la “gomma lacca” si dava la cera, sia sui mobili di casa, sia su tavoli, casse e casso­ni. Era la cera d’api, che i falegnami preparavano sapientemente, sciogliendola con acqua ragia o trementina. Ognuno aveva il suo meto­do. Alcuni aggiungevano un pò di pece greca, perché non si appiccicasse. Quindi la davano a caldo sui mobili, lucidandoli con uno straccio.

Attrezzi per la lavorazione a mano del legno ©Luigi Compagnoni
Attrezzi per la lavorazione a mano del legno ©Luigi Compagnoni

Venivano usati anche degli oli.

Per gli infis­si andava bene l’olio di lino cotto, che impregnava e garantiva impermeabilità al legno. In­nanzitutto si puliva l’infisso con la carta ve­trata, poi si stendeva una superficie molto sottile di olio cotto.

Ai mobili, invece, si dava l’olio crudo di lino.  Quindi  vi si passava sopra con carta vetrata o molto sottile o consumata; infine, do­po aver lasciato asciugare, si poteva lucidare con “gomma lacca” e alcool.

Mestieri e sottomestieri

A proposito  dei mestieri e dei sottomestieri  legati all’attività principale dei falegnami anche a Ceccano almeno fino agli anni sessanta , erano operativi i seggiolai, i  facocchi  e i bottai o bigonzari.

I seggiolai che facevano impagliare qualche seggiola,  si ricorda a tal proposito “La Verolana”  che svolgeva il suo lavoro in via Borgo Garibaldi almeno fino all’inizio degli anni settanta . I facocchi erano molto ricercati in quando abili artigiani di sapiente maestria in grado di lavorare materiali diversi tra loro come il legno, il ferro e metalli vari unificando così i due mestieri più antichi del mondo: il falegname e il fabbro.

Il  facocchio era l’artigiano specializzato nella costruzione di  parti e l’assemblaggio di esse per la fabbricazione di carri a trazione animale. La mansione non si limitava, però, solo alla costruzione di carri ma anche della loro manutenzione e della riparazione di rotture accidentali od altro.

A Ceccano era notissimo Leone Liolli detto “Lionu gli facocchi” ancora oggi ricordato per la sua perizia e abilità.

Infine i bottai o bigonzari  che oltre alla costruzione di bigonci o bigonce, gli si richiedeva di riattarli e di “rimettere doghe e cerchi”.

Oltre alle botti di varie dimensioni, fabbricavano bigonce in dialetto  Ceccanese “Biunzu”, costruite con doghe e cerchi di legno e di ferro, a sezione ovale, leggermente svasate dal fondo alla bocca e funzionali al trasporto su muli soprattutto di uva.  

Dei vecchi bottai della nostro paese ho un ricordo personale di  “Richetto gli bottaro”  che operava in una piccola  bottega accanto al campo sportivo.

Immagini di un mondo ormai scomparso nell’odierna società per le mutate richieste Dovremmo fermarci un pò  tutti e riflettere, riavvolgendo il nastro dei ricordi, in una memoria ed in una identità, ormai, troppa persa.

Occorrerebbe  rivalorizzare il nostro territorio partendo dalla ricchezza delle nostre radici storiche.  Una politica sociale consapevole e partecipativa, “protagonista del futuro”,  basata sulla valorizzazione delle risorse della storia delle nostre botteghe artigiane, che possa rappresentare un collegamento, tra uno storico passato ed un futuro da educare e costruire.

Bello sarebbe, anche, rilanciare e valorizzare nel nostro centro storico,  recuperando tanti locali oggi abbandonati o dismessi, laboratori e  vetrine espositive dei manufatti prodotti dalla  sapiente mano  degli artigiani  locali  del legno e del ferro.

 Allegato: Elenco Falegnami Ceccanesi dalla fine dell’Ottocento ad Oggi


Storia frusinate

Il falegname


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