Una ricchezza di storiche radici
di Luigi Compagnoni
FALEGNAMI La storia dei falegnami a Ceccano è per forza di cose anche una storia di parole, di ambienti, di strumenti, di modi di vivere e relazionarsi nella propria comunità infatti nei paesi l’artigiano non solo creava e realizzava mobili o infissi ma anche diventava, in molti casi, intrattenitore sui minimi e massimi sistemi magari davanti ad un bicchiere di vino rosso in una delle tante osterie.
La ricerca sulla storia dei falegnami ci riporta, seppur solo con il ricordo e le testimonianze raccolte, ad un mondo che ha il profumo dei ricordi migliori alla storia delle lavorazione del legno, attività di primaria importanza nella comunità e delle sue innumerevoli applicazioni, dei mestieri e dei sottomestieri ad esso legati, delle storie e della saggezza che, sul finire dell’ottocento e per tutto il novecento, hanno operato nel centro storico e nelle contrade della vasta campagna Ceccanese.
Abbiamo già descritto precedentemente lo sviluppo dell’attività della lavorazione del legno dalle origini fino alla radicale trasformazione, a partire dall’immediato dopoguerra, con l’utilizzo di macchinari e tecniche di lavorazione più moderne.
Oggi vogliamo raccontare di un mondo ormai dimenticato, di una miriade di piccole attività e di nomi o meglio soprannomi che hanno caratterizzato la lavorazione del legno nella nostra città: l’elenco che alleghiamo sicuramente è incompleto, ma già la lettura dei nomi dà l’esatta dimensione dell’artigiano del legno a Ceccano e questa ricostruzione storica è stata possibile solo grazie all’aiuto di due ’storici’ falegnami: Sandro Viola e Agostino Santodonato.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
La bottega
La modesta bottega di falegname, la “bottega”, non era dotata che di banco di lavoro con morsa, tre o quattro seghe a mano di diversa grandezza, martelli, tenaglie, raspe, lime, pialle per i vari usi; inoltre, per chi sapeva intagliare, qualche scalpello “sgurbie” o “sgòrbie”.
Tutti attrezzi per la lavorazione a mano. I pochi falegnami che tenevano un tornio, spesso costruito con le proprie mani, lo avevano a pedale. Realizzavano da sé anche altri attrezzi; alcuni “ferri”, invece, li facevano fare, magari su loro disegno, a un fabbro.
Poi ci voleva un carretto per andare a “smacchinare” nei laboratori più attrezzati tavole e tavoloni acquistati nelle segherie o direttamente in campagna, dai proprietari dei boschi. Oltre a tagliare le tavole, capitava di dovervi fare lavori più sofisticati, impossibili senza ricorrere alle loro macchine elettriche, come ad esempio la toupie (“tupìa”) per eseguire le cornici dei mobili.
La diffusione del macchinario elettrico sarebbe avvenuta, come per le piccole officine dei fabbri, dopo la seconda guerra mondiale. Solo allora cominciarono a diffondersi le seghe a nastro, i torni elettrici e le “tupìe”.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
Gli attrezzi
Gli attrezzi metallici, specie la sega a mano, abbisognavano di attenta manutenzione; così, affinché funzionassero meglio, venivano unti con il grasso dei maiali.
La bravura di un falegname, dal momento che si evitavano i chiodi nei manufatti più raffinati, dipendeva in modo rilevante dalla perfezione degli incastri. La colla, un tempo, la preparava da sé.
Era una “colla di pesce”, resistentissima e la si applicava calda sul legno, stringendo con i morsetti detti “sergenti” le due superfici incollate. Poi c’era la colla “a caldo”, tedesca, detta “quadróna” anche se a Ceccano era più nota con il nome di “cervione”: la si metteva a bagno, talvolta per una nottata, quindi la si scaldava senza farla bollire, infine la si applicava.
Per lucidare i mobili più raffinati, come i canterani, si usava la “gomma lacca”, sciolta nell’alcool (“spirito”). Ci si imbeveva uno straccio di lana o di lino e si provvedeva a strofinare, ripetendo con la mano innumerevoli movimenti “a otto”, finché il mobile non diventava “lustro”. Contestualmente si aggiungeva anche un pizzico di pomice, che “induriva” il liquido e contribuiva a otturare eventuali fori nel legno.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
Dopo la “gomma lacca” si dava la cera, sia sui mobili di casa, sia su tavoli, casse e cassoni. Era la cera d’api, che i falegnami preparavano sapientemente, sciogliendola con acqua ragia o trementina. Ognuno aveva il suo metodo. Alcuni aggiungevano un pò di pece greca, perché non si appiccicasse. Quindi la davano a caldo sui mobili, lucidandoli con uno straccio.
Venivano usati anche degli oli.
Per gli infissi andava bene l’olio di lino cotto, che impregnava e garantiva impermeabilità al legno. Innanzitutto si puliva l’infisso con la carta vetrata, poi si stendeva una superficie molto sottile di olio cotto.
Ai mobili, invece, si dava l’olio crudo di lino. Quindi vi si passava sopra con carta vetrata o molto sottile o consumata; infine, dopo aver lasciato asciugare, si poteva lucidare con “gomma lacca” e alcool.
Mestieri e sottomestieri
A proposito dei mestieri e dei sottomestieri legati all’attività principale dei falegnami anche a Ceccano almeno fino agli anni sessanta , erano operativi i seggiolai, i facocchi e i bottai o bigonzari.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
I seggiolai che facevano impagliare qualche seggiola, si ricorda a tal proposito “La Verolana” che svolgeva il suo lavoro in via Borgo Garibaldi almeno fino all’inizio degli anni settanta . I facocchi erano molto ricercati in quando abili artigiani di sapiente maestria in grado di lavorare materiali diversi tra loro come il legno, il ferro e metalli vari unificando così i due mestieri più antichi del mondo: il falegname e il fabbro.
Il facocchio era l’artigiano specializzato nella costruzione di parti e l’assemblaggio di esse per la fabbricazione di carri a trazione animale. La mansione non si limitava, però, solo alla costruzione di carri ma anche della loro manutenzione e della riparazione di rotture accidentali od altro.
A Ceccano era notissimo Leone Liolli detto “Lionu gli facocchi” ancora oggi ricordato per la sua perizia e abilità.
Infine i bottai o bigonzari che oltre alla costruzione di bigonci o bigonce, gli si richiedeva di riattarli e di “rimettere doghe e cerchi”.
Oltre alle botti di varie dimensioni, fabbricavano bigonce in dialetto Ceccanese “Biunzu”, costruite con doghe e cerchi di legno e di ferro, a sezione ovale, leggermente svasate dal fondo alla bocca e funzionali al trasporto su muli soprattutto di uva.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
Dei vecchi bottai della nostro paese ho un ricordo personale di “Richetto gli bottaro” che operava in una piccola bottega accanto al campo sportivo.
Immagini di un mondo ormai scomparso nell’odierna società per le mutate richieste Dovremmo fermarci un pò tutti e riflettere, riavvolgendo il nastro dei ricordi, in una memoria ed in una identità, ormai, troppa persa.
Occorrerebbe rivalorizzare il nostro territorio partendo dalla ricchezza delle nostre radici storiche. Una politica sociale consapevole e partecipativa, “protagonista del futuro”, basata sulla valorizzazione delle risorse della storia delle nostre botteghe artigiane, che possa rappresentare un collegamento, tra uno storico passato ed un futuro da educare e costruire.
Bello sarebbe, anche, rilanciare e valorizzare nel nostro centro storico, recuperando tanti locali oggi abbandonati o dismessi, laboratori e vetrine espositive dei manufatti prodotti dalla sapiente mano degli artigiani locali del legno e del ferro.
Falegnami Ceccanesi da fine dell’800 ad oggi
Allegato: Elenco Falegnami Ceccanesi dalla fine dell’Ottocento ad Oggi
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