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Arroganza USA, assente l’orgoglio europeo

ByStefano Rizzo

28 Febbraio 2025
Bandiere dell’Unione europea e della NATO al Consiglio europeo del 26 febbraio 2021. ©Alexandros Michailidis / Shutterstock.comBandiere dell’Unione europea e della NATO al Consiglio europeo del 26 febbraio 2021. ©Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

Lo strabordante punto di vista americano


di Stefano Rizzo da treccani.it

Arroganza USA, assente l'orgoglio europeo Casa Bianca USA
Arroganza USA, assente l’orgoglio europeo

ARROGANZA Bisogna capire il punto di vista americano.

Da almeno ottanta anni gli americani, con il che si intende l’americano medio e le élite politico-economico-amministrative, sono abituati a fare quello che vogliono, in pace e in guerra.

In passato, sotto le amministrazioni dei diversi presidenti, democratici e repubblicani, hanno prestato ossequio alle consuetudini diplomatiche: riunioni, vertici, summit internazionali, ricevimenti di leader stranieri alla Casa Bianca, ma la sostanza è rimasta sempre la stessa: gli americani decidono e gli europei e gli altri alleati seguono, che piaccia loro o no.

È stato così in tutte le guerre “americane”, da quella di Corea, che sulla carta era una guerra delle Nazioni Unite. Quando Eisenhower decise di porvi fine non chiese il parere dei suoi numerosi alleati (14 tra europei e di altri Paesi) e tantomeno dello stato vassallo, la Corea del Sud.

Quando nel 1973 Nixon ritirò precipitosamente le truppe americane dal Vietnam del Sud non ci fu nessuna conferenza di pace né consultazione con gli alleati (per la verità pochi). Il tutto venne regolato con trattative dirette tra Kissinger  e il suo omologo nordvietnamita; e i vietnamiti del Sud furono abbandonati alla vendetta dei nordvietnamiti che due anni dopo conquistarono tutto il Paese.

La stessa cosa sarebbe avvenuta cinquanta anni dopo ai Curdi, abbandonati alla vendetta dei turchi dopo che avevano aiutato gli americani a sconfiggere l’Isis, e agli afghani che li avevano aiutati nella guerra contro i Talebani.

In Bosnia negli anni Novanta gli americani presero l’iniziativa per fermare i massacri di Milošević e gli europei, che erano stati a guardare mentre i serbi massacravano i bosniaci, seguirono sotto l’ombrello della NATO.

Poi a Dayton nell’Ohio ci fu una bella conferenza di pace cui tutti furono invitati e gli americani decisero per tutti. Anche in Somalia, ancora negli anni Novanta, fu organizzata una missione delle Nazioni Unite con la partecipazione di molti Paesi (tra questi l’Italia) per fermare la guerra civile, ma dopo la battaglia di Mogadiscio (1993), in cui morirono 18 soldati americani, gli Stati Uniti decisero che ne avevano abbastanza e ritirarono il proprio contingente senza consultarsi con nessuno; pochi mesi dopo tutti gli altri 27 contingenti lasciarono la Somalia.

Nel 2001 gli Stati Uniti, con l’autorizzazione delle Nazioni Unite e il sostegno di numerosi Stati europei e di altre parti del mondo, invasero l’Afghanistan; la guerra contro i Talebani durò vent’anni, finché nell’agosto del 2021 gli americani decisero di ritirarsi in quella che divenne una fuga precipitosa, senza coordinarsi e neppure informare gli alleati; e ancora una volta abbandonando al loro destino gli alleati afghani che avevano combattuto al loro fianco.

Quando nel 2003 gli Stati Uniti decisero di rovesciare il regime di Saddam Hussein per sventare una inesistente minaccia nucleare e “democratizzare” l’Iraq, non chiesero il permesso a nessuno; le Nazioni Unite non autorizzarono e gli americani si arrabbiarono moltissimo con quei Paesi (Francia e Germania in particolare) che avevano avuto l’ardire di criticarli.

Possiamo quindi indignarci, ma non stupirci, per il voltafaccia americano sull’Ucraina, dopo che ancora pochi mesi fa il presidente americano (non l’attuale, ovviamente, quello precedente) aveva promesso che sarebbe stato al fianco del Paese aggredito «finché fosse stato necessario».

Possiamo indignarci, ma non stupirci, che l’attuale presidente americano, dopo che il suo predecessore aveva enfaticamente dichiarato che «non ci sarebbero stati negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha mandato i suoi negoziatori a trattare direttamente con i russi senza la partecipazione né degli ucraini né degli alleati europei (semmai lo stupore, oltre all’indignazione, è per i violentissimi attacchi personali di Trump contro il presidente ucraino, bollato come «un dittatore», «un mediocre commediante», che «ha iniziato lui la guerra» e che «si nutre del sangue dei suoi soldati»).

Corte penale internazionale? Crimini di guerra? Gli Stati Uniti non hanno mai accettato di essere sottoposti a giurisdizioni che non siano la propria.

Alla Corte penale internazionale non hanno aderito. Come non hanno aderito a numerose convenzioni internazionali che vietano l’uso di certi tipi di armi (bombe a grappolo, mine anti-uomo). Dalla Commissione per i diritti umani si sono ritirati già durante la prima presidenza Trump.

Per quel che riguarda i crimini commessi dai propri militari solo loro possono giudicarli, in guerra e in pace. Il tenente William Calley che nel 1968 massacrò centinaia di civili in Vietnam venne sì processato, ma se la cavò con una pena mitissima, peraltro sospesa.

E così i tanti responsabili di torture e uccisioni gratuite nei vari teatri delle guerre americane del XXI secolo. Dopo che la stampa di tutto il mondo aveva denunciato le torture contro prigionieri inermi ad (Iraq) e Bagram (Afghanistan) il presidente Obama vietò alla Cia di torturare, ma nessuno dei responsabili venne mai punito.

Anche in tempo di pace gli accordi che il Pentagono chiede vengano sottoscritti dai Paesi stranieri che “ospitano” le loro basi militari prevedono di fatto, se non di diritto, l’extraterritorialità e l’immunità per i propri soldati.

Lo sanno bene le ragazze che vivono vicino alla base di Okinawa in Giappone quando di tanto in tanto una di loro viene stuprata da un militare americano ubriaco.

E anche gli italiani lo sanno. Quando trenta anni fa un pilota della base americana di Aviano in vena di bravate abbatté con il suo caccia una seggiovia nel Cermis uccidendo una ventina di turisti, venne rapidamente sottratto alla giustizia italiana e portato in America, dove non fu nemmeno processato.

Gli Stati Uniti, il Paese più forte del mondo militarmente ed economicamente, fanno e hanno sempre fatto quello che vogliono, e sono anche convinti in buona fede che sia loro buon diritto decidere per tutti. Chiedere all’americano medio o a qualunque esponente dell’establishment di politica estera, democratico o repubblicano che sia.

La differenza oggi rispetto al passato è che non ritengono utile o necessario fare ricorso alle finezze diplomatiche, cioè alla finzione del coinvolgimento dei Paesi alleati, né di passare attraverso le lungaggini dei dibattiti nei consessi internazionali.

Se è facile comprendere (comprendere, non giustificare né condividere) il punto di vista americano, meno facile è capire quello degli europei, intesi come singoli Stati e come Unione Europea.

Nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento gli Stati Uniti sono stati la destinazione di decine di milioni di immigrati europei poveri alla ricerca di un futuro migliore.

Con il crescere della prosperità e del primato economico, prima agricolo, poi industriale, scientifico e tecnologico, l’ammirazione degli europei nei confronti dell’America ‒ grande, prospera, democratica, moderna ‒ è stato il tratto dominante dell’atteggiamento europeo, anche di coloro che ne criticavano la durezza del sistema capitalistico.

Non solo ricchezza e democrazia, ma cultura di massa, cinema, musica, beni di consumo: un modello da invidiare e da imitare. E forza militare: grazie alla sua potenza industriale e organizzativa, l’America aveva salvato l’Europa in due guerre mondiali dal militarismo e dalle dittature fascista e nazista.

Dopo la Seconda guerra mondiale, per iniziativa e con il contributo determinante degli Stati Uniti, nascono le organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Banca mondiale, GATT) che introducono un modicum di diritto nelle relazioni tra gli Stati, favoriscono la libertà dei commerci, gli investimenti e la ricostruzione dell’Europa distrutta.

È “l’ordine liberale internazionale” per la cui difesa vengono create alleanze militari, prima tra queste nel 1949 la NATO, di cui gli Stati Uniti costituiscono il pilastro fondamentale e la guida statutaria (il comandante supremo della NATO deve sempre essere un generale americano).

Gli europei, vincitori e vinti, diventano così alleati, formalmente alla pari con gli Stati Uniti, ma di fatto subordinati sia quanto a potenza militare sia quanto alle grandi scelte di politica estera. Dalla ammirazione degli europei si passa alla subordinazione europea.

Naturalmente la subordinazione è anche nel loro interesse perché attraverso l’alleanza con gli Stati Uniti gli europei “comprano” a basso prezzo la loro sicurezza traendone al contempo vantaggi economici, peraltro reciproci. Ma di subordinazione pur sempre si tratta.

Quando gli americani si imbarcano in avventure militari di dubbia legittimità (spesso concluse in un fallimento), quando compiono azioni in violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario di guerra (guerra del Vietnam, colpi di Stato e invasioni in America Latina), gli europei talora criticano in privato, ma in pubblico mostrano “comprensione” per il grande alleato e capofila dell’Occidente democratico contro il comunismo totalitario.

Sorprendentemente la situazione non cambia con la fine della guerra fredda, la scomparsa dell’Unione Sovietica e la fine della minaccia comunista.

Sorprendentemente, perché intanto gli europei si sono dotati di più robuste istituzioni comuni e sembrano volere muoversi verso la piena integrazione economica e politica. Negli anni Novanta gli americani, contravvenendo agli accordi stipulati pochi anNi prima con i governi sovietici, spingono e ottengono l’allargamento della NATO ai Paesi dell’Est già comunisti, di cui un decennio dopo favoriranno, contro le perplessità di molti leader europei, l’ingresso nell’Unione.

Anche nel corso degli ultimi tre decenni, dal Medio Oriente al Nord Africa, dalla Russia alla Cina, alla guerra contro il terrorismo, l’iniziativa è sempre e soltanto stata americana.

Ancora oggi (o meglio fino a ieri) la maggior parte dei Paesi del Vecchio continente e l’Europa come istituzione continuano a mostrare “comprensione” verso gli Stati Uniti, pur presentandosi, in alternativa ad essi, come portatori e difensori dei valori di pace e di rispetto del diritto internazionale.

Il che non impedisce agli europei di perseguire i propri interessi economici accordandosi con ogni sorta di dittatori africani e mediorientali, con la Russia e con la Cina, di pagare decine di miliardi alla Turchia e ad altri Paesi frontalieri per “fermare” gli immigrati, di vendere armi a tutti i despoti in tutte le guerre civili del mondo. Il fatto è che fino ad oggi, e a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, al di sotto e al di là della tanto decantata comunanza di valori democratici, è sempre esistita una comunanza di crudi interessi economici e strategici tra gli Stati Uniti e l’Europa, pur nella subalternità europea agli americani.

Ora non più. La novità della presidenza Trump non sta nello schiaffo diplomatico (bruciante) inferto all’Europa, non nell’ignorare il punto di vista europeo sull’Ucraina, non nell’intenzione di andare senza l’Europa (del resto gli Stati Uniti lo hanno sempre fatto), ma di andare contro l’Europa, a meno che non accetti un ruolo ancora più subordinato di quello avuto finora.

Da qui la minaccia di dazi punitivi sulle esportazioni europee e la richiesta perentoria con toni da Far West («c’è un nuovo sceriffo in città», ha detto il vicepresidente J.D. Vance) di più che raddoppiare le spese militari, che tradotto vuol dire raddoppiare l’acquisto di armamenti dagli Stati Uniti, che già forniscono più della metà degli armamenti europei.

Il punto di vista dell’Europa, che è stato di ammirazione per centocinquant’anni e di subordinazione per ottanta, dovrebbe ora evolversi in un punto di vista di autonomia strategica.

Le capacità tecnologiche e imprenditoriali non le mancano e neppure il know-how scientifico. Anche la spesa militare è di tutto rispetto, a prescindere dalle percentuali sul PIL: i quattro principali Stati europei (Francia, Germania, Italia e Spagna) più il Regno Unito hanno insieme un bilancio per la difesa che è due volte e mezzo quello della Russia (262 miliardi di dollari contro i 109 miliardi della Russia pre-guerra). Gli stessi Paesi sono responsabili di quasi il 30% delle esportazioni mondiali di armamenti (gli Stati Uniti del 42%, la Russia dell’11%).  

Questo per dire che se l’Europa decidesse di mettere in comune le proprie risorse militari, anche solo per quel riguarda questi cinque Paesi, avrebbe un impatto non trascurabile e sarebbe assolutamente in grado di provvedere alla propria difesa, potendo avvalersi per di più dell’ombrello nucleare francese e di quello britannico.

Del resto sarebbe un ritorno al passato. Il progetto di Comunità europea di difesa (CED) ‒ un trattato stipulato nel 1952 dai sei Stati fondatori dell’Unione, ma non entrato in vigore per la mancata ratifica da parte della Francia ‒, prevedeva la costituzione di un esercito di circa mezzo milione di effettivi con forze aeree e navali sotto un unico comando a rotazione.

Realizzarlo oggi non sarebbe un’impresa né facile né rapida, ma se impostato “a geometria variabile” (cioè con la partecipazione di chi vi è disposto), non impossibile. Del resto le basi, le infrastrutture e gli standard operativi in larga misura già ci sono: sono quelli della NATO quando gli Stati Uniti decideranno, presumibilmente presto, di andarsene.

Forse sbagliano i teorici del realismo che sostengono che soltanto uno Stato unitario forte ‒ e l’Unione Europea non lo è e forse non lo sarà mai ‒ può avere un esercito forte. Forse la considerazione vale per il modello di Stato ottocentesco che si appoggiava all’ideologia nazionalista per conquistare altri Stati e appropriarsi di fette di mondo che non gli appartenevano; ma non vale per una Unione di Stati, meno anche di una vera e propria federazione, che decida di mettere in comune per la sola difesa le proprie risorse militari razionalizzando la loro fornitura, organizzazione e quant’altro.

Per conquistare e dominare con la forza c’è bisogno di uno Stato. Per difendersi basta l’Unione che c’è. Purché ne abbia la volontà e, soprattutto, l’orgoglio.

26 febbraio 2025

Immagine: Bandiere dell’Unione europea e della NATO al Consiglio europeo del 26 febbraio 2021. Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com


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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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