Mondo saturo di risposte, ma privo di domande
di Lucia De Carolis

L’ARTE PERDUTA Non ci si interroga più su ciò che conta, non si chiede più cosa sia giusto, vero, degno.
È qui, forse, l’origine di molte delle nostre crisi. Tutto scorre veloce, in superficie. Viviamo in un mondo saturo di risposte, ma privo di domande, e dove la domanda si estingue, anche il pensiero si ritira.
Domandare è il primo gesto dell’intelligenza, ma anche dell’anima; è l’inizio della libertà, il modo in cui l’uomo riconosce di non bastarsi, di non sapere, ma al tempo stesso di voler sapere, di voler capire, di voler essere.
Anche le parole più alte non insegnano nulla, se non trovano dentro l’uomo una coscienza disposta a domandare, a cercare.
L’arte perduta: quella del saper domandare
È in questo senso che Sant’Agostino afferma: “Non uscire fuori, ritorna dentro te stesso: nella profondità dell’uomo abita la verità.” È nel cuore che la domanda vera prende forma, ed è lì che, forse, ci viene incontro il Maestro.
Domandare, dunque, è dare alla verità la possibilità di nascere dentro di noi. Ma domandare è faticoso, implica sospensione, attesa, vulnerabilità, e proprio per questo è sempre più raro: la nostra epoca ha smarrito la lentezza interiore necessaria a una vera domanda, preferisce l’opinione all’interrogazione, il giudizio alla ricerca, il possesso all’ascolto.
Eppure ogni domanda autentica è una fenditura nel conformismo, uno spiraglio aperto sul reale.
Per il filosofo Martin Heidegger, il linguaggio è la “casa dell’essere” (die Sprache ist das Haus des Seins). Ogni pensiero, ogni apertura al mondo, ogni atto di comprensione – e dunque ogni vera domanda – nasce entro il linguaggio, non come codice tecnico, ma come orizzonte rivelante. In Unterwegs zur Sprache (Sulla via del linguaggio), troviamo: «Wir sprechen nicht nur die Sprache – wir sprechen aus ihr.» (Non parliamo soltanto la lingua, ma parliamo da essa).
L’arte perduta: quella del saper domandare
Dire che “parliamo dalla lingua”, significa che pensiamo e domandiamo a partire da un mondo già abitato da parole, da significati, da aperture di senso.
Domandare, quindi, non è semplicemente formulare un quesito: è aprire un varco nell’essere, è sostare nel non-sapere per lasciar emergere il senso. Ma questo non-sapere non è un vuoto astratto: è una tensione colma di linguaggio, una disponibilità a ciò che ancora non si può dire, ma che già ci chiama.
Anche il silenzio – se è pensiero – è linguaggio. Anche l’attesa – se è ascolto – è parola. Per questo anche nel domandare si è già dentro il linguaggio. Se il linguaggio si fa povero, anche il pensiero si inaridisce, e con esso si indebolisce la capacità di interrogare il reale.
Una società che non coltiva le parole smette anche di saper domandare. E dove non si domanda, non si cerca: si accetta, si obbedisce, si tace.
L’arte perduta: quella del saper domandare
Ma oggi ci si abitua lentamente a non cercare più, a delegare le proprie scelte, a tacere, a lasciarsi vivere. Eppure l’uomo è, nella sua essenza, un essere destinato alla ricerca, la sua natura profonda è fatta di tensione, di apertura, di desiderio.
Quando l’uomo smette di domandare, non trova riposo, ma si spegne; e in quello spegnersi perde anche il senso del proprio cammino.
Karl Theodor Jaspers ha indicato, nei suoi scritti filosofici, che l’essere umano si costituisce pienamente solo nel confronto con l’altro, nella comunicazione, nella ricerca condivisa. La domanda, per lui, non è un atto solitario, ma un movimento che apre alla relazione.
È nella misura in cui ci si espone all’altro, nel dialogo, che prende forma la nostra realtà esistenziale. Pensare, per Jaspers, significa interrogare e lasciarsi interrogare, non per ottenere certezze, ma per aprire lo spazio in cui la verità possa emergere tra due.
L’arte perduta: quella del saper domandare
In Introduction to Philosophy troviamo: “Everything that is not realized in communication does not exist (…) Truth begins with two.”
Anche la crisi della partecipazione democratica – e, in modo simbolico, dell’istituto referendario – non è che un riflesso di questa più radicale disabitudine al domandare. Non ci si chiede più cosa significhi davvero essere cittadini, scegliere, agire.
Si dimentica, come insegnava Aristotele, che “è giusta quella Costituzione che mira al bene comune, ingiusta quella che mira solo all’interesse di chi comanda” (Politica, III, 7, 1279a).
L’arte perduta: quella del saper domandare
Il bene comune non è un dato scontato, né un concetto astratto: è il frutto di un’interrogazione continua, di una pratica condivisa, di una responsabilità che ciascun individuo deve assumere come parte di un tutto.
Quando questa domanda viene meno, anche la cittadinanza si ritira in una zona d’ombra, e il gesto politico si spegne in un automatismo privo di senso.
Una società che non domanda più è una società che non pensa più, che non cambia, non cresce, non si difende.
Tornare alla domanda non è nostalgia di un passato idealizzato: è un’urgenza spirituale e civile. Significa restituire profondità all’esistenza e dignità al pensiero, perché solo chi domanda davvero può ancora cercare, e solo chi cerca può ancora sperare.
L’arte perduta: quella del saper domandare
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